WOMAN's JOURNAL

“Non devi sposare un principe per essere una principessa”

È la risposta di Emma Watson, attrice e ambasciatrice Onu della campagna contro la violenza alle donne “Lui per lei (He for She)” al giornalista che le chiedeva se stava uscendo con il principe inglese Harry. Prima dice, come riporta il suo account twitter, di non credere a tutto quello che scrive la stampa, e poi aggiunge “Inoltre….non devi sposare un principe per essere una principessa”.

— Emma Watson (@EmWatson) February 22, 2015

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Nadoona: salute e ginnastica per le donne musulmane

di Luisa Perona

La parola “dieta” spesso rimanda a sacrifici e rinunce. Tutti, o meglio tutte, sappiamo quanto costi perdere peso e quanto sia importante essere aiutati, almeno moralmente, da chi ci sta vicino.

Nadine Abu Jubara ha provato sulla propria pelle cosa significhi farcela da sola. La storia di Jubara, una ragazza musulmana di origini palestinesi che vive in Florida, è stata raccolta da Radio Free Europe. Anni fa, Jubara decise che era arrivato il momento di tornare in forma, di pensare in primis alla salute trovando, però, pochi alleati nella comunità musulmana dove viveva.

Tuttavia pensò di potercela fare comunque. Iniziò un periodo scandito da frequenti “no” alle varie feste in cui si banchettava a piatti profumatissimi e dolci mediorientali golosissimi; fino a quando, dopo che ebbe perso ben trenta chili, cominciarono ad arrivare le reazioni meravigliate delle stesse persone che avevano visto con scetticismo la sua scelta.

In seguito Jubara ha deciso di creare un sito web che ha chiamato Nadoona per aiutare le donne musulmane a prendersi cura di sé, del proprio corpo e soprattutto della propria salute, realizzando che raramente queste hanno modo di farlo. Leggi il seguito di questo post »

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Un video contro la violenza di genere, la campagna presentata al parlamento Ue

 

Il 16 ottobre scorso è stata lanciata presso il Parlamento Europeo una campagna contro la violenza sulle donne e l’impunità di chi la commette. La campagna, intitolata Highlighting the phenomenon of Feminicides in Europe and Latin America, è promossa da Cifca e Grupo Sur, due reti di associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, e dalla fondazione Heinrich-Böll-Stiftung.

L’obiettivo della campagna è fornire ad associazioni europee e latino-americane strumenti di pressione da utilizzare nei confronti dei propri governi per spingerli a iniziative legislative e politiche volte a contrastare il femminicidio e la violenza di genere.

La campagna è stata inaugurata con un video a cui hanno partecipato cittadini, parlamentari europei e rappresentanti di istituzioni come Dagmar Schumacher, direttrice dello UN Women Brussels Liaison Office, e delle associazioni come Cécile Gréboval, segretaria generale della European Women’s Lobby, e Gustavo Hernández, della Asociación Latinoamericana de Desarrollo (Alop).

L’iniziativa è appoggiata da Amnesty International, Alop, Aprodev e Oidhaco.

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Un altro anno al fianco delle donne afghane

In occasione della fine dell’anno, Women for Afghan Women fa un bilancio dell’attività svolta in Afghanistan a sostegno delle donne nel corso del 2012. Il conto è più che positivo e merita attenzione.

Nata nel 2011 per sostenere e proteggere le donne afghane, Women for Afghan Women è un’organizzazione con sede a Kabul e New York i cui membri sono quasi tutti afghani. Opera in 8 province dell’Afghanistan attraverso attività educative e programmi di formazione e informazione sui diritti delle donne, azione di advocacy nei confronti di istituzioni locali e internazionali e dei mezzi di informazione, centri di accoglienza per donne e bambini in difficoltà, assistenza legale.

Nel 2012 ha assistito 3.850 donne e 250 bambini. Ha formato 23.210 membri di comunità, ha dotato il centro di supporto per l’infanzia di Kabul (che ospita 70 bambini) di un’area gioco grazie all’aiuto di Playground Builders (Canada) e avviato un nuovo programma di corrispondenza tra donne e bambini dei centri di sostegno e donne e bambini statunitensi.

Ha istituito un programma di tutoraggio attivo quattro giorni alla settimana per scolari dalla scuola materna alla settima classe; ha fornito un supporto formativo che ha permesso a tutti gli studenti che si sono presentati all’esame di superare il test di cittadinanza statunitense e quello per la patente di guida, in tutto 17 persone formalmente analfabete. Ha permesso a 10 studentesse di partecipare al progetto formativo Girls Leadership Program.

Infine ha avviato alcuni progetti che si compiranno nel corso del 2013, tra i quali l’apertura di un centro di assistenza alla famiglia nella provincia di Takhar e l’ampliamento dell’offerta di attività nella sede di New York.

Women for Afghan Women si avvale di volontari che operano sia sul posto sia all’estero e finanzia le sue attività con fondi provenienti da istituzioni governative, fondazioni e privati.

Da una pagina del sito di Women for Afghan Women:

WAW is a grassroots, civil society organization; our mission is dedicated to securing and protecting the rights of disenfranchised Afghan women and girls in Afghanistan and New York, particularly their rights to develop their individual potential, to self-determination, and to be represented in all areas of life: political, social, cultural and economic. We advocate for women’s rights and challenge the norms that underpin gender-based violence wherever opportunities arise to influence attitudes and bring about change.

 

Foto: Wikipedia, originariamente pubblicata su Flickr.com.

 

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Una donna ha dipinto tutto questo: Artemisia Gentileschi/Blog Woman’s Art

Autoritratto come suonatrice di liuto

Avere dodici anni e sapere cosa si vuole.

È possibile che questo accada ad una preadolescente del XVII secolo?

Artemisia Gentileschi. Primogenita di sei figli maschi. Orfana di madre e sedotta dalla maestria pittorica del padre, decide che vuole dipingere. Lo capisce molto presto. E non intende perdere tempo.

Ha infatti soltanto dodici anni quando inizia a trascorrere giornate intere nell’atelier paterno.

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Hollaback Italia: combattiamo insieme le molestie in strada

Quale donna, ragazza e forse bambina camminando per strada da sola non si è sentita gli occhi addosso invadenti di un uomo? Quella sensazione costante di paura e di fragilità. Un movimento partito dagli Stati Uniti e ora arrivato anche in Italia vuole sollevare il problema delle molestie in strada. Si chiama Hollaback, e sul sito http://italia.ihollaback.org/home/ sta raccogliendo le storie. Sono storie in cui ci si può facilmente identificare. Purtroppo essere donna, vuol dire anche doversi sentire deboli e indifese. Con Hollaback possiamo sentirci meno sole…ma quali soluzioni si possono adottare per combattere il problema?

Offertona alla fermata della 90 a Milano

Rientravo da casa di un’amica, aspettavo la 90 per far due fermate e andar a casa per studiare. Erano circa le 22, avevo i miei cuffioni, le mie canzoncine indie alle orecchie e la sigaretta in mano. Vedo avvicinarsi un uomo sulla trentina, mi fa dei gesti strani. Penso subito che voglia chiedermi una sigaretta in cambio. Faccio per dargliela, e lui fa “No, no” con il dito, e, sempre a gesti, mi chiede di togliere le cuffie. “Vorrà un’informazione”, penso. Continua a leggere su Hollaback

Francesca, 16 anni

Io di brutte storie di questo genere, nonostante abbia appena 16 anni ne ho subite parecchie.
Le più brutte sono state due che penso non dimenticherò mai per tutta la vita.
Premetto che io ho cominciato a svilupparmi a 13 anni, a 14 anni avevo già le fattezze di una ragazza più cresciuta.
Quindi, estate del 2010, stavo percorrendo una strada a piedi di 4 km, sembrava non arrivare mai la fine, non riuscivo a capire come potesse essere così lunga, mi sembrava infinita, tra i clacson e i fischi che mi arrivavano dalle macchine. Continua a leggere su Hollaback

La storia di Michela Murgia: “Quella volta che ho fatto il drag king”

Cinque anni fa a Roma ho partecipato a un laboratorio di drag king organizzato da una chiesa evangelica nell’ambito di un campo scuola per gay e transgender cristiani. Il drag king è una persona di sesso femminile che si sottopone a ore di trucco e travestimento per arrivare a ottenere un aspetto che la avvicini il più possibile a quello di un uomo. Gli scopi possono essere molti: il piacere di stupire, la voglia di esibirsi a uno spettacolo specifico con musiche, balli e canti, ma anche solo esprimersi diversamente per un giorno nella vita, magari andando a fare la spesa. Non è una cosa facile da fare: ci vogliono ore, esperienza, aiuto e moltissima pazienza: il risultato è realistico, non enfatico come la femminilità delle drag queen. Continua a leggere su Hollaback 

Chiara: “perché non posso camminare tranquilla per le strada senza dover pensare che ogni persona che mi segue sia un potenziale molestatore?

Tornavo dal lavoro, erano le 8 di sera, era buio e pioveva. Nel brevissimo tratto a piedi dalla metro a casa incrocio diverse persone che vanno nella direzione opposta, tra cui uno che mi sembra rallentare quando mi vede. Non ci faccio molto caso.

Davanti al portone di casa, mentro sto girando la chiave nella serratura, mi trovo di fianco un uomo anonimo sulla trentina, che mi guarda come se volesse entrare dopo di me. Immagino che abiti nello stesso palazzo – non conosco quasi nessuno dei condomini – e lo faccio entrare. Vado in ascensore, e lui entra con me anche lì; l’ascensore è molto piccolo, ci stanno a malapena due persone. Gli chiedo a che piano va, e lui dice: “l’ultimo”. Schiaccio il pulsante, ma il panico mi assale subito quando realizzo che all’ultimo piano abito solo io. Nella mansarda sopra di me abita un signore anziano che conosco di persona. Nel panico, guardo davanti a me e cerco di capire cosa fare. Lui mi guarda e dice: “che belle gambe che hai, sono sexy, le voglio toccare”. (avevo una gonna con delle calze spessissime nere). Io gli dico: “è chiaro che non abiti qui. Continua a leggere su Hollaback

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“Quelle grida di notte che non dimentico”

Il racconto del sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura arriva come un pugno. Più di tanti dati (utilissimi e necessari) riesce a descrivere una realtà che è ancora molto diffusa in particolare nell’Africa subsahariana, le mutilazioni genitali femminili. Questo il suo racconto, nel corso della presentazione del rapporto mondiale sulla popolazione di Unfpa insieme ad Aidos.

“Ho vissuto in diciannove zone di conflitto e 21 paesi durante la mia esperienza alle Nazioni Unite. Per due anni ho vissuto in un paese africano, non dirò il nome per rispetto a quel paese. Siamo a metà degli anni Settanta ma non è cambiato molto. Lì fa molto caldo e si dorme fuori la sera. Anche io dormivo su un terrazzino nel mezzo della città. C’era una straordinaria atmosfera, il cielo stellato ma tutte le notti la città pullulava di orribili urla, si sentivano di continuo. Erano le urla delle donne a cui veniva chiesto di rispondere a un dovere coniugale. Erano urla di dolore di donne che avevano subito mutilazioni genitali”.

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Lavoratrici in bianco

di Gaia Nina Marano

Tra le tante novità introdotte dalla riforma del lavoro (Legge n. 92/2012) a firma del Ministro Fornero, vi è anche quella riguardante le dimissioni in bianco.

Le dimissioni in bianco sono state per lungo tempo una triste consuetudine italiana. Accadeva, infatti, che il lavoratore, in coincidenza con la propria assunzione, venisse “invitato” a sottoscrivere anche le proprie dimissioni, pur senza indicazione della data. In tal modo, il datore di lavoro, a fronte di una malattia, un infortunio, un comportamento sgradito, o – nel caso più diffuso – una gravidanza, poteva semplicemente riempire il documento con la data desiderata ed aggirare la normativa sui licenziamenti. Leggi il seguito di questo post »

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Un blog collettivo per condividere, approfondire, discutere delle donne, del femminile e del maschile. Siamo anche un motore di ricerca dove trovare collegamenti a gruppi femminili, istituzioni, consultori, ong, centri di ricerca che operano in Italia e all'estero e che si occupano di genere. Qui, le donne sono protagoniste e possono sentirsi a casa. Per segnalazioni e collaborazioni: redazionewj@gmail.com

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