WOMAN's JOURNAL

“L’ASPIRANTE” una performance di Giovanna Lacedra. In novembre, a Cesena.

 

“Io sono legata a te indipendentemente dalla mia volontà, anche se

quando ho promesso a me stessa di vivere per te non sapevo

 che sarei stata ferita, ferita, ferita per l’eternità…”

 

[Sylvia Plath – DIARI – 6 marzo 1956]

 

La violenza.

Nascosta come un cuore nero in una nuvola d’ovatta.
Un cuore nero pulsante
in una noce di bianca perfezione.
L’Amore.

Quando è un inganno tradisce il sogno.

Lo lacera piano. E poi lo strappa.

Prima a colpi di silenzio. Poi di parole, affilate e taglienti.

Infine, arrivano le mani.

Ma cosa accade se quella noce di porcellana all’improvviso cade,
frantumandosi al suolo?

Silence…
Nessuno deve sapere.
Si tace nella gioia.
Si tace nel dolore.
Si tace il dolore
di non aver mai vissuto.

 

Alle privatissime pagine dei suoi diari, Sylvia Plath – poetessa americana del filone Confessional – confidava il timore di cadere nella trappola di una unione matrimoniale che, attraverso l’adempimento passivo ad un ruolo servile, avrebbe potuto costarle il caro prezzo delle proprie velleità, della propria identità e della propria dignità.

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Punti di vista: si può imparare dalle culture indigene

“Come possiamo insegnare una nuova storia non sessista, non violenta e interreligiosa?” È questa la prima domanda a cui vuole rispondere il convegno Culture indigene di pace. Ri-educarsi alla partnership! organizzato dall’associazione Laima a Torino dal 26 al 28 aprile.

L’idea è che si può imparare dalle culture indigene egualitarie e matriarcali, anche per trovare gli strumenti per affrontare il problema della violenza di genere e degli squilibri nei rapporti tra i sessi. Secondo gli organizzatori, Morena Luciani e Alessandro Bracciali,

“ri-educarsi alla partnership” non significa solo ricercare la parità di genere […] ristabilire un’uguaglianza tra tutti gli esseri viventi e una dimensione eco-spirituale in cui il mondo torni ad essere percepito come Madre. Le testimonianze e gli studi specifici confermano che la pace si raggiunge all’interno di una società non sessista e non gerarchica […]. Per questo vogliamo approfondire i valori educativi che sorreggono questi modelli sociali.

Saranno presenti, tra gli altri, Rosa Martha Toledo Martinez, artista e portavoce della comunità messicana Juchiteca; la scrittrice, ricercatrice e attivista americana Genevieve Vaughan; Ana Maria Estrada, insegnante e direttrice della scuola Montessori di Kyle (Texas); la scrittrice Riane Eisler, autrice de Il calice e la spada e Il piacere è sacro; la scrittrice e attivista Starhawk; Miriam Subirana, autrice di Complici. Liberi dai rapporti di dipendenza, e Francesca Rosati Freeman, studiosa della società matriarcale dei Moso, autrice di Benvenuti nel paese delle donne.

Il convegno si terrà al Palaginnastica di Torino, in via Pacchiotti 71, e prevede conferenze e workshop durante i quali si parlerà di educazione e metodi formativi, dell’influenza del linguaggio e della mitologia sui comportamenti e di decrescita.

È un punto di vista di cui si sente parlare raramente e che può essere interessante approfondire o conoscere.

 

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L’amore in webcam. Una mostra di Donatella D’angelo

di Valeria Vaccari

Il 14 febbraio Donatella D’Angelo ha presentato a Milano, presso lo spazio Winters Hair Concept di via Lecco 2, un progetto fotografico che farà discutere per il tema scottante: l’amore in webcam. Intitolata La carne chiede coraggio in cambio di fede, la mostra è curata da Q Connection e sarà aperta fino al 16 marzo. Da molti anni D’Angelo lavora sul tema del nudo, attraverso la pittura, il collage e l’elaborazione digitale. Donne sirene, donne angelo, particolari del corpo prendono vita attraverso il bianco e nero o il colore. Con una buona dose di ironia e autoironia.

Negli ultimi dieci anni, in Italia abbiamo assistito al diffondersi delle video chat, dei siti pornografici gratuiti e a pagamento che promettono attraverso il filtro dello schermo l’accesso a contenuti allettanti e provocatori. La velocità di veicolazione delle immagini attraverso internet ha cambiato completamente le leggi del desiderio, le regole dell’attesa e la soddisfazione sessuale, anche all’interno della coppia. Chiunque può postare un video erotico amatoriale, condividerlo sui social network, spedirlo via mail alla persona amata.

E se qualcuno di noi trovasse il suo compagno o la sua compagna, in una chat erotica? Cosa spinge queste ragazze a spogliarsi davanti ad una webcam, nell’intimità della loro casa, di fronte ad un pubblico pagante? Cosa le induce a travestirsi, a mostrarsi in mezzo ai peluche, a ostentare tatuaggi o impugnare giocattoli erotici? Esibizionismo, bisogno di soldi, costrizione? Potere o impotenza?

Donatella D’Angelo fotografa lo schermo dal quale le ragazze ammiccano al cliente, chattano interagendo con lui, in una pantomima irreale e fasulla. Ma chi sono i frequentatori di queste chat? Da dietro una scrivania, dopo l’orario di lavoro gli uomini accedono a questo universo parallelo, celandosi con un nickname e condividendo questa escalation erotica. Sono professionisti, studenti, pensionati, single di lungo corso, o semplici curiosi (informazioni da Psicolinea). Donatella documenta la quotidianità di certi gesti, il sottile menefreghismo di queste ragazze che mentre si spogliano cucinano, ascoltano la musica, fumano una sigaretta come se fossero completamente estraniate da quello che stanno facendo.

Nelle interviste, le webcam girls dichiarano di vendere la propria immagine, un’immagine esposta e fasulla. Come una sorta di schizofrenia, di sdoppiamento. Sono certe che questo lavoro non abbia cambiato la loro percezione del sé, è un modo semplice e quasi indolore di guadagnare soldi. Tuttavia viene da chiedersi se sia moralmente lecito vendere il proprio corpo online, se il mercato della pornografia non si sia impadronito di certe pulsioni umane per trarne profitto. Viene altresì da domandarsi quanta solitudine ci sia dietro coloro che le frequentano, se non rischi di diventare un’ossessione compulsiva che li estranei completamente dal mondo fatto di donne in carne ed ossa. Oppure è solamente un gioco di ruolo, nel quale non è chiaro chi sia la vittima e chi il carnefice?

L’artista non esprime giudizi, vuole documentare una realtà. Fotografa l’atteggiamento, la comunicazione non verbale, la dimensione estetica. L’immagine viva porta a riflettere, a porsi delle domande, più che a scandalizzarsi. E attenzione perché dietro ad ogni spettatrice o spettatore della mostra, può esserci una webcam…

Donatella D’Angelo, nata a Milano, è docente di Packaging Design alla Fondazione Accademia di Comunicazione a Milano. Arrivata all’arte passando dalle lingue, negli anni ’80 ha lavorato per diversi studi grafici. Più di recente ha iniziato numerose collaborazioni freelance nelle arti visive, nella scrittura e nella comunicazione. Ha illustrato libri e manuali, organizzato laboratori creativi per bambini delle scuole elementari, ragazzi delle medie e adulti. Negli ultimi anni ha intrapreso un lavoro di ricerca fotografica personale e autobiografica che ha come soggetto principale il corpo e l’identità.

 

Foto: Donatella D’angelo.

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Ha senso parlare di letterartura lesbica? Intervista a Sarah Sajetti

Lo scorso ottobre è uscito per Robin Edizioni Storie di streghe e di delitti, secondo romanzo di Sarah Sajetti, scrittrice, attivista per i diritti degli omosessuali, redattrice e poi direttrice editoriale della rivista lgbtq Babilonia, caporedattrice di Reallife e ora direttrice della collana QL2 di Robin. Seguito di Volevo solo un biglietto del tram (2008), questo giallo racconta una nuova avventura di Chiara, giovane donna omosessuale, trasferitasi da Milano per vivere con la compagna Alessandra nel Monferrato, dove si ritrova coinvolta nella vita della piccola comunità rurale che la ospita e in una serie di delitti.

Cogliamo l’occasione per fare a Sarah Sajetti qualche domanda sulla realtà di cui parla il suo romanzo e, più in generale, sulla narrativa che racconta donne e relazioni lesbiche.

Rispetto alla loro relazione, la protagonista e la sua fidanzata si comportano in modo diverso: Chiara si sente libera e sicura, Alessandra la nasconde. Perché? Chissà! Ho descritto una situazione che si verifica spesso, ma per la quale purtroppo non ho spiegazioni. L’omofobia interiorizzata è uno dei problemi più grandi che gli omosessuali debbano affrontare, quello che fa sì che si auto-boicottino sempre e comunque. E molti di loro neppure se ne accorgono!

A un certo punto della storia Alessandra dice a Chiara: “hai sempre propugnato la necessità di uscire allo scoperto per modificare la mentalità delle persone che ci stanno accanto”. Si può considerare, questa, la ragione, o una delle ragioni, per cui Sarah Sajetti scrive? No, non è la ragione per cui scrivo, ma sicuramente è il motivo per cui le mie protagoniste sono omosessuali. Credo che la visibilità sia lo strumento più efficace che gli omosessuali hanno per cambiare gli stereotipi e abbattere i pregiudizi e l’ostilità degli altri: non solo quella dei personaggi pubblici, che secondo me hanno il dovere di uscire allo scoperto per offrire dei modelli positivi, ma anche quella delle persone normali, che ne parlano a parenti, amici, colleghi, compagni di studi e di sport.

Essere una coppia lesbica in una grande città o in una comunità rurale sono due cose diverse? Se non sei dichiarato e non hai intenzione di rendere pubblica la tua omosessualità sì, è molto diverso, perché la città garantisce un maggiore anonimato, altrimenti è uguale. Nella mia esperienza, infatti, anche nelle zone meno urbanizzate quello che interessa davvero alle persone sono le tue qualità umane, a patto che l’omosessualità non sia tenuta segreta, non sia qualcosa di cui si sia i primi a vergognarsi: ho conosciuto omosessuali nati e cresciuti in posti microscopici perfettamente integrati nella comunità.

La scelta di Alessandra di nascondere un aspetto della propria identità genera conflitti nella coppia. In base alla tua esperienza, è un fatto che si verifica spesso oggi in Italia? Capita ancora, sì, e devono farci i conti anche i maschi omosessuali. Vivere una relazione segreta può essere anche eccitante nelle prime fasi di un rapporto, ma alla lunga diventa un limite alla costruzione di un percorso comune. Conosco persone che in occasione dell’annuale visita della madre di uno dei due partner smobilitano casa nascondendo ogni traccia di cultura queer, altre che non passano mai le feste assieme o per le quali camminare per mano per strada è un lusso inconcepibile. Come fanno due persone a far crescere una relazione in queste condizioni?

Ci sono state reazioni da parte dei lettori dovute all’identità sessuale della protagonista e di altri personaggi dei tuoi romanzi? Non ho mai ricevuto critiche per la scelta di parlare di personaggi omosessuali, ma temo che, fatta eccezione per i miei amici, non siano moltissimi gli eterosessuali che li leggono! C’è ancora questo pregiudizio: se parli di omosessuali scrivi per gli omosessuali.

In un’intervista a proposito del suo libro Orgoglio e privilegio. Viaggio eroico nella letteratura lesbica (Il dito e la Luna, 2003), Margherita Giacobino afferma: “La letteratura lesbica è per me una categoria di comodo, uso questa espressione per indicare tutti i libri in cui entra in gioco il punto di vista lesbico, in modo più o meno dichiarato. Tutti quelli in cui una lesbica non si sente negata dalla presunzione che l’eterosessualità sia unica e universale. Come tale, è una categoria letteraria trasversale, per usare una parola di moda: comprende libri noti e non, di ogni e qualsiasi genere letterario, di letteratura alta, bassa o di media statura, belli e brutti, tragici o a lieto fine, ecc… “. Secondo te, ha senso parlare di narrativa lesbica o omosessuale? Sono d’accordo con Margherita Giacobino, do alla locuzione “letteratura lesbica” esattamente la stessa valenza e infatti con il mio editore, Robin Edizioni, abbiamo lanciato una collana digitale di letteratura lesbica, QL2, che pubblica libri appartenenti a qualsiasi genere letterario purché entri in gioco il punto di vista lesbico. E anche sul valore di questa letteratura concordo con Giacobino: superare la visione unica dell’eterosessismo. Inoltre credo che le lesbiche abbiano il diritto, come tutti gli altri, di riconoscersi nei personaggi e nelle storie, di immedesimarsi, di partecipare di un immaginario che le riguardi in maniera specifica.

Puoi citare alcuni libri che ritieni particolarmente significativi da questo punto di vista? Sarò presuntuosa e citerò per primo il mio primo romanzo, Volevo solo un biglietto del tram, che è piaciuto proprio perché le lettrici si sono riconosciute nelle situazioni descritte. Da Milano a Bologna, a Roma, a Firenze le disavventure di Chiara sono state riconosciute come proprie dalle donne che l’hanno letto e questo non può accadere leggendo libri eterosessuali che raccontano dinamiche e inneschi psicologici completamente diversi. Ovviamente ce ne sono altri, come gli stessi libri di Margherita Giacobino, quelli di Sandra Scopettone o di Lola Van Guardia.

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Una donna ha dipinto tutto questo: Artemisia Gentileschi/Blog Woman’s Art

Autoritratto come suonatrice di liuto

Avere dodici anni e sapere cosa si vuole.

È possibile che questo accada ad una preadolescente del XVII secolo?

Artemisia Gentileschi. Primogenita di sei figli maschi. Orfana di madre e sedotta dalla maestria pittorica del padre, decide che vuole dipingere. Lo capisce molto presto. E non intende perdere tempo.

Ha infatti soltanto dodici anni quando inizia a trascorrere giornate intere nell’atelier paterno.

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La samaritana / blog Watching a movie

di Valentina Zoccolo

Quando il regista coreano Kim Ki Duk gira un film il mondo occidentale si appresta a riceverlo in religioso silenzio, in attesa di quella che quasi sicuramente sarà un’altra pietra miliare nella storia della cinematografia mondiale. E ogni volta che i suoi lavori vengono presentati ai festival internazionali i riconoscimenti non tardano ad arrivare. È quello che è successo nel 2004 con La samaritana, Orso d’argento al Festival del cinema di Berlino (qui il trailer).

La storia (divisa in tre parti) è quella di Jae-yeong e Yeo-Jin, due amiche decise a compiere un viaggio in Europa, che per realizzare il loro sogno non esitano l’una a prostituirsi e l’altra a gestire i rapporti con i clienti e i soldi guadagnati e custoditi con cura nel cassetto di un comodino. Ma la tragedia è dietro l’angolo. Sorpresa dalla polizia con un cliente, Jae-yeong si lancia dalla finestra e muore dopo qualche giorno. Yeo-Jin, sconvolta dal dolore, decide di onorare la memoria dell’amica rintracciando tutti i suoi clienti, i cui nomi sono stati accuratamente annotati su un’agenda, per restituire loro i soldi guadagnati. Inizia così la sua “carriera” di prostituta al contrario, che paga i suoi clienti dopo ogni rapporto.

Ma il padre di Yeo-Jin, un poliziotto da poco diventato vedovo, scopre casualmente la doppia vita della figlia e, disperato, affronta i suoi clienti con metodi via via più violenti, fino a quando ne uccide uno. Dopo il brutale omicidio l’uomo porta la figlia sulla tomba della madre, le insegna a guidare e si costituisce, senza nulla dire alla ragazza, che rimane in macchina a guardare l’auto della polizia che porta via suo padre.

Decimo film del grande cineasta, La samaritana è uguale e allo stesso tempo diverso dagli altri lavori di Kim Ki Duk. Scarno, essenziale, asciutto, con i dialoghi ridotti al minimo, come quasi tutte le sue opere, colpisce allo stomaco e lascia storditi ma anche ammaliati dalla maestria con la quale il regista sa confezionare le sue storie, così poco artificiose da sembrare reali, e soprattutto dalla capacità di delineare i personaggi.

Nei film di Kim Ki Duk i personaggi femminili sono sempre più presenti e meglio definiti di quelli maschili. Più utili alla storia, di cui sono quasi sempre il motore, catturano l’attenzione e fanno da traino. Sono donne normali, senza effetti speciali, fiere, decise, padrone del loro destino, che scelgono e organizzano con cura.

Le due amiche Jae-yeong e Yeo-Jin vogliono una cosa e fanno ciò che serve per ottenerla. Padrone del loro corpo, lo usano senza farsi comprare o umiliare. Guardano avanti e mai indietro e vivono con gioia e orgoglio la loro vita, senza mai essere vittime. Perché sono loro a scegliere.

Questo, seppur in forme e contenuti ostici come il suo cinema, l’omaggio alle donne di Kim Ki Duk.

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Frances contro le major / blog Watching a movie

di Valentina Zoccolo

“Frances Farmer will have her revenge on Seattle”, così cantava Kurt Cobain nell’album del 1993 In Utero.

Frances Farmer è stata un’attrice di Hollywood dalla vita, la carriera e la personalità travagliate e anticonformiste. La sua esistenza, oltre ad aver ispirato la canzone dei Nirvana, è finita in un bel film del 1982 diretto da Graeme Clifford e interpretato da una ispirata e bravissima Jessica Lange: Frances (qui il trailer).

Frances Farmer nacque a Seattle nel 1913, e già da ragazzina mostrò di avere molto carattere e un’intelligenza raffinata e pungente che le fecero vincere un premio letterario con un saggio su Dio e la religione, grazie al quale poté visitare l’Unione Sovietica nonostante la ferma opposizione della madre. Una volta rientrata in America, iniziò la sua carriera di attrice, dividendosi tra il teatro e le grandi produzioni hollywoodiane, che videro in lei una nuova stella da lanciare nel loro glorioso firmamento.

Nonostante la sua indubbia bravura, però, la Farmer si conquistò ben presto la fama di attrice scomoda per via della sua forte personalità e per la determinazione a non farsi stritolare dai meccanismi di un sistema che le avrebbe dato fama e successo a patto di diventare una specie di burattino nelle mani di registi e produttori, che avrebbero preso al suo posto ogni tipo di decisione per adeguarla a quello stile di vita che la mecca del cinema voleva dalle sue stelle.

Troppo per una donna assolutamente libera da ogni vincolo e ben decisa a mantenere intatta la propria dignità. La Farmer pagò a caro prezzo la sua indipendenza, la sua vita sregolata – ebbe la sua dose di problemi con droghe e alcol – e il buon uso che faceva della sua intelligenza, che la rendeva una donna colta e pensante, e per questo pericolosa.

Venne tacciata di essere filocomunista, ebbe più volte problemi con la giustizia e finì per cinque anni in manicomio, dal quale uscì stremata per gli elettroshock e una mai confermata lobotomia.

Il film ha il merito di mantenere intatta la memoria di una grande donna che ha scelto di rimanere se stessa senza scendere a compromessi, nonostante le gravi conseguenze che dovette affrontare. Oggi come allora, parliamo della seconda metà degli anni ’30, la donna che pensa, sceglie la sua strada e la percorre a testa alta rischia di essere additata e screditata, sminuita e cancellata, per poi essere dimenticata e prontamente rimpiazzata da chi invece accetta di rimanere nel giusto binario, senza creare problemi.

Forse non era vendetta quella che cercava, ma di sicuro almeno una rivincita l’ha avuta sulla sua città, e non solo, che l’ha prima amata e poi allontanata. Perché cinema e musica oggi la celebrano come esempio di donna emancipata e coraggiosa, che non si è piegata e non si è spezzata.

 

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DAL CUORE DI UNA FIABA AL DISORDINE DELLA REALTÀ: LA PITTURA POP SURREALE DI ANNA CARUSO / BLOG WOMAN’S ART

E se il finale delle fiabe fosse una bugia?

Se venisse in qualche modo interrotto e rovesciato da un singhiozzo della storia, capace di trasformarne le protagoniste in disobbedienti eroine in fuga o in creature selvagge, colte in preda alla propria animalità?

Cosa accadrebbe a noi lettori e spettatori, se scoprissimo che Cappuccetto Rosso in verità non è quella bambina altruista e amorevole che attraversa il bosco per andare ad accudire la nonna, bensì  è un licantropo? Cosa proveremmo, se scoprissimo che ad un certo punto della fiaba proprio laggiù, nel Paese delle Meraviglie, il Bianconiglio ha ridotto in brandelli la piccola Alice?

Anna Caruso – Constatazione amichevole

Verremmo spiazzati, senza ombra di dubbio. Perché esser certi di sapere come stanno le cose, rincuora. Ed il lieto fine è una certezza assai rassicurante. Eppure Carroll e i Fratelli Grimm potrebbero essersi sbagliati… o potrebbero averci raccontato una splendida bugia.

È possibile che Cappuccetto Rosso, invece di smarrirsi nel bosco, sia scappata di casa. O può essere che abbia semplicemente sbagliato strada, e si sia ritrovata a vagare per le strade chiassose di una grande città, accecata dai fari delle auto e dai neon di insegne luminose che non riesce a decodificare.

Anna Caruso – In bocca al Lupo

Può darsi che Biancaneve, invece di riposarsi nella casetta dei sette nani, si sia nascosta nell’immenso spazio oscuro di una fabbrica dismessa, ad osservare una mela per niente commestibile ma altamente tecnologica, nella speranza  di ottenere qualche risposta sulla propria sorte.

Anna Caruso – The must be the apple

Allo stesso modo, è possibile che il lupo si sia stufato di appostarsi nel bosco, e mascherandosi da  Cappuccetto Rosso,  abbia pensato bene di andare a farsi un giro nel centro di Tokio.

Dal cuore di una fiaba al disordine della realtà, il passo è breve, soprattutto se a tracciarlo – di pennellata in pennellata e di velatura in velatura – è la mano talentuosa di una giovane pittrice.

Onirismi si sbucciano tra gli spigoli della contemporaneità: sono le fiabe esplose di Anna Caruso.

Alice, il Bianconiglio, Cappuccetto Rosso, Biancaneve: solitudini smarrite nell’irrealtà di un mondo che ha perso la capacità di ‘sentire’. E se l’arte è soprattutto visione, come affermava Jean Dubuffet, le visioni metropolitane di Anna Caruso si animano di personaggi simbolici, per indagare i vuoti del nostro tempo.

Nelle opere della Caruso  la trama della fiaba viene interrotta, e la sua eroina viene strappata dal contesto narrativo per essere letteralmente teletrasportata in una dimensione che non le appartiene. È quel singhiozzo della storia, che come un sussulto sismico la spiazza, la infrange, e la disorienta.

Con pennellate di colore acrilico accostate e giustapposte su tele preferibilmente serigrafiche, Anna dà vita ad un mondo dentro al mondo. Adottando una tecnica dinamica costruisce, con grande rapidità, architetture e anatomie, sovente colte in prospettive grandangolari. La  dimensione fiabesca è evocata proprio da  queste pennellate trasparenti che sovrappongono ad  architetture urbane i rami stilizzati degli alberi di un bosco.

Per la sua più recente produzione Anna Caruso ha inoltre attinto dal cospicuo serbatoio  dell’iconografia classica e religiosa.

Anna Caruso – La Profana Famiglia

Nella “Profana Famiglia” ad esempio, la madre – che non è una Madonna quanto piuttosto un Cappuccetto Rosso in età adulta –  compie un gesto alquanto dissacrante, un gesto che  cancella il rimando iconografico ad una essenza ultraterrena, ponendo invece in rilievo l’aspetto animale, istintuale e bestiale. Stringe il bambino accostando il viso alla sua schiena, esattamente come usano fare gli animali,  e lo fa proprio mentre il piccolo sta vivendo la sua metamorfosi.

I personaggi appaiono quasi come allucinazioni o visioni sdoppiate, frammentate, sfuocate. E lo sfondo sul quale si stratificano, quasi fossero apparizioni o allucinazioni, è ancora un bosco nebbioso e desolato.

L’ultima operazione dell’artista  è stata quella di valicare i confini della tela, per entrare – pennello alla mano e cappuccio rosso in testa –  in un suggestivo cortometraggio firmato dal fotografo leccese Antonio Lootek Fatano.

C’ero una volta

Se desiderate approfondire,  ecco il sito ufficiale: www.annacaruso.it.

 

[di Giovanna Lacedra]

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