WOMAN's JOURNAL

“L’ASPIRANTE” una performance di Giovanna Lacedra. In novembre, a Cesena.

 

“Io sono legata a te indipendentemente dalla mia volontà, anche se

quando ho promesso a me stessa di vivere per te non sapevo

 che sarei stata ferita, ferita, ferita per l’eternità…”

 

[Sylvia Plath – DIARI – 6 marzo 1956]

 

La violenza.

Nascosta come un cuore nero in una nuvola d’ovatta.
Un cuore nero pulsante
in una noce di bianca perfezione.
L’Amore.

Quando è un inganno tradisce il sogno.

Lo lacera piano. E poi lo strappa.

Prima a colpi di silenzio. Poi di parole, affilate e taglienti.

Infine, arrivano le mani.

Ma cosa accade se quella noce di porcellana all’improvviso cade,
frantumandosi al suolo?

Silence…
Nessuno deve sapere.
Si tace nella gioia.
Si tace nel dolore.
Si tace il dolore
di non aver mai vissuto.

 

Alle privatissime pagine dei suoi diari, Sylvia Plath – poetessa americana del filone Confessional – confidava il timore di cadere nella trappola di una unione matrimoniale che, attraverso l’adempimento passivo ad un ruolo servile, avrebbe potuto costarle il caro prezzo delle proprie velleità, della propria identità e della propria dignità.

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Game in progress: Uno show flash sulla violenza di genere. A Milano / blog Woman’s Art

AMY D Arte Spazio  presenta GAME in progress 
12 sept_14 sept 2013,  opening 12 settembre ore 18.30

Lenuta Lazar, Antonella Riotino, Antonia Azzolini, Edyte Kozakiewiez, Fabiola Speranza, Grazyna Tarkauska, Lvath Eward, Nike Adekumie, Brunella Cock, Gabriella Falzini, immigrata di colore, 25 anni (08/02/2012). Le cronache non riportano neppure il nome. La lista dei femminicidi, vera sclerosi culturale, è lunghissima suddivisa non equamente tra i vari Stati.

La violenza avrà mai fine? 

È con questo interrogativo che è nato GAME in progress, specializzazione (i programmatori di videogiochi lo chiamerebbero sviluppo) del progetto THE GAME business and manipulation inaugurato il 26 giugno scorso.
Questo show flash, a seconda dei vari artisti, diventa opera poetica con la performance di Giò Lacedra – L’Aspirante – omaggio a Sylvia Plath e la partecipazione straordinaria di Roberto Milanio progetto, come “SE tu Fossi Me” di Maria Sara Cetraro e Serena Giardino, finalista nell’ambito del contest nazionale “No Violenza Donne” indetto dall’AIED in collaborazione con Cocoon Projects, che consiste nel tradurre in azione quello che Luigi Pirandello definiva sentimento del contrario, riflessione più profonda che scaturisce dall’immedesimazione nell’Altro/a.

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Per voce creativa: Giovanna Lacedra intervista Elisa Cella/ blog Woman’s art

 

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa sesta intervista, Giovanna Lacedra incontra Elisa Cella (Genova, 1974).

Elisa disegna disegnando circonferenze. Elisa dipinge dipingendo circonferenze.
Circonferenze piccole, poi piccolissime, poi minuscole, che lei ama definire “pallini”.

Il cerchio – che i Rinascimentali consideravano forma perfetta ed emblema della divina perfezione –, diventa per lei l’idioma, l’elemento modulare che le permette di edificare l’infinito a partire da uno zero.

La sua mano gira in tondo, purista e perfezionista, vortica e trova per ogni centro il suo cerchio. Si potrebbe pensare che tutto questo lavoro sia opera di un compasso ipercinetico. Mentre invece così non è. La mano è libera, la tecnica lenticolare, e il risultato impeccabile.

“Io disegno a pallini”, mi dice sorridendo. E continua: “…da quando ho iniziato non ho più potuto smettere!”.

Una circonferenza chiama l’altra. Ma soprattutto, circonferenze di differenti dimensioni, accostate le une alle altre, costruiscono percorsi, corpi, somatizzazioni, combinazioni multicellulari, bio-astrazioni, sinapsi e topografie di sensazioni.

Questi  “pallini” non nascono per puro caso. Sono, anzi, figli di una mente ordinata e scandagliatrice. Sono il risultato creativo di una formazione culturale scientifica e matematica.

I “pallini” sono la “cifra” di Elisa Cella. Sono quell’unità che si moltiplica al fine raccontare – su  carta o su tela –, il desiderio, il dolore, la perdita, la depersonalizzazione, il contatto e l’assenza di contatto.

La vita, nella sua circolare ciclicità. E il mistero dell’universo fuori e dentro di noi.

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PER VOCE CREATIVA: GIOVANNA LACEDRA INTERVISTA ROBERTA UBALDI/ BLOG WOMAN’S ART

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa quinta intervista, Giovanna Lacedra incontra Roberta Ubaldi (Terni, 1965).

“L’artista rende visibile quello che l’anima sente.” È questo il principio fondante della ricerca di Roberta Ubaldi. Una ricerca rara e peculiare, che l’ha istantaneamente allontanata dall’uso di supporti tradizionali ed espedienti prevedibili. Per rendere visualizzabile l’invisibile, Roberta ha scelto di adottare il linguaggio della “corrosione”. La corrosione come metafora della vita stessa: del tempo, della memoria, dell’erosione emotiva. O del ricordo rimosso, che riemerge dal calderone dell’inconscio sotto forma di brandello. Un pezzo della propria storia affiorante da una reazione chimica.

Per ottenere questo risultato, l’artista sceglie di schivare la tela, servendosi invece di ferro e ruggine. Pittura ad olio su lamiera ossidata. Una tecnica originale e laboriosa, in cui l’attesa della reazione chimica diviene tempo della meditazione; il tempo in cui lo sguardo pazientemente cerca, tra i grumi e le macchie,  gli elementi che la pittura ad olio andrà a definire. Le tracce casuali dell’ossidazione e della calda cromia bruno-rossastra della ruggine, suggeriscono immagini, apparizioni che piano si materializzano in una precisa zona della superficie ferrosa. Superficie trattata, dunque vissuta, e per questo capace di tramutarsi in un reperto menmonico. E i reperti sono sempre anatomici. Più spesso, si tratta di mani. Mani imprendibili appaiono come visioni abilmente plasmate dal caso. La corrosione crea macchie, e come diceva Leonardo; ”…dalle cose confuse l’ingegno si desta a nove invenzioni” (Libro di pittura, f. 35 v, cap. 66) . La tavolozza è calda. La linea, rinascimentale. La cura del dettaglio, accurata, sapientemente sposa la macchia. La ruggine diviene metafora della mutazione. Emblematica traccia di quanto è stato. Testimonianza di ciò che il tempo ha corroso, non logorandone il ricordo visivo. Che  resta, come ogni ricordo, definito in certi dettagli, sfilacciato e smembrato in altri.

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PER VOCE CREATIVA: GIOVANNA LACEDRA INTERVISTA JESSICA RIMONDI / BLOG WOMAN’S ART

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa quarta intervista, Giovanna Lacedra incontra Jessica Rimondi (Torino 1987).

Per Jessica la donna è un ramo che germoglia. Ma ad un certo punto si sfrangia, si spezza, o forse è l’albero stesso che s’incendia. Perché la sua pittura è così: una deflagrazione su acque chete.

Jessica Rimondi è un’artista torinese molto giovane, oggi residente a Berlino. Ha seguito il corso di pittura presso l’Accademia Albertina di Torino, slacciandosene poi per portare avanti la propria ricerca in maniera autonoma, con grande dedizione e determinazione. In occasione del 4° Premio Internazionale Arte Laguna 2009-2010 ha esposto nella collettiva dei finalisti presso le Tese dell’Arsenale di Venezia. Ha poi presentato il suo lavoro in due collettive presso gli Istituti di Cultura di Vienna e Praga. Risale allo scorso anno “Solitudo”, la bi-personale realizzata con la pittrice catanese Elisa Anfuso (già intervistata in questa rubrica) presso lo Spazio Arte Duina di Brescia.

La sua ricerca prosegue, infaticabile e imperterrita. Ed è soprattutto di ricerca tecnica che si tratta; una ricerca in cui diversi materiali si mescolano e compenetrano. La matita, il fondo acrilico, l’olio, la carta, la colla. Su piatte campiture dalle tonalità piuttosto tenui – in un assetto apparentemente dato da zone di bianco assoluto – e ben ordinati contorni a matita, improvvise stratificazioni di carta e graffianti velature, spiazzano! E vibrano sulla tela, come silenzi esplosi. Come rotture di una quiete, come piaghe nella calma, il substrato di una superficie perfetta, la carne viva sotto la seta della realtà. E pare quasi che l’immagine voglia aprirsi, come una ferita, come un’ustione, per esporre la verità in tutta la sua perentorietà, in tutta la sua intima crudezza. Perché sotto l’immagine, la realtà è fatta di carne viva. I volti nascono dal segno e sono inizialmente soltanto “segno” su quelle campiture celesti o rosa. Poi una parte di quel volto si fa carne, prende le tonalità di un incarnato alla Lucien Freud. E all’improvviso … scompaginante arriva il grido, mediante il gesto pittorico. Immediato come una pugnalata. È lo strappo. È l’urlo straziante che stordisce il silenzio. È come se il soggetto stesso deflagrasse, si rompesse – o interrompesse. È come se il soggetto scoppiasse. È il gesto pittorico, ricercato, meditato, studiato, ma dal risultato efficacemente istintivo, che rende improvvisamente truce la realtà!

Come non avvertire l’eco delle combustioni di Burri, e delle deformazioni anatomiche di Bacon?

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PER VOCE CREATIVA: GIOVANNA LACEDRA INTERVISTA ELISA ANFUSO / BLOG WOMAN’S ART

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa terza intervista, Giovanna Lacedra incontra Elisa Anfuso (Catania 1982).

 

“Fabbrico neve.

 

Fabbrico qualche sogno

Già fuori moda.

 

E attendo che il mondo

Fuori

Si ricordi delle sue stagioni.”

 

Questi i versi con cui si apre la sezione “works” del suo sito ufficiale. Il corpo di un’adolescente in slip e canotta appare ancorato ad una pianta posta sul pavimento, per mezzo di un laccio sottile. La pianta è abilmente risolta con la sintesi di un segno grafico che non è solito inciampare in errori. E in questa immagine che accoglie il visitatore è già leggibile la peculiarità della tecnica grafico-pittorica adottata dall’artista: colore ad olio per il realismo degli incarnati, dei capelli, degli sguardi e dei panneggi, e pastelli utilizzati per i disegni che generalmente si articolano sulle pareti di fondo e che sembrano collocare il soggetto all’interno di un disegno infantile. Come se quella giovane donna – protagonista di ogni tela –, si fosse smarrita in uno dei suoi tanti disegni di bambina. O come se da quel disegno, realizzato tanti anni prima sulla pagina a righe di un quaderno di scuola, fosse sbocciato un mondo parallelo, in cui sogni e ricordi vivono intrappolati. Un mondo-stanza-della-memoria, dove anche il tempo ha smesso di scorrere, e dove l’anima bambina di questa donna che non avrebbe mai voluto crescere, vive in dolcissima cattività.

È l’anima pura, ancora in attesa di tutto ciò che avrebbe potuto essere, impaziente di spiccare il volo per afferrare il sogno più bello, e che ora vive prigioniera in un tempo che non è più. È l’innocenza ancora viva, che fatica ad abitare il mondo degli adulti e che fa di quelle quattro mura invase da disegni, il castello della propria nostalgia.

“Fabbrico qualche sogno già fuori moda…”  sibila l’infante prigioniera di un corpo ormai cresciuto.

Leccornie, dolciumi, balocchi. Zucchero filato e piatti sporchi accatastati su linde tovaglie. Il cibo come metafora del desiderio, di una dolcezza contemplata o divorata. E lei è sempre lì, così candidamente sola.

In “Io sono il mio tempo”, uno dei primi cicli pittorici realizzati dalla Anfuso, questa giovane donna copre con una mano gli occhi della sua bambola, oppure sogna di impiccarsi nuda usando come corda una collana di perle sospesa ad una gruccia.

Nel ciclo titolato “SOgNO” , la fanciulla anfusiana, vestita come una bambola, sfida l’equilibrio salendo in punta di piedi su una sedia di paglia per afferrare un hula hoop, o ancora, sogna di volare legando aereoplanini di carta ai suoi boccoli liberi nel vento. Mentre nel ciclo più recente, titolato “Di sogni e di carne” sono i bianchi a prevalere, dalla lattescenza della pelle al chiarore della camicia a quello di una tovaglia sgualcita.

E l’infanzia è quasi una cella metafisica arredata di sogni.

 

Elisa Anfuso

Elisa Anfuso vive a Catania, dove ha studiato Pittura presso l’Accademia di Belle Arti e dove si è abilitata all’insegnamento di Discipline Pittoriche con un master in Didattica dell’Arte.

Intervistiamola:

 

G.: Scegli alcuni aggettivi che ti descrivano in quanto Donna:

E.: Irrequieta, istintiva, consapevolmente contraddittoria, intima e idealista.

 

G.: Cos’è una Donna secondo te?

E.: È il completamento di quell’altra metà dalla cui unione si origina la vita. Ho una visione cosmica. Poi, tutto il resto, sono architetture sociali, destinate a mutare nel tempo e nello spazio. Ma la Donna è innanzitutto uno dei due termini della dicotomia primordiale da cui nasce la vita. è un peccato che nel tempo gli uomini se ne siano dimenticati.

 

G.: Come vedi collocata la Donna nella società contemporanea?

E.: Personalmente penso che nella società contemporanea donne e uomini dovrebbero avere pari diritti, ma ciò non significa essere uguali. E temo che questo si stia perdendo di vista. Di fatto si continua a lottare per i diritti e nel migliore dei casi ci sono delle leggi a imporli, come se non fosse naturale averli. Inoltre trovo che ci sia un’attenzione eccessiva all’immagine e al  corpo, che rischia di ridurre e ricondurre l’essere donna, l’identità femminile, alla sola sfera sessuale. Ed è questa degradazione la ferita che dovremmo ricucire.

 

G.: Il ruolo dell’artista-donna nel corso della storia e nel contemporaneo:

E.: Credo che nel corso della storia, il mondo si sia a lungo privato della possibilità di scoprire anche un altro modo di sentire le cose, impedendo la libera espressione artistica alla donna. E credo che oggi la sua libertà sia nell’ordine naturale delle cose. Abbiamo così tanto da dire, da svelare e da raccontare!

 

G.: Qual è il dovere di un’artista-donna nella società contemporanea?

E.: Nessun dovere. La nostra pelle patisce le cose in modo diverso ed in modo diverso le racconterà. E in questa diversità c’è un dono.

 

G.: Come vedi collocata l’arte nella società contemporanea?

E.: Trovo che l’arte oggi sia essenzialmente “mercato”, troppo mercato che sottrae importanza al valore emozionale. E mi pare anche che si offra poco sostegno ai giovani artisti. D’altra parte, però, vedo un grande fermento…

 

G.: Quando, come e per quale ragione una Donna come te diventa un’Artista?

E.: Non ho mai scelto di diventarlo, nè di esserlo. Eppure al contempo non poteva essere altrimenti. E’ una di quelle cose irriducibili nella loro urgenza. è il mio modo di essere al mondo, è un brulicare inquieto che senti dentro e devi portare fuori, per dargli un ordine, un senso. Ed è una di quelle sensazioni che mi sono sempre appartenute e che crescendo ho imparato a curare.

 

G.: Cosa osservi del mondo, e cosa di ciò che osservi diventa materiale da plasmare con la tua creatività?

E.: Nel mondo cerco innanzitutto un senso ad ogni cosa. Ho un’indole poetica, non narrativa. Mi annoia osservare l’accadere di eventi fine a se stesso. Nel mio piccolo mondo ideale tutto dovrebbe avere un senso di cui tutti dovrebbero essere coscienti. Quindi mi concentro molto sulle dinamiche, sulle relazioni, sul modo in cui le cose avvengono, sul perchè. Mi affascinano le nevrosi, le varie manifestazioni dell’emotività e dell’istintualità, ma soprattutto mi affascina  il modo diligente con cui tutti cerchiamo di tenerle a bada. L’uomo è una creazione assurda.

 

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca artistica?

E.: La natura umana, il precario equilibrio che fa convivere l’anima (il soffio, come ricorda la sua etimologia) con un corpo di carne viva ed esigente. Le inquietudini che da questo nascono, le tentazioni, le scelte, le paure. I bisogni e i desideri. Adesso, ripensandomi per risponderti, mi accorgo che nelle ultime opere sto sempre più intimizzando, forse quasi stringendo il cerchio. Nelle opere di qualche serie fa ho dipinto porte e finestre che rimandavano ad un altrove. Poi, di opera in opera, la stanza è diventata sempre più piccola e sempre più vuota. E l’altrove si ridotto ad una tavola neppure imbandita, ma spoglia, sulla quale sono raccolti  piatti (ormai) vuoti, o è posato un pasticcino. E noi siamo alberi, siamo radici che devono nutrirsi dalla terra. E siamo rami che vogliono toccare il cielo. Affronto queste tematiche per cercare in prima persona delle consapevolezze, e per indurre lo spettatore  a cercarle. Vorrei, con la mia pittura, suggerire qualche nuovo percorso raccontando delle storie, perchè le narrazioni danno forma al mondo. E  in un momento storico come il nostro, in cui imperversa l’analfabetismo emotivo e l’anestetizzazione delle coscienze, provocare una qualunque riflessione, sarebbe già un grande traguardo.

 

Elisa Anfuso in mostra

G.: Quale tecnica adoperi? E quale supporto?

E.: Dipingo ad olio su tela, ma non sono una purista della tecnica. Per alcuni soggetti adopero i pastelli a matita. L’olio, con la sua corporeità, enfatizza la carne e la materia delle cose, i pastelli al contrario, per il loro tratto infantile, rimandano ad una dimensione diversa, quella del pensiero, che trova così la forma tramite cui concretizzarsi.

 

G.: Vuoi raccontarci la genesi di un tuo lavoro, step by step?

E.: I miei lavori a volte nascono sottoforma di visione, improvvisa ed inevitabile. Altre volte sono pensieri che si incrostano gli uni sugli altri. Ho un piccolo set fotografico, qualche storia da raccontare, qualcuno ad interpretarla o talvolta a suggerirla. basta un gesto, uno sguardo, una posa inaspettata. E così le mie foto diventano i bozzetti dei miei quadri. Anche se, davanti alla tela bianca cambia tutto. La lentezza della tecnica ad olio mi porta a soffermarmi a lungo, a sovrapporre di continuo colori e pensieri. Realizzo una traccia a matita, lavoro i fondi e la stesura base ad acrilico, poi l’olio, mezzitoni/ombre/luci e velature su velature. Infine lavoro spesso coi pastelli, dimentico la tecnica, la forma, i colori e lascio che sia semplicemente la punta di una matita, nel modo più elementare possibile, a continuare il racconto.

 

G.: Quali sono i tuoi riferimenti storici? Quali artisti o correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

E.: Piero della Francesca, Mantegna, Hayez, Van Eyck, i Preraffaelliti. Tutti in qualche modo accomunati da un certo simbolismo più o meno manifesto e da una sorta di “congelamento” del tempo che sposta la realtà in un piano differente e sembra lasciarla lì, sospesa sulla superficie, per potervi scavare dentro.

 

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? O musica?

E.: Tarkovskij, Terry Gilliam e Tim Burton per le loro visioni. Galimberti, per il suo

sguardo lucido ma appassionato sulle dinamiche dell’uomo contemporaneo. Nietzsche, cui devo parte della mia coscienza. Moltheni, Alessandro Grazian, i Baustelle.

 

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

 

E.:  Inizio con Moscacieca, 2012” :

Il titolo rimanda ad una dimensione ludica ed infantile. Ma questo è accaduto tanto tempo fa, i piatti sono ormai vuoti. Lei ha divorato tutto. Eppure lo zucchero filato l’ha risparmiato: quello, per nessuna fame al mondo vorrebbe mangiarlo. Ma loro si, le mosche sono avide di zucchero rosa. E lo assalgono, lo coprono, sottraendolo alla nostra vista.

 

La seconda opera è La terza tentazione, 2013”

La domanda che ci si pone ora è: quanto pesa un pasticcino? Quanto pesa cedere alla tentazione? Così tanto da far scoppiare il palloncino con cui vorresti volare via. Non è rimasto altro che l’ultimo peccato e l’ultima salvezza.

Elisa Anfuso, La terza tentazione, olio e pastelli su tela, 2013

 

Infine, Cannibalismo, 2012”

Ancora una volta è a tavola si consuma la vita, a tavola si mettono in scena i bisogni, si costruiscono precarie architetture di desideri, pronte ad essere sacrificate nel banchetto, quando non resta altro. Sappiamo essere spietati noi esseri umani.

 

Elisa Anfuso, Cannibalismo, olio e pastelli su tela, 2012

 

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte :

E.:  Le fotografie di Francesca Woodman, narrano di una femminilità inquieta, tormentata, consapevole, carnale ma al contempo incorporea. Poetica e persino sensuale.

 

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

E.:   “The Murmur of the Innocence 5” di Helnwein

 

G.: Le mostre più rilevanti e memorabili del tuo percorso sino a qui:

E.: SOgNO, presso la Galleria Artesia di Catania. Abbiamo riempito la galleria di sedie, orologi, gabbie e scarpette che sembravano essere usciti fuori dai quadri e avere invaso lo spazio. E, da poco conclusasi, [Solitudo], una bipersonale con Jessica Rimondi, presso lo Spazio Arte Duina. Il confronto con un’artista apparentemente tanto distante da me, ma profondamente affine, è stato stimolante per entrambe.

 

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

E.: Ho iniziato una collaborazione importante con la Galleria Augustin di Vienna e sto ricevendo proposte per una nuova personale. Ma non faccio mai progetti a lungo termine.

 

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

E.:  “La paura degli esseri umani è paura di essere umani” – Marta sui Tubi

 

Per approfondire: www.elisaanfuso.com

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PER VOCE CREATIVA: Giovanna Lacedra intervista Jara Marzulli / blog Woman’s Art

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Ad inaugurarlo, l’incontro con Jara Marzulli (Bari, 1977).

Jara è una pittrice dallo sguardo molto intimo e materno. Ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Bari, insegna discipline artistiche ed è madre di due bambini, oltre ad esserlo delle sue tele. Tele sempre poeticamente pervase di corpi.

Già a partire dalla prima serie, intitolata “Strisce”, il corpo femminile diventa tema centrale ed essenziale della sua ricerca. Corpi feriti, fasciati, corpi gravidi;  corpi legati ad altri corpi. Garze, cerotti, lunghe ciocche di capelli, nastri di raso. Sangue. E più recentemente fiori ed insetti.

Donne, madri e bambine popolano le sue tele. L’identità femminile passa attraverso l’identità corporea.  E questo accade sin dall’infanzia. Immediatamente sei il tuo corpo che sente. E sente incessantemente: il legame, la distanza, la fusione e l’orrore del vuoto.

Jara dipinge con una tale sapienza tecnica, da potersi permettere quel graduale percorso verso la sintesi stilistica, che oggi sembra aver intrapreso.

 

Jara Marzulli

G.: Cos’è una Donna secondo te?
J.: Una donna è, nel corpo e nello spirito, un contenitore di messaggi universali

G.: Come vedi collocata la donna nella società contemporanea?
J.: Credo ci sia un peso molto oneroso che la donna contemporanea deve sostenere: il peso di una eredità che ci arriva da tutte le conquiste fatte da donne coraggiosissime, in un passato lontano e recente. Difendere tutto ciò è la nostra grande responsabilità.  Ma vedo anche molte fragilità. Mi riferisco ad una esagerazione deprimente circa l’uso dell’immagine corporea. Il corpo femminile appare oggi svuotato anche da un sano erotismo. E poi… la violenza sulle donne, ancora così ignobilmente diffusa! Questa società è complicata, se da una parte si compie la battaglia per una emancipazione e per una parità di diritti, dall’altra bisogna stare attente a non pretendere “posizioni” a tutti i costi senza conquista vera da parte dalla donna, perché questo potrebbe paradossalmente fomentare la “differenza”. 

G.: Descrivimi liberamente te in quanto Donna:

J.: Sono una donna coerente quando si tratta di compiere scelte. Forte, severa ma anche fragile.  fragilità la sento emergere quando mi concentro sul percorso infinito che è la costruzione della propria identità. Sono una guerriera delle mie idee e dei miei pensieri. Molto più equilibrata di ciò che potrei sembrare, so di essere una donna dalle ampie vedute. Ho assecondato il mio desiderio di amare, di essere amata e di avere dei figli. E sono di una sincerità estrema nel rapporto che ho con questo mio corpo, una sincerità tale da domandarmi, talvolta, in che modo affronterò il decadimento della carne.

G.: Qual è il dovere di un’Artista-Donna nella società contemporanea?
J.: Innanzi tutto non parlerei di dovere. Al di là delle battaglie femministe in cui anche una moltitudine di artiste si è battuta per esprimere le proprie idee, penso che fare arte per una donna sia un diritto. Trovo soprattutto pericoloso circoscrivere la femminilità per renderla più forte. Si rischia di ghettizzarla. Io insisterei invece per un dialogo tra opere.

G.:Quando, come e per quale ragione (se c’è una ragione)  una donna come te diventa un’Artista:
J.: Penso che non ci sia una ragione, ho seguito la mia propensione sin da piccola.

G.: Cosa osservi del mondo, e cosa di ciò che osservi diventa materiale da plasmare con la tua creatività?
J.:  Del mondo osservo l’umanità, soprattutto indagando gli sguardi. Dunque il materiale di cui mi servo è prevalentemente umano. Mi capita, quando qualcuno parla, di concentrarmi quasi esclusivamente sui suoi occhi e sulla sua gestualità. Le parole, per me, vengono molto dopo. Il fascino di un portamento o di una espressione mi da la possibilità di creare e plasmare un racconto pittorico.

G.: Quale tecnica adoperi e quali sono le tematiche della tua ricerca artistica?
J.:  Dipingo ad acrilico ed olio su tela di cotone fine. E dipingo corpi. Il corpo è sempre stato centrale nelle mie opere. E negli anni mi sono concentrata su tematiche relative al ricordo, all’origine, alla ricerca della propria identità, alla scoperta di sè. Dipingere è per me un tentativo di riscrivere quella storia nascosta nel corpo, quella storia che abita ciascuno di noi. E per narrarla uso oggetti simbolici come nastri, garze, insetti. La mia pittura si serve della carne per andare oltre la carne. Le mie donne vivono immerse in una atmosfera liquida. E la dimensione temporale non è mai definibile.

G.: Vuoi narrarmi la genesi di un tuo lavoro?
J.:  Parto sempre da uno studio fotografico: ho già chiara nella mia mente un’idea quando preparo il set. Ecco, già da quel momento la mia opera prende a vivere. Faccio una selezione accurata delle fotografie, e una volta operata la scelta, procedo con la  trasposizione pittorica. Comincio  stendendo prima una imprimitura gocciolante con gesso e colla sulla tela. Poi studio le proporzioni del disegno, e con matite colorate vado a costruire le figure. Nella fase di abbozzo mi servo di tonalità verdastre per la resa dei volumi. In sostanza la mia pittura si risolve per velature:  le ultime due sono molto liquide e calde: prediligo infatti i toni degli ocra, dei rossi e delle terre, per concludere un mio lavoro.

G.: Quali artisti o correnti artistiche hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?
J.:  Da sempre subisco l’incanto dell’arte risalente al secondo Ottocento Francese, a partire dalla rottura con la tradizione e con l’accademismo, operata dagli Impressionisti a partire dal 1874.  Sono sinceramente innamorata di Degas, Renoir, Toma… ma anche di Simbolisti e Pre-Espressionisti come Redon, Munch, Schiele.

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari?

J.:  Certamente. E anche in questo caso parto dall’Ottocento, spostandomi però su una produzione letteraria meramente femminile: le sorelle Bronte e Jane Austen.  Leggo Marguerite Duras, Isabel Allende, Antonia Arslan. Amo Karen Blixen per il forte sentimento d’amore nei riguardi della natura dei popoli di culture differenti dalla nostra. Trovo molto interessante Melania Mazzucco e sono affascinata dalle autobiografie, in special modo ho letto diverse autrici che hanno scritto le loro storie di coraggio nei paesi islamici. Tra le poetesse invece, mi trasportano Emily Dickinson e Sylvia Plath. 

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte?
J.:  Giuditta che decapita Oloferne (del 1612 circa) di Artemisia Gentileschi

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?
J.:  Poiché  avrei voluto fare anche scultura direi le opere di Michelangelo perla Tomba di Lorenzo De’ Medici, dove sono rappresentate le allegorie dell’Aurora, del Crepuscolo, della  Notte e del Giorno.

G.: Scegli 3 delle tue opere per parlarmi della tua ricerca:
J.:  “Intro ventre” del 2010:

Jara Marzulli – Intro Ventre – 120×100. 2010

In quest’opera vi sono concentrati aspetti differenti, come la trasformazione corporea della donna nella gravidanza ed il travaglio più che altro mentale. E qui il legame si fa sadica curiosità: la curiosità di una figlia e sorella del futuro nascituro, che apre l’interrogativo eterno della vita.

 

“Diana” del 2012:

Diana rappresenta la sicurezza di una donna: è una figura mitologica dal seno saturo di latte. La sua natura quasi bestiale incontra, in quest’opera, la capacità di mettere in discussione se stessa. Emblematico di tale prontezza è  il taglio della treccia: un gesto che la rimette in contatto con la “bambina” che è sempre dietro ai suoi occhi.

 

“La bambina e le api” 2012:

Jara Marzulli – La bambina e le Api – olio e matita su tela, 120×80. 2012

In questo dipinto, invece, una creatura lascia uscire da sé immagini ancestrali di insetti simbolici. Il nettare della vita scorre dai fiori tenuti stretti fra le mani. Si ripete il motivo del taglio della treccia: le trecce tagliate e calpestate simboleggiano il distacco da una storia vissuta. Rappresentano una sorta di alleggerimento dell’anima, ora pronta a viverne di nuove.

 

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

J.:  Sto lavorando alla mia prossima esposizione personale,  prevista per il prossimo Maggio 2013 negli spazi della E-Lite Studio Gallery di Lecce. La mostra  raccoglierà tutti i lavori del 2012 più diversi inediti, e sarà curata da Roberto Lacarbonara.

Per approfondire, il sito di Jara Marzulli.

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Yoko Ono. Da bambina dell’oceano a donna Fluxus / Blog Woman’s Art

di Giovanna Lacedra

“Sbucciami.  Spogliami.  Sfogliami di dosso questo strato di paure. Rendimi libera. Rendimi nuda, di fronte al mondo e di fronte a me stessa. Voglio espormi, come una ferita senza garze. Voglio espormi, come un’opera fuori dalla sua teca protettiva. Voglio rischiare la vita per mano tua.”

Cut Piece performance – 1964/66

Sono queste le parole che immagino di sentire ogniqualvolta guardo il video di “Cut Piece”, la memorabile performance di Yoko Ono. Potrei anche sbagliarmi. Ma se così fosse, errerei di poco.

Sono quasi certa che se questa fosse una serata di marzo del 1965, ed io mi trovassi lì, al Carneige Recital Hall di New York, con una forbice in mano, ad un passo da lei e dalla sua veste già in parte sfrangiata, leggerei queste parole nel suo sguardo vitreo ed impassibile. “Sbucciami… Spogliami…  Sfogliami…” . Taglierei un brandello di stoffa.  Le scoprirei un seno. Poi l’altro. Poi parte dello sterno. Cautamente. E so che lei resterebbe così, con lo sguardo fisso altrove, a braccia conserte e gambe incrociate. Felice di essere scoperta e di sapersi indifesa.

Cut Piece. Un atto performativo audace e catartico.

Lei è lì, senza orpelli e senza voce. Indossa null’altro che un lungo abito scuro. E da quell’abito, chiede di essere liberata. Piano. Brandello dopo brandello.

Sono gli spettatori a fare tutto. Viene data loro una forbice:  l’arma che la libererà dalla sua buccia.

Sforbiciata dopo sforbiciata, l’anima si alleggerisce. Quasi come a perdere corpo. Quasi come a ritrovare un’identità. Gli strati di menzogne che l’avevano dissimulata cadono, come lembi di un inutile vestito.

Lei è lì, quella sera di marzo del 1965, imperscrutabile come lo è stata durante la sua prima esibizione in Giappone, prima a Kyoto e poi a Tokio.

Appena vent’anni dopo l’esplosione della bomba atomica, la bambina che insieme alla sua famiglia ha vissuto gli orrori della guerra  è ora una donna certa del proprio diritto alla libertà e decisa a sfidare le ombre della paura. In silenzio, va a sedersi al centro del palco, incrocia le gambe in posizione meditativa e lascia che il primo spettatore le si avvicini. Gli porge la forbice e lo invita a tagliarle via l’abito-corazza.

Dopo il primo arriva il secondo, e poi il terzo e poi il quarto… e poi l’ennesimo.

Cut Piece performance – frames

I primi spettatori sono timorosi, sferrano timide sforbiciate. Ma con i successivi il ritmo della forbice si fa sempre più veloce. Anche chi taglia perde la paura, e partecipa emotivamente all’azione.

Come scrive lo storico dell’arte Edward Lucie-Smith, “l’artista non crea qualcosa di separato e chiuso, ma piuttosto fa qualcosa per rendere lo spettatore più aperto, più consapevole di se stesso e del suo ambiente”. E chi taglia diventa consapevole del valore di quell’atto. Sa che sta privando l’artista del suo involucro protettivo.

Mentre perde la corazza, Yoko Ono non dà alcun segno di turbamento. Resta ferma, immobile, apparentemente distaccata. L’abito si sfoglia, di sforbiciata in sforbiciata. La sua pelle affiora, come un fiore lunare. E il suo sguardo non tradisce sommosse emozionali.

È ostinata. Sì. Lei non è semplicemente una donna. Lei è la donna. Quella che sa vincere sulle proprie paure. Quella libera da ogni  tabù. Quella postmoderna. Che si appartiene e dunque si dona.

Come  dichiarò in un’intervista per un magazine londinese:

“Mentre lo facevo, guardavo fisso nel vuoto, mi sentivo un po’ come se stessi pregando. Io sacrificavo volentieri me stessa”

‘Cut Piece’ è stato un atto performativo di grande intensità; una sorta di inno all’autenticità. Il risultato, in chiave artistica, di un percorso intimo e spirituale.

Foto di famiglia

Figlia maggiore di un ricco banchiere giapponese e di una pianista che aveva sacrificato  la propria creatività  per lavorare in banca, Yoko Ono ha dovuto tagliarsi di dosso la camicia di forza di una educazione rigida e anaffettiva.

Il suo nome significa “bambina dell’oceano”, e la sua personalità fluida e ribelle ne è stata un fedelissimo  riflesso.

Nata Tokyo nel 1933 e trasferitasi negli Stati Uniti, è ricordata soprattutto come compagna del grande Jonh Lennon. Eppure non tutti sanno che fu una delle prime sperimentatrici di happening, e che aderì sin da subito al movimento Fluxus, fondato dal lituano-americano George Maciunas con l’ambizione di miscelare arti visive, poesia, musica sperimentale e  teatro, creando fluide contaminazioni.

Per Yoko Ono scegliere di seguire la propria vocazione non fu facile.

I suoi genitori desideravano che frequentasse ricche e facoltose famiglie statunitensi. E lei, per tutta risposta, disubbidì. Prese ad incontrare artisti, poeti,  bohemienne e anticonformisti di ogni sorta. Si battè per i diritti umani. La ragazzina giapponese dalle buone maniere, scampata allo schock dei bombardamenti, divenne insofferente alle regole. E decise, infine,  di sfidare la rigida e algida educazione famigliare.

Quella frustrante rinuncia materna alla creatività divenne per lei un saldo  antimodello.

Già sul finire degli anni Cinquanta  iniziò  a comporre quello che lei stessa definì  “un manuale di istruzioni per l’arte  e per la vita”: Grapefruit.

Il pensiero liquido, in linea con la storica poetica fluttuante giapponese,  qui diventa  immagine nella parola. Ogni pensiero è figlio di una data, di una stagione, di un attimo fugace, eternato dall’inchiostro.  Dona forma all’energia immaginifica.

Secondo Yoko Ono l’immaginazione è il vero potere dell’essere umano. Può tutto. Può persino fornire strumenti per migliorare la realtà. Lo stesso Lennon confessò di aver preso spunto da alcuni di questi versi per scrivere quella che è divenuta la sua canzone più celebre: Imagine.

Grapefruit è una raccolta di versi asciutti, memori della tradizione haiku. Apparentemente fondati sul paradosso e sul nonsense. E  invece magici ed intensi. Liberi, esattamente come un flusso. E profondissimi, quasi come l’oceano.

Frammenti poetici visualizzabili.  Versi visivi, che potrebbero essere azioni. Ogni frammento, il concept di una Fluxus performance. Leggendoli si è quasi in quel luogo senza confini in cui tutto accade. Un luogo fluttuante che i più chiamano “fantasia”.

 

Frammento Pulsante:

“Ascoltatevi le pulsazioni l’un l’altro

mettendo l’orecchio uno sullo stomaco

dell’altro.”

(1963 Inverno)

 

Frammento dell’acqua:

“Ascolta il suono dell’acqua

sotterranea.”

(1963 primavera)

 

Frammento lineare III

“Disegna una linea con te stesso.

Continua a disegnare finchè non scompari. ”

(1964 Primavera)

 

Frammento di vento:

“Taglia un dipinto a pezzi  e lascia che si perdano nel vento”

(1962 estate)

 

Frammento dell’Ombra:

“Metti insieme le tue ombre

finchè diventano una sola”

(1963)

Frammenti fluidi,  che sfidano la plausibilità del reale. Fluxus-Haiku.

Parole alchemiche, che hanno permesso alla  bambina dell’oceano di  ascoltare la sua anima fluttuante.

 

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