WOMAN's JOURNAL

Una donna ha dipinto tutto questo: Artemisia Gentileschi/Blog Woman’s Art

Autoritratto come suonatrice di liuto

Avere dodici anni e sapere cosa si vuole.

È possibile che questo accada ad una preadolescente del XVII secolo?

Artemisia Gentileschi. Primogenita di sei figli maschi. Orfana di madre e sedotta dalla maestria pittorica del padre, decide che vuole dipingere. Lo capisce molto presto. E non intende perdere tempo.

Ha infatti soltanto dodici anni quando inizia a trascorrere giornate intere nell’atelier paterno.

Orazio la alleva alla pittura. Le permette di affinare il suo talento. La  porta con sé persino sui cantieri delle ville romane, dove  riceve committenze per la realizzazione di affreschi a tema mitologico, religioso o celebrativo. Sono questi gli anni dei celebri affreschi di Annibale Carracci presso Palazzo Farnese, e delle grandi tele che il tenebroso naturalista Michelangelo Caravaggio realizza per le Chiese di Santa Maria del Popolo e San Luigi dei Francesi. E sono anche gli anni in cui matura  il Quadraturismo, genere illusionistico con cui pittori come Andrea Pozzo o Pietro Da Cortona –  abili conoscitori delle più raffinate regole prospettiche –, “sfondano” soffitti e pareti, moltiplicando illusionisticamente gli spazi.

In questa Roma post-tridentina – in cui nuove scoperte scientifiche decentrano l’uomo rinascimentale  e in cui si diffonde l’uso di una luce caravaggesca scovante uomini tra le maglie delle tenebre –, una bambina non ancora donna, dalle forme floride e dal carattere deciso, usa i pennelli di suo padre.

Ma è una quotidianità“maschile”, che si rivelerà presto costosa.

Artemisia  viene facilmente  etichettata come “una puttana… prostituita dal suo stesso padre…”. Il popolo mormora di come l’avvenente e prosperosa adolescente posi senza vergogna per i nudi a figura intera delle opere paterne, e pare anche che lo stesso genitore inviti i suoi  amici a godere di questo spettacolo. Sono forse queste “cattive” abitudini a creare le condizioni per quella che sarà l’esperienza più atroce vissuta da Artemisia per mano di Agostino Tassi, esperto quadraturista e amico di suo padre.

Orazio vuole che sua figlia apprenda la tecnica di dipingere prospettive, per cui l’affida a questo suo collega. Ma il maestro si spinge ben oltre… È una giornata piovosa del  1611, quando Agostino si reca da lei, nella sua casa in via della Croce a Roma.  Artemisia sta dipingendo. Lui le toglie di mano la tavolozza e la invita a lasciare lo sgabello per sgranchirsi le gambe. Lei trova immediatamente “strani” i suoi modi, per cui finge  di sentirsi poco bene. Ma Agostino non le da ascolto. Anzi, la trascina in camera. Poi la spinge sul letto, le infila un ginocchio tra le gambe… e dopo averle messo un fazzoletto sulla bocca evitare che urli, le solleva furiosamente gli abiti… e la stupra.

La penetra ripetutamente. Trafiggendola e sverginandola.

Lei non ha che quindici anni. E questo accadimento si trasforma nel trauma centrale della sua vita.

Dopo l’accaduto, Artemisia racconta tutto  a suo padre, il quale la convince a denunciare il Tassi. Ma il tribunale mira a farle ritirare la denuncia, e per questa ragione la sottopone ad ignobili torture.  Tra le più truci, lo schiacciamento dei pollici. Mentre le vengono legate alcune cordicelle alle dita, in preda alla rabbia Artemisia grida:

“Ecco… ecco… è questo l’anello che mi dai? Sono queste le tue promesse?

Un anello. Delle promesse. Sì, perché dopo la violenza  Agostino aveva tentato di acquietarla, promettendole un matrimonio riparatore che non si realizzerà mai. Il colpevole viene condannato a 5 anni di esilio, ma grazie all’intervento di alcuni suoi mecenati ottiene una riduzione della pena, che non inficerà minimamente  la sua fama di artista.

Artemisia invece deve ricostruirsi. Nel corpo, nella dignità, nella percezione di sé.

Una vera ingiustizia, sulla quale coverà per sempre un desiderio di rivalsa.

Quella vendetta mai assaporata, quella vendetta mai attuata, si realizzerà nel tempo, su tutte le tele a soggetto biblico narranti uccisioni e  sgozzamenti.

Quel coltello afferrato in cucina in quel pomeriggio piovoso del 1611, e mai utilizzato contro lo stupratore, diventerà la spada o il picchetto con cui  valorose eroine nate dal suo pennello,  giustizieranno i loro oppressori. Come accade in  “Giuditta e Oloferne”, tela dipinta nel1612, a conclusione del processo.

Giuditta e Oloferne – 1612

L’uso della luce caravaggesca, già adoperata da Orazio, entra subito nella maniera pittorica della giovane Artemisia .

In questo suo primo capolavoro, il dolore e la rabbia vengono sublimati dal gesto creativo. L’opera, letta e interpretata in chiave psicanalitica, è infatti considerata una vera e propria trasposizione pittorica della violenza subita dal Tassi e del dolore che questo ha generato in lei.

La rappresentazione di Giuditta che taglia la testa ad Oleferne diventa emblematica del desiderio di vendetta che Artemisia cova. A  proposito di quest’opera  Roberto Longhi scrisse:

“Chi penserebbe …che sopra un lenzuolo studiato di candori ed ombre diacce degne d’un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato, da parer dipinto per mano del boja Lang? Ma – vien la voglia di dire –, ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo?”

Si. Una donna ha dipinto tutto questo.

Subito dopo il processo, a soli 16 anni sposa il pittore toscano Pier Antonio Stiattesi e si trasfersce a Firenze, dove oltre a dipingere la celebre scena di Giuditta che taglia la testa ad Oloferne,  inizia a lavorare su committenza granducale. E nel 1616 è sempre lei, la prima donna ad iscriversi all’Accademia del Disegno!

Diventa madre per quattro volte, ma negli anni perde due figli. La morte di Cristofano, di soli 5 anni, ad esempio, la fa sprofondare in una buia depressione. Solo Prudenzia, la terzogenita, raggiunge la maggiore età, riuscendo a seguirla nei suoi trasferimenti successivi, prima a Roma e poi a  Napoli.

Artemisia troverà nell’arte l’assoluzione – e la soluzione – al proprio destino.

Dipingerà ancora quel desiderio di rivalsa, su altre tele riportanti la vicenda di Giuditta e Oloferne, ma anche su quella raffigurante la storia di “Giaele e Sisara”, dipinta nel 1620,  in cui l’audace Giaele sferra con massima forza e raziocinio, il colpo di picchetto a Sisara, in una composizione drammatica ed essenziale, dove la teatralità è data dal fondo buio e dall’improvvisa accensione dei blu di lapislazzulo e dei gialli. Giaele è in ginocchio, saldamente piantata a terra. Con il viso calmo e il braccio alzato per sferrare il colpo. Come se si accingesse a compiere una azione consueta.

Giaele e Sisara – 1620

Artemisia è stata una donna capace di legittimarsi al proprio destino di artista.

Ha saputo preservare la propria indipendenza, in ogni circostanza. Ha impugnato pennelli quasi fossero coltelli, per raccontare la rabbia, l’umiliazione, l’oltraggio e il coraggio.

Donna ferita. Calunniata e stuprata. Ma anche donna rinata nella pittura, come una fenice dalle proprie ceneri.

Acclamata presso le corti del Granduca di Toscana, del Viceré di Napoli, di Re Carlo I di Inghilterra, Artemisia fu colei che il Longhi, in un celebre e introvabile saggio del 1916 dedicato ai Gentileschi – e titolato “Padre e Figlia” –, definì come “…l’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità; da non confondere adunque con la serie sbiadita delle celebri pittrici italiane…”.

Autoritratto come Allegoria della Pittura – 1639

 

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One Response

  1. claudio ha detto:

    Adoro Artemisia, fra tutti Caravaggeschi lei è senz’altro quella che preferisco.Ciao Claudio

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