WOMAN's JOURNAL

Una donna ha dipinto tutto questo: Artemisia Gentileschi/Blog Woman’s Art

Autoritratto come suonatrice di liuto

Avere dodici anni e sapere cosa si vuole.

È possibile che questo accada ad una preadolescente del XVII secolo?

Artemisia Gentileschi. Primogenita di sei figli maschi. Orfana di madre e sedotta dalla maestria pittorica del padre, decide che vuole dipingere. Lo capisce molto presto. E non intende perdere tempo.

Ha infatti soltanto dodici anni quando inizia a trascorrere giornate intere nell’atelier paterno.

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Hollaback Italia: combattiamo insieme le molestie in strada

Quale donna, ragazza e forse bambina camminando per strada da sola non si è sentita gli occhi addosso invadenti di un uomo? Quella sensazione costante di paura e di fragilità. Un movimento partito dagli Stati Uniti e ora arrivato anche in Italia vuole sollevare il problema delle molestie in strada. Si chiama Hollaback, e sul sito http://italia.ihollaback.org/home/ sta raccogliendo le storie. Sono storie in cui ci si può facilmente identificare. Purtroppo essere donna, vuol dire anche doversi sentire deboli e indifese. Con Hollaback possiamo sentirci meno sole…ma quali soluzioni si possono adottare per combattere il problema?

Offertona alla fermata della 90 a Milano

Rientravo da casa di un’amica, aspettavo la 90 per far due fermate e andar a casa per studiare. Erano circa le 22, avevo i miei cuffioni, le mie canzoncine indie alle orecchie e la sigaretta in mano. Vedo avvicinarsi un uomo sulla trentina, mi fa dei gesti strani. Penso subito che voglia chiedermi una sigaretta in cambio. Faccio per dargliela, e lui fa “No, no” con il dito, e, sempre a gesti, mi chiede di togliere le cuffie. “Vorrà un’informazione”, penso. Continua a leggere su Hollaback

Francesca, 16 anni

Io di brutte storie di questo genere, nonostante abbia appena 16 anni ne ho subite parecchie.
Le più brutte sono state due che penso non dimenticherò mai per tutta la vita.
Premetto che io ho cominciato a svilupparmi a 13 anni, a 14 anni avevo già le fattezze di una ragazza più cresciuta.
Quindi, estate del 2010, stavo percorrendo una strada a piedi di 4 km, sembrava non arrivare mai la fine, non riuscivo a capire come potesse essere così lunga, mi sembrava infinita, tra i clacson e i fischi che mi arrivavano dalle macchine. Continua a leggere su Hollaback

La storia di Michela Murgia: “Quella volta che ho fatto il drag king”

Cinque anni fa a Roma ho partecipato a un laboratorio di drag king organizzato da una chiesa evangelica nell’ambito di un campo scuola per gay e transgender cristiani. Il drag king è una persona di sesso femminile che si sottopone a ore di trucco e travestimento per arrivare a ottenere un aspetto che la avvicini il più possibile a quello di un uomo. Gli scopi possono essere molti: il piacere di stupire, la voglia di esibirsi a uno spettacolo specifico con musiche, balli e canti, ma anche solo esprimersi diversamente per un giorno nella vita, magari andando a fare la spesa. Non è una cosa facile da fare: ci vogliono ore, esperienza, aiuto e moltissima pazienza: il risultato è realistico, non enfatico come la femminilità delle drag queen. Continua a leggere su Hollaback 

Chiara: “perché non posso camminare tranquilla per le strada senza dover pensare che ogni persona che mi segue sia un potenziale molestatore?

Tornavo dal lavoro, erano le 8 di sera, era buio e pioveva. Nel brevissimo tratto a piedi dalla metro a casa incrocio diverse persone che vanno nella direzione opposta, tra cui uno che mi sembra rallentare quando mi vede. Non ci faccio molto caso.

Davanti al portone di casa, mentro sto girando la chiave nella serratura, mi trovo di fianco un uomo anonimo sulla trentina, che mi guarda come se volesse entrare dopo di me. Immagino che abiti nello stesso palazzo – non conosco quasi nessuno dei condomini – e lo faccio entrare. Vado in ascensore, e lui entra con me anche lì; l’ascensore è molto piccolo, ci stanno a malapena due persone. Gli chiedo a che piano va, e lui dice: “l’ultimo”. Schiaccio il pulsante, ma il panico mi assale subito quando realizzo che all’ultimo piano abito solo io. Nella mansarda sopra di me abita un signore anziano che conosco di persona. Nel panico, guardo davanti a me e cerco di capire cosa fare. Lui mi guarda e dice: “che belle gambe che hai, sono sexy, le voglio toccare”. (avevo una gonna con delle calze spessissime nere). Io gli dico: “è chiaro che non abiti qui. Continua a leggere su Hollaback

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VANESSA BEECROFT: IL CORPO COME INSTALLAZIONE VIVENTE/ Blog Woman’s Art

VB01, VB02, VB03… VB043…VB052…  Sembrano codici seriali di apparati tecnologici, ma non lo sono.

Sono invece i titoli delle opere di Vanessa Beecroft, artista concettuale italiana formatasi all’Accademia di Brera,  e attualmente residente a Los Angeles.

La performing art canonicamente prevede un’azione diretta e spiazzante, talvolta connotata da una ricerca di interazione con il pubblico, talaltra da un immediato  coinvolgimento di quest’ultimo.

Le performances della Beecroft, invece sono lente e monitorate.

Sono performances virtuosamente  pianificate, e mai  personalmente agite.  Sì, perché Vanessa Beecroft non è una performer. È piuttosto una creatrice di performances. È regista, coreografa, autrice. Ma non attrice delle sue idee.

Sono invece altri, i corpi che performano. Sono atletici, immobili e statuari. Sono corpi di altre donne, presi in prestito dal reale, per dar forma alle sue idee. E vengono collocati nello spazio come se si trattasse di vere e proprie installazioni, sulla base di precisi progetti.

Ognuna di queste donne viene scelta con grande accuratezza, mediante un’attenta selezione. E tenendo conto ogni volta del particolare messaggio insito nel progetto. In alcuni casi la scelta viene operata in base all’età o all’altezza,  altre volte in base alle caratteristiche somatiche tipiche del paese che ospiterà l’evento.

Inizialmente la Beecroft  raccoglieva le ragazze per strada. Oggi invece sono gli stessi musei ad inviarle portfoli con foto di modelle in base alle caratteristiche da lei richieste. Come uno scultore si reca nelle cave di Carrara a scegliersi il blocco di marmo più idoneo all’idea , cosi la Beecroft sceglie le donne che prenderanno parte alle sue performance.

In fondo, queste donne non sono che strumenti del mestiere. Materiale necessario per la realizzazione dell’opera.

Seriali come i codici dei suoi lavori.

A volte nude, altre munite di accessori. Come accadde a Vienna, quando 45 ragazze indossarono  stivali della Gestapo, o a Londra, dove  25 ragazze avevano lunghi capelli rossi come la regina Elisabetta I.

Per ogni performance l’artista necessita di un determinato stereotipo femminile. Le donne che prendono parte ai suoi  tableaux vivant devono rispondere a canoni ben precisi. Si tratta dunque di un processo complesso e oneroso.

Non era esattamente così agli esordi, quando da studentessa, Vanessa non disponeva del medesimo budget.

Furono alcune sue compagne di corso, allora,  a performare per lei. Vestirono indumenti presi dal suo guardaroba e presero a muoversi lentamente, meccanicamente, negli spazi della Galleria di Luciano Inga Pin, in via Pontaccio a Milano. Era il 1993, anno del suo diploma, e in occasione del Salon Primo dell’Accademia di Belle Arti di Brera il progetto della giovanissima  Vanessa fu accolto in quel noto spazio milanese, che aveva visto agire per la prima volta in Italia niente meno che Gina Pane, con la sua ”  Azione Sentimentale” esattamente venti anni prima, nel ’73.

Al centro della sala nella quale si muovevano le modelle, vi era un piedistallo sul quale era esposto un diario appartenente all’artista, in cui dal 1985 al 1993 aveva annotato maniacalmente cibi e pietanze ingurgitati durante il giorno. Un’annotazione fatta giorno per giorno, che si ripeteva come un elenco. Pietanze e leccornie mangiate per poi essere vomitate. E accanto a quell’elenco, descrizioni di stati d’animo. Perché in un disturbo del comportamento alimentare  non è il cibo il vero problema, ma quel buco nero, dentro, che quantità infinite di pane non sapranno mai colmare.  E allora il pieno ed il vuoto fanno altalenare l’ossessione.

Era, quello, il libro del cibo. La prima testimonianza in chiave artistica della bulimia, patologia della quale la Beecroft aveva sofferto per  anni. Un lavoro confessional, in cui l’artista non compariva. C’erano i suoi slip,  indossati da corpi anonimi.  Ma non lei.  Di lei, pagine intime, apparentemente monotone, venivano volutamente date in pasto a chiunque.

Era nata VB01.  La prima performance orchestrata dalla Beecroft.
Da quel momento le sue azioni sarebbero state titolate con codici identificativi formati dalle  iniziali del suo nome e da numeri in progressione. Quasi come a catalogarne il risultato. Più che performances in action, sarebbero state veri e propri quadri viventi:  tableaux in  cui corpi statuari vanno ad occupare  armoniosamente lo spazio, come fossero presenze rinascimentali. Veneri botticelliane, nivee o brune, euritmicamente collocate in una scatola prospettica d’impostazione brunelleschiana.
La grande lezione quattrocentesca non viene dimenticata. Si ripropone nell’arte contemporanea, anche quando non si parla di pittura.
Vanessa Beecroft muove le sue donne come pedine su una scacchiera. Sono sue. Nascono da abissi che la abitano. Interpretano ossessioni che le appartengono. Interagiscono con lo spazio e con il pubblico, in sua vece. Sono una parte di lei. Della sua interiorità.

In ogni performance i corpi di queste donne si muovono secondo precise coreografie, che l’artista studia, raffina ed impone. La planimetria dello spazio espositivo in cui verrà agita la performance è di fondamentale importanza per lei, che in base ad essa pensa a come disporre le modelle.

La coreografia va imparata e rispettata, dall’inizio alla fine. Come un’esercitazione militare. E  non  vi è mai una reale interazione col pubblico. Il gruppo si muove rigorosamente, come un esercito. Le espressioni sono rigide, distaccate.

Sembra di trovarsi di fronte a delle vere donne-automa. Installazioni in carne ed ossa. Emblemi di un tangibile paradosso.

Orchestrando i corpi, la Beecroft racconta di una femminilità a volte venduta, altre negata, altre ancora spettacolarizzata. Una riflessione sull’essere e il dover essere donna, oggi.

L’identità femminile, stereotipata, standardizzata, omologata e svuotata. E allora, ecco una legione di corpi  completamente nudi, in piedi, distesi, o seduti. Immobili, come i marmi levigati dal Canova.  E con pettinature identiche. Accessori identici. Elementi che vogliono suggerirne l’autoannichilimento.

Nel 2001, presso la Saladel Maggior Consiglio di Palazzo Ducale a Genova, la Beecroft ideò una performance per inaugurare la riunione del G8: trenta modelle di colore vennero  disposte nello spazio di quella sala come statue. Era la VB48.

In VB54 tornarono le modelle nigeriane, ma in questo caso posavano incatenate ai piedi con manette, le stesse che le autorità americane utilizzavano contro gli immigrati non regolari. La  performance venne agita al Terminal 5 dell’aereoporto Kennedy di New York.

Donne di colore tornarono in scena a Venezia, durante la Biennale del 2007, inVB61: i loro corpi giacevano a terra, ornati da schizzi di colore rosso. Un dripping di sangue: una riflessione sulle guerre etniche che si consumano in stati africani come il Sudan.

Al PAC di Milano ha recentemente messo in scena una singolare rivisitazione dell’ultima cena: VB65, agita nel2009, havisto performanre una serie di immigrati neri, vestiti con abiti neri, seduti attorno ad un lungo tavolo a mangiare pollo e pane con le mani.

Una delle performance più suggestive è stata senz’altro quella realizzata nel settembre 2010 presso l’antico Studio Nicoli di Carrara, dove venti donne hanno posato completamente nude accanto a grandi sculture in marmo.


Vanessa Beecroft: quando la performing art fa del corpo un’astrazione.

(Articolo di Giovanna Lacedra)

 

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GLI UOMINI E LE DONNE SONO UGUALI. CAPITOLO SEI / blog mipiace

6.

Ore 8,00

Difficoltà a prendere sonno.  E al mattino mi sento come uno zombie. Il telefono che continua a squillare… Non ho voglia di rispondere.

Il caffè sta eruttando dalla moka. Che profumo! Come si chiamano le dita dei piedi? Non devo distrarmi. Accendo una sigaretta e… mi concentro. Le dita dei piedi… Bollente! Amarissimo. Ha un retrogusto pessimo, come di bruciato. Maledetto caffè!

Dove ero rimasto? Ah sì, lei è in treno. E la signora dei cruciverba ha preferito cambiare vagone: il silenzio è d’oro. Ma non tutti lo sanno. E lui? Lui… Leggi il seguito di questo post »

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CAMILLE CLAUDEL: QUEL SOGNO TAGLIATO NEL MARMO/ blog Woman’s Art

Camille sapeva cosa voleva. Sapeva dove voleva arrivare.

Il marmo, la pioggia di polvere sotto i colpi di uno scalpello. L’arte.
Era questo il suo destino. E già a tredici anni prese a modellare le sue visioni nell’argilla.
Ma una donna che scolpisce è una presenza sconveniente. E così lei divenne presto la vergogna della famiglia.

Camille Claudel

Sua madre, soprattutto, non accettava questa sua vocazione. La considerava un capriccio, una sorta di ribellione. Una vera e propria trasgressione. Suo padre, invece la sosteneva, come anche suo fratello Paul.

Ma Camille agognava l’approvazione materna. Quel disprezzo fu per lei causa di una profonda sofferenza. Che la portò lontano dalla famiglia.

Non poteva cambiare se stessa; non poteva svuotarsi della sua grande passione per compiacere sua madre.

Fu una rottura, brusca, dolorosa, ma necessaria.
Camille era ostinata. Per nulla ordinaria, né prevedibile. Era ribelle, selvaggia, aggressiva.

Camille, la scostante.Camille, Camille la screanzata. Camille la claudicante.
Camille voleva scolpire. Era questa la sua diversità.
Maschile nel suo agire, femminile nel suo sentire. Emotivamente agitata. Passionale e irruente. Amava con ferocia. Sognava con ferocia. Scolpiva con ferocia.

Le prime lezioni di modellato le prese a Parigi, nello studio di Alfred Boucher, che rimase folgorato dal suo talento. Poi arrivò l’incontro della sua vita, quello con August Rodin.

August Rodin – Danae (in posa Camille Claudel)

Iniziò a frequentare il suo ateliér in rue de l’Universitè, scolpiva e posava per lui come modella. Ma il rapporto tra allieva e maestro si trasformò presto in una passione indomabile.

Nel pulviscolo di quell’atelier gli sguardi si cercavano. E il magnetismo divenne presto amore. Un amore scardinante.
Lo scultore aveva già quarantadue anni e soprattutto, era legato ad un’altra donna, Rose.
Eppure, non si trattò di semplice passione, ma di compenetrazione piuttosto, tra arte e amore, tra marmo e carne. È tagliata nella materia di un sogno, Camille. Imprendibile e inossidabile.

“Il signor Rodin si avvicina a Camille con tenerezza, scostandole un ciuffo scuro che le copre gli occhi – i suoi occhi, sconfinate, devastate voragini – con le mani imbrattate di creta. Vede il profilo di lei controluce. <<Mia pietra nera vibrante d’amore, tu sai quello che Michelangelo aggiungeva: solo le opere che si possono far rotolare dall’alto di una montagna senza che se ne rompa neppure un pezzo sono valide; tutto ciò che si frantuma durante una simile caduta è superfluo. Tu appartieni a quella razza, nulla potrà spezzarti, per quanto alta possa essere la montagna. Sei tagliata in un materiale eterno!>>. (Dal romanzo di Anne Delbée – Una donna chiamata Camille Claudel)

Un’allieva che s’innamora del maestro. Una donna che s’innamora dell’arte.
Entrambe le traiettorie risultano temibili e disdicevoli per una donna, nella Francia di fine Ottocento.
Ma Camille, cammina dritto. Pur zoppicando, avanza. Altera e certa. Nessuno la piega.
Avanza con la fierezza negli occhi. La bocca serrata sotto un naso perfetto. Lo sguardo affilato. Il genio in agguato. Più  felina di un gatto e più dura del marmo. Vuole fare la scultrice. Ed ecco, il sogno avvicinarsi all’improvviso.

Nel 1888 Camille espone al Salon des Artistes Francais. L’opera, riceve anche una Menzione d’Onore. Si tratta di Sakountala ( L’abbandono). Forse la scultura più bella, più intensa, più carica di pathos chela Claudelabbia mai realizzato.

Sakountala – L’abbandono

Ritrae l’amore tra Sakountala, figlia adottiva di un eremita, e il principe Douchanta. L’episodio è tratto da una storia indiana del V secolo: i due si uniscono in matrimonio con un antico rito nuziale, ma quando il principe ritorna al suo castello, per sortilegio si scorda di lei.  Sakuntala si reca al castello per ricordargli il loro amore mostrandogli , l’anello che lui le aveva regalato come pegno d’amore, ma questo le scivola nel fiume e si perde. Lo ritrova un pescatore e lo riporta al principe, il quale ricordando tutto d’improvviso, corre da lei  che nel frattempo aveva partorito il figlio concepito con lui la notte delle nozze.

E, scherzo del destino, poco tempo dopo Camille rimase incinta.

Rimase incinta ma dovette abortire quel figlio. E questa fu una nuova ferita, che non cicatrizzò mai.  Il rapporto con Rodin si deteriorò, fino a concludersi intorno al 1892, anno in cui ebbe una breve avventura con il musicista Debussy, escogitata allo scopo di farlo ingelosire. E proprio a questo periodo risale un’altra delle sue opere più emozionanti: Il Walzer.
Una coppia danza appassionatamente, sospesa tra terra e cielo, come se la materia stessa fosse fluttuante. Le due creature vivono in perfetto equilibrio tra movimento e stabilità.

Il Walzer

La storia tra Camille e August finisce. Lei cerca di elaborare il lutto di questo amore ormai spento.  Lui non le apparterrà mai, ma la scultura sì. E’ un suo sogno. È un suo diritto.

Nascono opere di una poeticità spiazzante: La suonatrice di Flauto, L’implorante, e soprattutto il complesso de L’età Matura, interpretazione scultorea di quel doloroso distacco. Mai altra opera seppe interpretare meglio un così grande travaglio sentimentale.La perdita. L’abbandono. L’umiliazione.
Una donna matura (Rose) porta via con sé l’uomo (August) – centro della composizione – dall’implorante preghiera d’amore della fanciulla inginocchiata (Camille) e che vanamente si prostra, alle sue spalle. Lui se ne va, portato via per sempre da un’altra donna. Se ne va.  Non si volterà per guardarla ancora negli occhi. Non ne avrà il coraggio. Il capo semireclinato lo rende rassegnato a quell’addio. Nello sguardo supplichevole della fanciulla un legame viene reciso per sempre. Ma potrebbe essere – come qualche psicanalista contemporaneo ha sostenuto – che stratificata sotto questa palese interpretazione, vi sia una seconda chiave di lettura: la creatura implorante è Camille bambina a cui la madre, che mai la accettò, porta via la presenza fisica e dunque l’amore, di suo padre.

L’Età Matura

L’esperienza vissuta con Rodin le fece germogliare dentro il seme di un’ossessione che crebbe sempre più. Quella della persecuzione e del plagio. Camille viveva nel costante terrore di essere privata delle sue opere. Temeva che qualcuno potesse sottrargliele. O che lo stesso Rodin la facesse spiare per rubarle le idee. E così, spesso, in preda alla sua stessa nevrosi, le distruggeva.
Distruggeva le sue piccole sculture con colpi di martello, o gettava nel focolare del suo studio, le carte, i suoi bozzetti.
Le sue crisi si fecero più violente, tanto da convincere la madre e il fratello, ad internarla in un manicomio. E lì rimase, per trenta interminabili anni e senza la possibilità di ricevere visite.
Sua madre non andò mai a trovarla. E questo accrebbe il suo dolore. Quella madre tanto agognata e temuta alla fine aveva trovato il modo di liberarsi di lei.

Trascorse quei trent’anni sola, depressa, e affranta. In preda a sentimenti autodistruttivi.
Una bestia ferita, da un sogno fattosi coltello.
Nel 1935, otto anni prima di morire, in una lettera ad Eugène Blot scrisse:
“Sono precipitata in un baratro… Del sogno che fu la mia vita, questo è un inferno”.

“Camille fra le quattro pareti bianche. La sofferenza dura e amara. La sofferenza che torce il cuore. Camille colpisce il muro con entrambe le mani, grida il nome agli specchi, come se potessero donarle la creatura amata, la luce che aspetta, la lotta che vuol riprendere. Abbattimento e soprassalto, rifiuto, quando è necessario che si riconosca vinta, eppure sa già che agli occhi del mondo sarà eternamente la triste eco dell’essere amato…”
(dal romanzo di Anne Delbée – Una donna chiamata Camille Claudel)

Morì, nella pazzia, il 19 ottobre 1943. Aveva 79 anni.

 

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