WOMAN's JOURNAL

VANESSA BEECROFT: IL CORPO COME INSTALLAZIONE VIVENTE/ Blog Woman’s Art

VB01, VB02, VB03… VB043…VB052…  Sembrano codici seriali di apparati tecnologici, ma non lo sono.

Sono invece i titoli delle opere di Vanessa Beecroft, artista concettuale italiana formatasi all’Accademia di Brera,  e attualmente residente a Los Angeles.

La performing art canonicamente prevede un’azione diretta e spiazzante, talvolta connotata da una ricerca di interazione con il pubblico, talaltra da un immediato  coinvolgimento di quest’ultimo.

Le performances della Beecroft, invece sono lente e monitorate.

Sono performances virtuosamente  pianificate, e mai  personalmente agite.  Sì, perché Vanessa Beecroft non è una performer. È piuttosto una creatrice di performances. È regista, coreografa, autrice. Ma non attrice delle sue idee.

Sono invece altri, i corpi che performano. Sono atletici, immobili e statuari. Sono corpi di altre donne, presi in prestito dal reale, per dar forma alle sue idee. E vengono collocati nello spazio come se si trattasse di vere e proprie installazioni, sulla base di precisi progetti.

Ognuna di queste donne viene scelta con grande accuratezza, mediante un’attenta selezione. E tenendo conto ogni volta del particolare messaggio insito nel progetto. In alcuni casi la scelta viene operata in base all’età o all’altezza,  altre volte in base alle caratteristiche somatiche tipiche del paese che ospiterà l’evento.

Inizialmente la Beecroft  raccoglieva le ragazze per strada. Oggi invece sono gli stessi musei ad inviarle portfoli con foto di modelle in base alle caratteristiche da lei richieste. Come uno scultore si reca nelle cave di Carrara a scegliersi il blocco di marmo più idoneo all’idea , cosi la Beecroft sceglie le donne che prenderanno parte alle sue performance.

In fondo, queste donne non sono che strumenti del mestiere. Materiale necessario per la realizzazione dell’opera.

Seriali come i codici dei suoi lavori.

A volte nude, altre munite di accessori. Come accadde a Vienna, quando 45 ragazze indossarono  stivali della Gestapo, o a Londra, dove  25 ragazze avevano lunghi capelli rossi come la regina Elisabetta I.

Per ogni performance l’artista necessita di un determinato stereotipo femminile. Le donne che prendono parte ai suoi  tableaux vivant devono rispondere a canoni ben precisi. Si tratta dunque di un processo complesso e oneroso.

Non era esattamente così agli esordi, quando da studentessa, Vanessa non disponeva del medesimo budget.

Furono alcune sue compagne di corso, allora,  a performare per lei. Vestirono indumenti presi dal suo guardaroba e presero a muoversi lentamente, meccanicamente, negli spazi della Galleria di Luciano Inga Pin, in via Pontaccio a Milano. Era il 1993, anno del suo diploma, e in occasione del Salon Primo dell’Accademia di Belle Arti di Brera il progetto della giovanissima  Vanessa fu accolto in quel noto spazio milanese, che aveva visto agire per la prima volta in Italia niente meno che Gina Pane, con la sua ”  Azione Sentimentale” esattamente venti anni prima, nel ’73.

Al centro della sala nella quale si muovevano le modelle, vi era un piedistallo sul quale era esposto un diario appartenente all’artista, in cui dal 1985 al 1993 aveva annotato maniacalmente cibi e pietanze ingurgitati durante il giorno. Un’annotazione fatta giorno per giorno, che si ripeteva come un elenco. Pietanze e leccornie mangiate per poi essere vomitate. E accanto a quell’elenco, descrizioni di stati d’animo. Perché in un disturbo del comportamento alimentare  non è il cibo il vero problema, ma quel buco nero, dentro, che quantità infinite di pane non sapranno mai colmare.  E allora il pieno ed il vuoto fanno altalenare l’ossessione.

Era, quello, il libro del cibo. La prima testimonianza in chiave artistica della bulimia, patologia della quale la Beecroft aveva sofferto per  anni. Un lavoro confessional, in cui l’artista non compariva. C’erano i suoi slip,  indossati da corpi anonimi.  Ma non lei.  Di lei, pagine intime, apparentemente monotone, venivano volutamente date in pasto a chiunque.

Era nata VB01.  La prima performance orchestrata dalla Beecroft.
Da quel momento le sue azioni sarebbero state titolate con codici identificativi formati dalle  iniziali del suo nome e da numeri in progressione. Quasi come a catalogarne il risultato. Più che performances in action, sarebbero state veri e propri quadri viventi:  tableaux in  cui corpi statuari vanno ad occupare  armoniosamente lo spazio, come fossero presenze rinascimentali. Veneri botticelliane, nivee o brune, euritmicamente collocate in una scatola prospettica d’impostazione brunelleschiana.
La grande lezione quattrocentesca non viene dimenticata. Si ripropone nell’arte contemporanea, anche quando non si parla di pittura.
Vanessa Beecroft muove le sue donne come pedine su una scacchiera. Sono sue. Nascono da abissi che la abitano. Interpretano ossessioni che le appartengono. Interagiscono con lo spazio e con il pubblico, in sua vece. Sono una parte di lei. Della sua interiorità.

In ogni performance i corpi di queste donne si muovono secondo precise coreografie, che l’artista studia, raffina ed impone. La planimetria dello spazio espositivo in cui verrà agita la performance è di fondamentale importanza per lei, che in base ad essa pensa a come disporre le modelle.

La coreografia va imparata e rispettata, dall’inizio alla fine. Come un’esercitazione militare. E  non  vi è mai una reale interazione col pubblico. Il gruppo si muove rigorosamente, come un esercito. Le espressioni sono rigide, distaccate.

Sembra di trovarsi di fronte a delle vere donne-automa. Installazioni in carne ed ossa. Emblemi di un tangibile paradosso.

Orchestrando i corpi, la Beecroft racconta di una femminilità a volte venduta, altre negata, altre ancora spettacolarizzata. Una riflessione sull’essere e il dover essere donna, oggi.

L’identità femminile, stereotipata, standardizzata, omologata e svuotata. E allora, ecco una legione di corpi  completamente nudi, in piedi, distesi, o seduti. Immobili, come i marmi levigati dal Canova.  E con pettinature identiche. Accessori identici. Elementi che vogliono suggerirne l’autoannichilimento.

Nel 2001, presso la Saladel Maggior Consiglio di Palazzo Ducale a Genova, la Beecroft ideò una performance per inaugurare la riunione del G8: trenta modelle di colore vennero  disposte nello spazio di quella sala come statue. Era la VB48.

In VB54 tornarono le modelle nigeriane, ma in questo caso posavano incatenate ai piedi con manette, le stesse che le autorità americane utilizzavano contro gli immigrati non regolari. La  performance venne agita al Terminal 5 dell’aereoporto Kennedy di New York.

Donne di colore tornarono in scena a Venezia, durante la Biennale del 2007, inVB61: i loro corpi giacevano a terra, ornati da schizzi di colore rosso. Un dripping di sangue: una riflessione sulle guerre etniche che si consumano in stati africani come il Sudan.

Al PAC di Milano ha recentemente messo in scena una singolare rivisitazione dell’ultima cena: VB65, agita nel2009, havisto performanre una serie di immigrati neri, vestiti con abiti neri, seduti attorno ad un lungo tavolo a mangiare pollo e pane con le mani.

Una delle performance più suggestive è stata senz’altro quella realizzata nel settembre 2010 presso l’antico Studio Nicoli di Carrara, dove venti donne hanno posato completamente nude accanto a grandi sculture in marmo.


Vanessa Beecroft: quando la performing art fa del corpo un’astrazione.

(Articolo di Giovanna Lacedra)

 

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One Response

  1. ettore ha detto:

    La donna, entità primigenia e vitale: ma se le donne fossero capaci di specchiarsi in queste immagini di auto annichilimento e castrazione volontaria potremmo immaginare modelli diversi di convivenza e di consumo (non solo sessuale).
    Le donne occidentali sono veramente le più libere? Oppure sopportano catene occulte che le privano anche della libertà di sognare fuori dagli schemi preordinati? La loro vitalità è ormai sterile. Autoreferenzialità senza vitalità, bellezza senza riscatto e senza più salvezza.

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