WOMAN's JOURNAL

A testa in giù

Era forse davvero arrivato quel momento?

Valentina era seduta sul pavimento di quella casa ancora spoglia ma già piena di lei..

Non aveva portato nulla con sé: una scatola con qualche vestito, delle scarpe, una borsa piena di fogli. Davanti a lei un portafotografie.. Sua sorella in abito da sposa la stava osservando dal bianco e nero della sua immagine. La guardava dritto negli occhi e le diceva “Non ti preoccupare, ci sono io con te, vedrai che presto passerà tutto, è solo un momento, una fase”.

Si stende a terra e guarda il soffitto. La luce a risparmio energetico si stava lentamente scaldando, disperdendo un velo giallastro per la stanza.

Valentina aveva deciso di prendere in mano la situazione e con questa anche la sua vita. Era giunto il momento di essere sinceri una volta per tutte con gli altri e, soprattutto, con se stessa. Aveva lasciato Marco.

Non c’era stato un vero e proprio addio, solo uno sguardo, poche parole, un abbraccio e poi lei aveva attraversato la strada. Quando si era girata lui era già sparito. Non era rimasto ad osservarla da lontano, non la stava più controllando. M. si era dissolto tra la gente. E lei, in quell’istante, pur non vedendolo, si era sentita sollevata.

Non provava dolore, rimorso o paura. L’avevano avvisata che sarebbe stata dura abituarsi. Perché si sa: rimanere soli è sempre un’incognita.

“Guarda che non è facile trovare una persona così disponibile, così brava… Farai fatica. Io ho paura che un giorno tu te ne pentirai” le diceva suo padre al telefono. “Secondo me hai solo un po’ di stanchezza. Tutti i rapporti sono così Vale. Non ti puoi aspettare di avere le stesse emozioni che provavi quando vi siete conosciuti!” le dicevano la amiche fidate. “Datti tempo, fatti un amante. Ma niente di serio, mi raccomando. Poi torna da lui e vedrai che apprezzerai ancora di più il sentimento che vi lega” leggeva sui giornali.

Eppure, pur nella paura soffocante che le avvolgeva come un panno intriso di cherosene il cuore, Valentina sentiva che questa volta lei doveva rischiare. “Adesso o mai più”,  sentiva rimbombare dentro di sé. Ed era vero. Solo lei sapeva infatti che se non avesse lasciato ora M. sarebbe rimasta con lui per sempre. Perché l’essere umano è così. Cerca sicurezza e compagnia: nella religione, negli amici, nei partiti, nei mercati di quartiere… Partire? Andare lontano? Non omologarsi? MA TU SEI PAZZA!

“Quella non crede nel matrimonio! E’ senza morale!”, questa era il bisbiglio che aveva udito, suo malgrado, il giorno stesso in cui aveva lasciato il posto di lavoro.

Tuttavia, bisognava riconoscere che M. l’aveva sempre assecondata nella sua “amoralità”. E lei lo aveva amato proprio per questo. Perché lui era diverso, lui andava oltre e l’aveva saputa curare. L’aveva seguita, dedicandosi con pazienza e devozione, asciugando le sue lacrime e riversandole calore nel cuore.

E adesso allora, cosa le stava succedendo?

Onestamente… Valentina non lo sapeva spiegare! La sua prospettiva però era cambiata. Lei stava sì osservando il mondo, ma a testa in giù.

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Per voce creativa: Giovanna Lacedra intervista Elisa Cella/ blog Woman’s art

 

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa sesta intervista, Giovanna Lacedra incontra Elisa Cella (Genova, 1974).

Elisa disegna disegnando circonferenze. Elisa dipinge dipingendo circonferenze.
Circonferenze piccole, poi piccolissime, poi minuscole, che lei ama definire “pallini”.

Il cerchio – che i Rinascimentali consideravano forma perfetta ed emblema della divina perfezione –, diventa per lei l’idioma, l’elemento modulare che le permette di edificare l’infinito a partire da uno zero.

La sua mano gira in tondo, purista e perfezionista, vortica e trova per ogni centro il suo cerchio. Si potrebbe pensare che tutto questo lavoro sia opera di un compasso ipercinetico. Mentre invece così non è. La mano è libera, la tecnica lenticolare, e il risultato impeccabile.

“Io disegno a pallini”, mi dice sorridendo. E continua: “…da quando ho iniziato non ho più potuto smettere!”.

Una circonferenza chiama l’altra. Ma soprattutto, circonferenze di differenti dimensioni, accostate le une alle altre, costruiscono percorsi, corpi, somatizzazioni, combinazioni multicellulari, bio-astrazioni, sinapsi e topografie di sensazioni.

Questi  “pallini” non nascono per puro caso. Sono, anzi, figli di una mente ordinata e scandagliatrice. Sono il risultato creativo di una formazione culturale scientifica e matematica.

I “pallini” sono la “cifra” di Elisa Cella. Sono quell’unità che si moltiplica al fine raccontare – su  carta o su tela –, il desiderio, il dolore, la perdita, la depersonalizzazione, il contatto e l’assenza di contatto.

La vita, nella sua circolare ciclicità. E il mistero dell’universo fuori e dentro di noi.

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PER VOCE CREATIVA: GIOVANNA LACEDRA INTERVISTA ROBERTA UBALDI/ BLOG WOMAN’S ART

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa quinta intervista, Giovanna Lacedra incontra Roberta Ubaldi (Terni, 1965).

“L’artista rende visibile quello che l’anima sente.” È questo il principio fondante della ricerca di Roberta Ubaldi. Una ricerca rara e peculiare, che l’ha istantaneamente allontanata dall’uso di supporti tradizionali ed espedienti prevedibili. Per rendere visualizzabile l’invisibile, Roberta ha scelto di adottare il linguaggio della “corrosione”. La corrosione come metafora della vita stessa: del tempo, della memoria, dell’erosione emotiva. O del ricordo rimosso, che riemerge dal calderone dell’inconscio sotto forma di brandello. Un pezzo della propria storia affiorante da una reazione chimica.

Per ottenere questo risultato, l’artista sceglie di schivare la tela, servendosi invece di ferro e ruggine. Pittura ad olio su lamiera ossidata. Una tecnica originale e laboriosa, in cui l’attesa della reazione chimica diviene tempo della meditazione; il tempo in cui lo sguardo pazientemente cerca, tra i grumi e le macchie,  gli elementi che la pittura ad olio andrà a definire. Le tracce casuali dell’ossidazione e della calda cromia bruno-rossastra della ruggine, suggeriscono immagini, apparizioni che piano si materializzano in una precisa zona della superficie ferrosa. Superficie trattata, dunque vissuta, e per questo capace di tramutarsi in un reperto menmonico. E i reperti sono sempre anatomici. Più spesso, si tratta di mani. Mani imprendibili appaiono come visioni abilmente plasmate dal caso. La corrosione crea macchie, e come diceva Leonardo; ”…dalle cose confuse l’ingegno si desta a nove invenzioni” (Libro di pittura, f. 35 v, cap. 66) . La tavolozza è calda. La linea, rinascimentale. La cura del dettaglio, accurata, sapientemente sposa la macchia. La ruggine diviene metafora della mutazione. Emblematica traccia di quanto è stato. Testimonianza di ciò che il tempo ha corroso, non logorandone il ricordo visivo. Che  resta, come ogni ricordo, definito in certi dettagli, sfilacciato e smembrato in altri.

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Punti di vista: si può imparare dalle culture indigene

“Come possiamo insegnare una nuova storia non sessista, non violenta e interreligiosa?” È questa la prima domanda a cui vuole rispondere il convegno Culture indigene di pace. Ri-educarsi alla partnership! organizzato dall’associazione Laima a Torino dal 26 al 28 aprile.

L’idea è che si può imparare dalle culture indigene egualitarie e matriarcali, anche per trovare gli strumenti per affrontare il problema della violenza di genere e degli squilibri nei rapporti tra i sessi. Secondo gli organizzatori, Morena Luciani e Alessandro Bracciali,

“ri-educarsi alla partnership” non significa solo ricercare la parità di genere […] ristabilire un’uguaglianza tra tutti gli esseri viventi e una dimensione eco-spirituale in cui il mondo torni ad essere percepito come Madre. Le testimonianze e gli studi specifici confermano che la pace si raggiunge all’interno di una società non sessista e non gerarchica […]. Per questo vogliamo approfondire i valori educativi che sorreggono questi modelli sociali.

Saranno presenti, tra gli altri, Rosa Martha Toledo Martinez, artista e portavoce della comunità messicana Juchiteca; la scrittrice, ricercatrice e attivista americana Genevieve Vaughan; Ana Maria Estrada, insegnante e direttrice della scuola Montessori di Kyle (Texas); la scrittrice Riane Eisler, autrice de Il calice e la spada e Il piacere è sacro; la scrittrice e attivista Starhawk; Miriam Subirana, autrice di Complici. Liberi dai rapporti di dipendenza, e Francesca Rosati Freeman, studiosa della società matriarcale dei Moso, autrice di Benvenuti nel paese delle donne.

Il convegno si terrà al Palaginnastica di Torino, in via Pacchiotti 71, e prevede conferenze e workshop durante i quali si parlerà di educazione e metodi formativi, dell’influenza del linguaggio e della mitologia sui comportamenti e di decrescita.

È un punto di vista di cui si sente parlare raramente e che può essere interessante approfondire o conoscere.

 

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PER VOCE CREATIVA: GIOVANNA LACEDRA INTERVISTA JESSICA RIMONDI / BLOG WOMAN’S ART

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa quarta intervista, Giovanna Lacedra incontra Jessica Rimondi (Torino 1987).

Per Jessica la donna è un ramo che germoglia. Ma ad un certo punto si sfrangia, si spezza, o forse è l’albero stesso che s’incendia. Perché la sua pittura è così: una deflagrazione su acque chete.

Jessica Rimondi è un’artista torinese molto giovane, oggi residente a Berlino. Ha seguito il corso di pittura presso l’Accademia Albertina di Torino, slacciandosene poi per portare avanti la propria ricerca in maniera autonoma, con grande dedizione e determinazione. In occasione del 4° Premio Internazionale Arte Laguna 2009-2010 ha esposto nella collettiva dei finalisti presso le Tese dell’Arsenale di Venezia. Ha poi presentato il suo lavoro in due collettive presso gli Istituti di Cultura di Vienna e Praga. Risale allo scorso anno “Solitudo”, la bi-personale realizzata con la pittrice catanese Elisa Anfuso (già intervistata in questa rubrica) presso lo Spazio Arte Duina di Brescia.

La sua ricerca prosegue, infaticabile e imperterrita. Ed è soprattutto di ricerca tecnica che si tratta; una ricerca in cui diversi materiali si mescolano e compenetrano. La matita, il fondo acrilico, l’olio, la carta, la colla. Su piatte campiture dalle tonalità piuttosto tenui – in un assetto apparentemente dato da zone di bianco assoluto – e ben ordinati contorni a matita, improvvise stratificazioni di carta e graffianti velature, spiazzano! E vibrano sulla tela, come silenzi esplosi. Come rotture di una quiete, come piaghe nella calma, il substrato di una superficie perfetta, la carne viva sotto la seta della realtà. E pare quasi che l’immagine voglia aprirsi, come una ferita, come un’ustione, per esporre la verità in tutta la sua perentorietà, in tutta la sua intima crudezza. Perché sotto l’immagine, la realtà è fatta di carne viva. I volti nascono dal segno e sono inizialmente soltanto “segno” su quelle campiture celesti o rosa. Poi una parte di quel volto si fa carne, prende le tonalità di un incarnato alla Lucien Freud. E all’improvviso … scompaginante arriva il grido, mediante il gesto pittorico. Immediato come una pugnalata. È lo strappo. È l’urlo straziante che stordisce il silenzio. È come se il soggetto stesso deflagrasse, si rompesse – o interrompesse. È come se il soggetto scoppiasse. È il gesto pittorico, ricercato, meditato, studiato, ma dal risultato efficacemente istintivo, che rende improvvisamente truce la realtà!

Come non avvertire l’eco delle combustioni di Burri, e delle deformazioni anatomiche di Bacon?

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Thinking of you

di Gaia Nina Marano

“Vorrei che questo lo tenessi tu”

Valentina non aveva nemmeno risposto. Al collo già indossava la catenina che lui le aveva regalato.

Mentre camminava per la strada ripensava a quello che era successo. Le sue labbra ancora bruciavano per i baci che si erano dati, i capelli le ricadevano sul viso, il collo ancora aveva il suo odore.

Dopo quel primo incontro al caffè ce ne era stato un altro, un altro e un altro ancora, fino a quando il vedersi non diventò l’abitudine e il non l’eccezione.

Marco latitava e lei taceva. Lo aveva sentito per telefono l’altro giorno, ma come poteva dirgli una cosa del genere? E comunque sapeva che avrebbe dovuto farlo prima o poi, ma fino ad ora non aveva trovato le parole. Come si fa a spiegare che ciò che credevamo amore, ciò che abbiamo convinto glia altri fosse vero, in realtà era soltanto un anestetico il cui effetto era finito?

Valentina era più che preoccupata amareggiata per quell’onda di verità che avrebbe travolto una realtà all’apparenza serena, ma che oramai da troppo tempo si stava reggendo su sostegni di carta. I loro cuori non si erano sincronizzati. O se lo erano stati ora soffrivano di uno sfasamento che, per quanto impercettibile all’occhi umano, continuava a scavare un buco nero nel suo petto.

E poi era arrivato lui. Con le sua mani e i suoi occhi. Che la guardava e che la faceva sentire quella che si era dimenticata di essere. Valentina arrossiva, si copriva il volto con le mani e spiava tra le dita, per essere certa che lui non se ne fosse andato e che ancora stesse lì a fissarla.

Quel pomeriggio lei, proprio lei, che non credeva più all’amore aveva sentito una fitta allo stomaco e per la prima volta dopo tanti anni aveva provato quell’emozione che credeva dispersa nella sua memoria di bambina.

La musica continuava a gridarle nelle orecchie, la gente passando la spingeva e lei lì, ferma immobile a quel semaforo, con la luce verde che l’aveva ipnotizzata. Quella sera non aveva voglia di tornare a casa, voleva rimanere fuori a respirare l’aria fresca pensando alla loro storia.

 

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PER VOCE CREATIVA: GIOVANNA LACEDRA INTERVISTA ELISA ANFUSO / BLOG WOMAN’S ART

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa terza intervista, Giovanna Lacedra incontra Elisa Anfuso (Catania 1982).

 

“Fabbrico neve.

 

Fabbrico qualche sogno

Già fuori moda.

 

E attendo che il mondo

Fuori

Si ricordi delle sue stagioni.”

 

Questi i versi con cui si apre la sezione “works” del suo sito ufficiale. Il corpo di un’adolescente in slip e canotta appare ancorato ad una pianta posta sul pavimento, per mezzo di un laccio sottile. La pianta è abilmente risolta con la sintesi di un segno grafico che non è solito inciampare in errori. E in questa immagine che accoglie il visitatore è già leggibile la peculiarità della tecnica grafico-pittorica adottata dall’artista: colore ad olio per il realismo degli incarnati, dei capelli, degli sguardi e dei panneggi, e pastelli utilizzati per i disegni che generalmente si articolano sulle pareti di fondo e che sembrano collocare il soggetto all’interno di un disegno infantile. Come se quella giovane donna – protagonista di ogni tela –, si fosse smarrita in uno dei suoi tanti disegni di bambina. O come se da quel disegno, realizzato tanti anni prima sulla pagina a righe di un quaderno di scuola, fosse sbocciato un mondo parallelo, in cui sogni e ricordi vivono intrappolati. Un mondo-stanza-della-memoria, dove anche il tempo ha smesso di scorrere, e dove l’anima bambina di questa donna che non avrebbe mai voluto crescere, vive in dolcissima cattività.

È l’anima pura, ancora in attesa di tutto ciò che avrebbe potuto essere, impaziente di spiccare il volo per afferrare il sogno più bello, e che ora vive prigioniera in un tempo che non è più. È l’innocenza ancora viva, che fatica ad abitare il mondo degli adulti e che fa di quelle quattro mura invase da disegni, il castello della propria nostalgia.

“Fabbrico qualche sogno già fuori moda…”  sibila l’infante prigioniera di un corpo ormai cresciuto.

Leccornie, dolciumi, balocchi. Zucchero filato e piatti sporchi accatastati su linde tovaglie. Il cibo come metafora del desiderio, di una dolcezza contemplata o divorata. E lei è sempre lì, così candidamente sola.

In “Io sono il mio tempo”, uno dei primi cicli pittorici realizzati dalla Anfuso, questa giovane donna copre con una mano gli occhi della sua bambola, oppure sogna di impiccarsi nuda usando come corda una collana di perle sospesa ad una gruccia.

Nel ciclo titolato “SOgNO” , la fanciulla anfusiana, vestita come una bambola, sfida l’equilibrio salendo in punta di piedi su una sedia di paglia per afferrare un hula hoop, o ancora, sogna di volare legando aereoplanini di carta ai suoi boccoli liberi nel vento. Mentre nel ciclo più recente, titolato “Di sogni e di carne” sono i bianchi a prevalere, dalla lattescenza della pelle al chiarore della camicia a quello di una tovaglia sgualcita.

E l’infanzia è quasi una cella metafisica arredata di sogni.

 

Elisa Anfuso

Elisa Anfuso vive a Catania, dove ha studiato Pittura presso l’Accademia di Belle Arti e dove si è abilitata all’insegnamento di Discipline Pittoriche con un master in Didattica dell’Arte.

Intervistiamola:

 

G.: Scegli alcuni aggettivi che ti descrivano in quanto Donna:

E.: Irrequieta, istintiva, consapevolmente contraddittoria, intima e idealista.

 

G.: Cos’è una Donna secondo te?

E.: È il completamento di quell’altra metà dalla cui unione si origina la vita. Ho una visione cosmica. Poi, tutto il resto, sono architetture sociali, destinate a mutare nel tempo e nello spazio. Ma la Donna è innanzitutto uno dei due termini della dicotomia primordiale da cui nasce la vita. è un peccato che nel tempo gli uomini se ne siano dimenticati.

 

G.: Come vedi collocata la Donna nella società contemporanea?

E.: Personalmente penso che nella società contemporanea donne e uomini dovrebbero avere pari diritti, ma ciò non significa essere uguali. E temo che questo si stia perdendo di vista. Di fatto si continua a lottare per i diritti e nel migliore dei casi ci sono delle leggi a imporli, come se non fosse naturale averli. Inoltre trovo che ci sia un’attenzione eccessiva all’immagine e al  corpo, che rischia di ridurre e ricondurre l’essere donna, l’identità femminile, alla sola sfera sessuale. Ed è questa degradazione la ferita che dovremmo ricucire.

 

G.: Il ruolo dell’artista-donna nel corso della storia e nel contemporaneo:

E.: Credo che nel corso della storia, il mondo si sia a lungo privato della possibilità di scoprire anche un altro modo di sentire le cose, impedendo la libera espressione artistica alla donna. E credo che oggi la sua libertà sia nell’ordine naturale delle cose. Abbiamo così tanto da dire, da svelare e da raccontare!

 

G.: Qual è il dovere di un’artista-donna nella società contemporanea?

E.: Nessun dovere. La nostra pelle patisce le cose in modo diverso ed in modo diverso le racconterà. E in questa diversità c’è un dono.

 

G.: Come vedi collocata l’arte nella società contemporanea?

E.: Trovo che l’arte oggi sia essenzialmente “mercato”, troppo mercato che sottrae importanza al valore emozionale. E mi pare anche che si offra poco sostegno ai giovani artisti. D’altra parte, però, vedo un grande fermento…

 

G.: Quando, come e per quale ragione una Donna come te diventa un’Artista?

E.: Non ho mai scelto di diventarlo, nè di esserlo. Eppure al contempo non poteva essere altrimenti. E’ una di quelle cose irriducibili nella loro urgenza. è il mio modo di essere al mondo, è un brulicare inquieto che senti dentro e devi portare fuori, per dargli un ordine, un senso. Ed è una di quelle sensazioni che mi sono sempre appartenute e che crescendo ho imparato a curare.

 

G.: Cosa osservi del mondo, e cosa di ciò che osservi diventa materiale da plasmare con la tua creatività?

E.: Nel mondo cerco innanzitutto un senso ad ogni cosa. Ho un’indole poetica, non narrativa. Mi annoia osservare l’accadere di eventi fine a se stesso. Nel mio piccolo mondo ideale tutto dovrebbe avere un senso di cui tutti dovrebbero essere coscienti. Quindi mi concentro molto sulle dinamiche, sulle relazioni, sul modo in cui le cose avvengono, sul perchè. Mi affascinano le nevrosi, le varie manifestazioni dell’emotività e dell’istintualità, ma soprattutto mi affascina  il modo diligente con cui tutti cerchiamo di tenerle a bada. L’uomo è una creazione assurda.

 

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca artistica?

E.: La natura umana, il precario equilibrio che fa convivere l’anima (il soffio, come ricorda la sua etimologia) con un corpo di carne viva ed esigente. Le inquietudini che da questo nascono, le tentazioni, le scelte, le paure. I bisogni e i desideri. Adesso, ripensandomi per risponderti, mi accorgo che nelle ultime opere sto sempre più intimizzando, forse quasi stringendo il cerchio. Nelle opere di qualche serie fa ho dipinto porte e finestre che rimandavano ad un altrove. Poi, di opera in opera, la stanza è diventata sempre più piccola e sempre più vuota. E l’altrove si ridotto ad una tavola neppure imbandita, ma spoglia, sulla quale sono raccolti  piatti (ormai) vuoti, o è posato un pasticcino. E noi siamo alberi, siamo radici che devono nutrirsi dalla terra. E siamo rami che vogliono toccare il cielo. Affronto queste tematiche per cercare in prima persona delle consapevolezze, e per indurre lo spettatore  a cercarle. Vorrei, con la mia pittura, suggerire qualche nuovo percorso raccontando delle storie, perchè le narrazioni danno forma al mondo. E  in un momento storico come il nostro, in cui imperversa l’analfabetismo emotivo e l’anestetizzazione delle coscienze, provocare una qualunque riflessione, sarebbe già un grande traguardo.

 

Elisa Anfuso in mostra

G.: Quale tecnica adoperi? E quale supporto?

E.: Dipingo ad olio su tela, ma non sono una purista della tecnica. Per alcuni soggetti adopero i pastelli a matita. L’olio, con la sua corporeità, enfatizza la carne e la materia delle cose, i pastelli al contrario, per il loro tratto infantile, rimandano ad una dimensione diversa, quella del pensiero, che trova così la forma tramite cui concretizzarsi.

 

G.: Vuoi raccontarci la genesi di un tuo lavoro, step by step?

E.: I miei lavori a volte nascono sottoforma di visione, improvvisa ed inevitabile. Altre volte sono pensieri che si incrostano gli uni sugli altri. Ho un piccolo set fotografico, qualche storia da raccontare, qualcuno ad interpretarla o talvolta a suggerirla. basta un gesto, uno sguardo, una posa inaspettata. E così le mie foto diventano i bozzetti dei miei quadri. Anche se, davanti alla tela bianca cambia tutto. La lentezza della tecnica ad olio mi porta a soffermarmi a lungo, a sovrapporre di continuo colori e pensieri. Realizzo una traccia a matita, lavoro i fondi e la stesura base ad acrilico, poi l’olio, mezzitoni/ombre/luci e velature su velature. Infine lavoro spesso coi pastelli, dimentico la tecnica, la forma, i colori e lascio che sia semplicemente la punta di una matita, nel modo più elementare possibile, a continuare il racconto.

 

G.: Quali sono i tuoi riferimenti storici? Quali artisti o correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

E.: Piero della Francesca, Mantegna, Hayez, Van Eyck, i Preraffaelliti. Tutti in qualche modo accomunati da un certo simbolismo più o meno manifesto e da una sorta di “congelamento” del tempo che sposta la realtà in un piano differente e sembra lasciarla lì, sospesa sulla superficie, per potervi scavare dentro.

 

G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? O musica?

E.: Tarkovskij, Terry Gilliam e Tim Burton per le loro visioni. Galimberti, per il suo

sguardo lucido ma appassionato sulle dinamiche dell’uomo contemporaneo. Nietzsche, cui devo parte della mia coscienza. Moltheni, Alessandro Grazian, i Baustelle.

 

G.: Scegli 3 delle tue opere, scrivimene il titolo e l’anno, e dammene una breve descrizione.

 

E.:  Inizio con Moscacieca, 2012” :

Il titolo rimanda ad una dimensione ludica ed infantile. Ma questo è accaduto tanto tempo fa, i piatti sono ormai vuoti. Lei ha divorato tutto. Eppure lo zucchero filato l’ha risparmiato: quello, per nessuna fame al mondo vorrebbe mangiarlo. Ma loro si, le mosche sono avide di zucchero rosa. E lo assalgono, lo coprono, sottraendolo alla nostra vista.

 

La seconda opera è La terza tentazione, 2013”

La domanda che ci si pone ora è: quanto pesa un pasticcino? Quanto pesa cedere alla tentazione? Così tanto da far scoppiare il palloncino con cui vorresti volare via. Non è rimasto altro che l’ultimo peccato e l’ultima salvezza.

Elisa Anfuso, La terza tentazione, olio e pastelli su tela, 2013

 

Infine, Cannibalismo, 2012”

Ancora una volta è a tavola si consuma la vita, a tavola si mettono in scena i bisogni, si costruiscono precarie architetture di desideri, pronte ad essere sacrificate nel banchetto, quando non resta altro. Sappiamo essere spietati noi esseri umani.

 

Elisa Anfuso, Cannibalismo, olio e pastelli su tela, 2012

 

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte :

E.:  Le fotografie di Francesca Woodman, narrano di una femminilità inquieta, tormentata, consapevole, carnale ma al contempo incorporea. Poetica e persino sensuale.

 

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”?

E.:   “The Murmur of the Innocence 5” di Helnwein

 

G.: Le mostre più rilevanti e memorabili del tuo percorso sino a qui:

E.: SOgNO, presso la Galleria Artesia di Catania. Abbiamo riempito la galleria di sedie, orologi, gabbie e scarpette che sembravano essere usciti fuori dai quadri e avere invaso lo spazio. E, da poco conclusasi, [Solitudo], una bipersonale con Jessica Rimondi, presso lo Spazio Arte Duina. Il confronto con un’artista apparentemente tanto distante da me, ma profondamente affine, è stato stimolante per entrambe.

 

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

E.: Ho iniziato una collaborazione importante con la Galleria Augustin di Vienna e sto ricevendo proposte per una nuova personale. Ma non faccio mai progetti a lungo termine.

 

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

E.:  “La paura degli esseri umani è paura di essere umani” – Marta sui Tubi

 

Per approfondire: www.elisaanfuso.com

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PER VOCE CREATIVA: GIOVANNA LACEDRA INTERVISTA CRISTINA IOTTI / BLOG WOMAN’S ART

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa seconda intervista, Giovanna Lacedra incontra Cristina Iotti (Modena, 1965).

Cristina Iotti

Matite colorate su carta in luogo di pasta cromatica su tela. Eppure l’effetto realistico risulta spiazzante. Sì, perché Cristina Iotti è una delle poche artiste italiane in grado di innalzare una tecnica grafica a vera e proprio strumento dell’arte, ottenendo effetti di un pittoricismo straordinario pur nella messa in pagina essenziale delle sue composizioni, che constano prevalentemente di uno o due soggetti, ritratti soprattutto in primo piano o a mezzo busto.

Grafite e matite colorate vengono adoperate con maestria neorinascimentale e lenticolare virtuosismo, per tratteggiare l’anima e svelare sfumature emozionali. Indagando la figura nei dettagli anatomici e fisiognomici come anche in quelli espressivi, per operare una sorta di indagine psicologica (che mi riporta ai ritratti di Antonello Da Messina), fino a svelarci, di opera in opera, una esclusiva geografia della psiche femminile

Anche quando si presentano ritratte di spalle, le giovani donne disegnate dalla Iotti sembrano invitarci a seguirle nel loro viaggio esistenziale. Sottilmente e sottovoce. Stagliandosi su sfondi che sembrano trasporle in una dimensione di quiete naturale: tappeti di foglie, ricami floreali. Un immaginaria foresta di sogni. Il bosco delle fate. Colori e forme con cui raccontare la poesia ed il coraggio di essere donna

Cristina Iotti vive a Sassuolo (MO). Ha studiato illustrazione presso lo IED di Milano. Prima di intraprendere la carriera artistica si è occupata per anni di Design Ceramico. Ha al suo attivo  diverse mostre collettive e pubblicazioni, due vittorie consecutive al premio Arte Mondadori, nella sezione grafica e la collaborazione artistica pluriennal  con la Costa Crociere .

Intervistiamola!

 

G.: Cos’è una DONNA secondo te?

C.: Una Donna è un essere estremamente complesso, dunque difficile da descrivere in poche righe. Siamo piene di sfaccettature  ma soprattutto, siamo dotate di grandi potenzialità. Sicuramente la cosa più straordinaria che possiamo fare è generare la vita. Basta questo a renderci esseri meravigliosi!

 

G.: E tu, invece, che  DONNA sei?

C.: Sono ipersensibile ed emotivamente fragile, mi demoralizzo e mi abbatto frequentemente, poi altrettanto velocemente mi ricarico, basta poco per farmi cambiare umore sia in positivo che in negativo. Mi reputo una persona tendenzialmente ottimista, testarda, caparbia ed efficiente. Orgogliosamente  mancina, felice di lavorare e ragionare prevalentemente con la parte destra del cervello.  Ho valori etici e morali in cui credo profondamente e conservo l’utopia di un “mondo migliore”. Sono stata vegetariana e ora sono vegana: ho deciso di non nutrirmi di sofferenza e morte, perché provo un profondo amore e un profondo rispetto per gli animali.

 

G.: Come vedi collocata la donna nella società contemporanea?

C.: La collocazione è a mio parere ancora inadeguata. Trovo che perdurino troppe discriminazioni e che ci sia poco aiuto da parte delle istituzioni. In Italia la donna è ancora troppo poco agevolata nella gestione del lavoro e della famiglia. Un arduo compito per il quale non trova grande sostegno..

 

G.: Come vedi collocata l’arte nella società contemporanea?

C.: Trovo che in questo periodo l’arte soffra enormemente della crisi economica e dei tagli alla cultura. Molte realtà come associazioni o gallerie, si trovano costrette a chiudere. Operatori e artisti sono in difficoltà. Se una nuova iniziativa sboccia, questo accade grazie all’investimento di qualche privato appassionato e lungimirante. Ma di questo passo l’arte nella società contemporanea corre il rischio di diventare sempre più marginale

 

G.: Qual è il dovere di un’artista-donna nella società contemporanea?

C.: Parlare, attraverso le immagini o altre modalità espressive,  del ruolo e della condizione della da un punto di vista emotivo, ma anche sociale.

Cristina Iotti al lavoro

 

G.: Il ruolo dell’artista-donna nel corso della storia e nel contemporaneo:

 C.: Un tempo esclusa e osteggiata, oggi ancora sottovalutata e snobbata.

 

G.: Quando, come e per quale ragione una donna come te diventa un’Artista?  

C.: Non mi definisco “artista”. Trovo che questo sia un termine fin troppo abusato. Io sono una Disegnatrice. E posso affermare di non esserlo diventata attraverso una scelta ragionata. Si è trattato piuttosto di una consapevolezza.  La definirei quasi una esigenza psicofisica, una necessità interiore, nutrita da un’attitudine innata…

 

G.: Cosa osservi del mondo, e cosa di ciò che osservi diventa materiale da plasmare con la tua creatività?

C.: Siamo bombardati da immagini virtuali. Ma io mi ribello: osservo prima di tutto la natura. Osservo gli animali  e scruto i miei simili. Scruto gli atteggiamenti, le posture e le espressioni  delle persone. Mi lascio sedurre dalla luce del sole e dalle ombre che crea. Vengo spesso catturata dai riflessi in una pozzanghera o da  una foglia coperta di brina al mattino. Poi sì, fagocito anche molte immagini dal web. E tutto questo si mescola in me. Inconsapevolmente lo mastico con la mia creatività. E lo rielaboro  poi col mio lavoro.

 

G.: Quali sono le tematiche della tua ricerca artistica?

C.: La mia ricerca  è incentrata sulla femminilità e sulle sue sfaccettature. In ogni donna abitano molteplici personalità, spesso in conflitto tra loro. Nella società contemporanea ci troviamo a rivestire spesso ruoli differenti e contrastanti. Siamo madri, amanti, mogli. Siamo donne che lavorano, che lottano. Che a volte soccombono alla propria fragilità. Ci vorrebbero aggraziate ma con le palle. Tutto questo duella in noi. Alcune donne rappresentate nei miei lavori sono timorose di mostrarsi, altre invece sono sfacciate. In definitiva io disegno donne. Ma le mie donne sono eterne sognatrici coi piedi per terra. Sono donne comuni, che si destreggiano in una quotidianità difficile. Vivono sospese tra il desiderio di osare  e la paura di non saperlo fare. Ecco, io disegno la femminilità come fosse un ossimoro. E in questo senso disegno anche me stessa.

 

G.: Quale tecnica adoperi?

C.: La mia tecnica è molto semplice: matite colorate abbinate alla normale matita di grafite, usate su carta di cotone per acquerello, che spesso incollo su tavole di mdf prima di iniziare il lavoro. È una tecnica poco usata tra gli artisti italiani, viene ancora erroneamente associata a lavori dilettantistici, ma vi assicuro che con perizia, pazienza, e materiale di qualità, si possono ottenere risultati eccellenti e “pittorici”.

G.: Non ne abbiamo alcun dubbio, vedendo i tuoi lavori! Ma ti va di raccontare a Woman’s Art la genesi di una tua creazione step by step?

C.: Certamente! Poiché il risultato cui ambisco è realistico, parto sempre da una referenza fotografica. Realizzo io gli scatti alle mie modelle. Generalmente ho già un’idea chiara su cui lavorare, per cui le pose, l’abbigliamento, gli accessori vengono scelti in base ad un progetto prestabilito. Faccio poi una selezione degli scatti ottenuto, scelgo i migliori dal punto di vista qualitativo e anche i più adatti all’idea di partenza. Li rielaboro leggermente con photoshop eliminando lo sfondo, sistemando luci,  i colori e l’inquadratura. Poi aggiungo altri elementi che faranno parte dell’opera, come scenari vegetali o floreali. Tutto però in maniera approssimativa. Quando l’idea del lavoro mi soddisfa  parto con l’esecuzione vera e propria:  realizzo in primis la traccia del disegno su un foglio di carta da lucido e la riporto poi sulla carta-cotone mediante carta grafitata, in modo da evitare cancellature.  Procedo quindi per fasi. Il mio è un lavoro molto meticoloso: occorrono tantissimi passaggi di fine tratteggio e l’utilizzo di varie tonalità di colori,  per arrivare al risultato finale.

 

G.: Scegli 3 delle tue opere per parlarmi della tua ricerca:

C.:  1.  “GraVitazione uniVERsAle #6” – matita,matite colorate su carta incollata su tavola –cm 50×50 – 2012.

Inizio con quest’opera perché la trovo emblematica della mia ricerca più attuale Ho eliminato orpelli e accessori ”identificativi” tipicamente femminili delle mie opere precedenti: ora la femminilità si fa più scarna, più intima e sofferta. L’indagine è meno estetica e  più interiore.  I visi, prima spesso negati, ora si mostrano ma  con una solennità  quasi ieratica. I corpi, privati di una identità prettamente femminile, assumono quella essenziale di “persona”, al di là di identificazioni relative all’etnia, alla religione o alla sessualità. Sono creature che dialogano  con microcosmi naturali. “Ruotano” attorno ad essi, diventano il fulcro ipotetico del mondo e rappresentano metaforicamente sia la centralità e l’importanza  che dovrebbe rappresentare la donna nella società contemporanea,e che non ha ancora raggiunto, sia il delicato equilibrio uomo-natura rappresentato dal cerchio, in cui sono inscritti i volti, simbolo di perfezione ,armonia e unione.  Tutto l’impianto compositivo ha chiari rimandi alla tradizione iconografica rinascimentale, ma vuole avere un’ impronta molto contemporanea. Per questa ragione scelgo di rappresentare volti meno “facili”, ma più particolari ed espressivi. L’effetto del ricamo “punto a croce” è anch’esso ulteriore simbolo e rafforzamento dell’archetipo femminile,un tempo unico mezzo d’espressione concesso.

graVITAzione uniVERsAle

C.: 2. “Alba Kiara” – matita,matite colorate su carta incollata su tavola – cm 30×30 – 2012.

Anche in questa composizione vi è un chiaro rimando all’impostazione rinascimentale. Il soggetto in questo caso è un soggetto fotografato casualmente su un treno. La ragazza mi aveva colpito per i suoi lineamenti che avevano il sapore di una bellezza rinascimentale, nonostante fosse una ragazza molto moderna  Ma astraendola dal suo contesto normale io riuscivo a percepirla come un’icona del nostro tempo. Il titolo, poi,  è volutamente popolare. Vedere questa ragazza “assorta nei suoi pensieri” mi ha fatto venire in mente la canzone forse più celebre di Vasco Rossi: Alba Chiara”. Ho sostituito “ch” con la “k” per renderlo ancora più attuale e legato al gergo giovanile.

Alba Kiara

  C.: 3. Biancan-EVA”  – matita,matite colorate su carta – cm 50×60 – 2012
In questa opera invece  ho voluto esprimere quel dualismo insito nella psiche femminile. La composizione rimanda per certi versi all’iconografia religiosa, pur restando laicissima. Purezza e dannazione. Pacatezza e peccaminosità. Ho tentato di mettere in luce il duello tra gli opposti. La mela è chiaramente emblema del peccato originale, ma in una fiaba come quella di Biancaneve diventa anche il simbolo per eccellenza della “tentazione”.  Per questa ragione ho scelto un titolo che le racchiudesse entrambe: Biancan-EVA”.  Già nel titolo, l’unione di questi due simboli così differenti della femminilità (religiosa e fiabesca), capaci di fondere la donna ingenua la donna tentatrice .

Biancan-EVA

G.: Quali artisti o correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

C.: Amo Ingres  per l’eccezionale resa dell’incarnato, Vermeer per le atmosfere e  le inquadrature, Caravaggio per le luci e il phatos, ma più in generale il  Rinascimento Italiano è il  mio  punto di riferimento. In alcuni lavori ho realizzato vere e proprie “citazioni” dalla storia dell’arte.  Dell’età moderna e contemporanea invece prediligo le opere di  Casorati, Boldini e Richter.

 

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte:

C.: Se con “femminile” si vuole intendere un’opera capace di esprimere l’essenza stessa della femminilità, rispondo  “L’origine du monde” di Courbet. Ma direi anche “La bagnante” di Ingres, per la sua delicatezza, per la poeticità dell’immagine, per la seduzione ed il pudore insieme, naturalmente interpretati coi canoni dell’epoca in cui fu realizzata.

 

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”

C.: Una qualunque delle poche di Vermeer…

 

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

C.: Ho appena superato la preselezione della Royal Society of Portrait Painters Open Exhibition 2013 di Londra, ho in programma a brevissimo due collettive, poi è in definizione in questi giorni un’altra collettiva dal titolo: ”Le signore del tempo, a cura di Paolo Infossi, facente parte delle iniziative all’interno di SaluzzoArte 2013, dal 20 Aprile al 5 Maggio 2013 presso le Antiche Scuderie, Fondazione Amleto Bertoni di Saluzzo. Inoltre, sempre a maggio parteciperò al progetto itinerante “Aliens- Le forme Alienanti del contemporaneo”, una mostra collettiva a cura di Sergio Curtacci a Palazzo Pirola a Gorgonzola (MI).

 

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

C.: “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”  (Mahatma Gandhi)

 

Per approfondire: http://www.cristinaiotti.it

 

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