WOMAN's JOURNAL

PER VOCE CREATIVA: GIOVANNA LACEDRA INTERVISTA JESSICA RIMONDI / BLOG WOMAN’S ART

“PER VOCE CREATIVA” è un ciclo di interviste riservate – e dedicate – alle donne del panorama artistico italiano contemporaneo. Per questa quarta intervista, Giovanna Lacedra incontra Jessica Rimondi (Torino 1987).

Per Jessica la donna è un ramo che germoglia. Ma ad un certo punto si sfrangia, si spezza, o forse è l’albero stesso che s’incendia. Perché la sua pittura è così: una deflagrazione su acque chete.

Jessica Rimondi è un’artista torinese molto giovane, oggi residente a Berlino. Ha seguito il corso di pittura presso l’Accademia Albertina di Torino, slacciandosene poi per portare avanti la propria ricerca in maniera autonoma, con grande dedizione e determinazione. In occasione del 4° Premio Internazionale Arte Laguna 2009-2010 ha esposto nella collettiva dei finalisti presso le Tese dell’Arsenale di Venezia. Ha poi presentato il suo lavoro in due collettive presso gli Istituti di Cultura di Vienna e Praga. Risale allo scorso anno “Solitudo”, la bi-personale realizzata con la pittrice catanese Elisa Anfuso (già intervistata in questa rubrica) presso lo Spazio Arte Duina di Brescia.

La sua ricerca prosegue, infaticabile e imperterrita. Ed è soprattutto di ricerca tecnica che si tratta; una ricerca in cui diversi materiali si mescolano e compenetrano. La matita, il fondo acrilico, l’olio, la carta, la colla. Su piatte campiture dalle tonalità piuttosto tenui – in un assetto apparentemente dato da zone di bianco assoluto – e ben ordinati contorni a matita, improvvise stratificazioni di carta e graffianti velature, spiazzano! E vibrano sulla tela, come silenzi esplosi. Come rotture di una quiete, come piaghe nella calma, il substrato di una superficie perfetta, la carne viva sotto la seta della realtà. E pare quasi che l’immagine voglia aprirsi, come una ferita, come un’ustione, per esporre la verità in tutta la sua perentorietà, in tutta la sua intima crudezza. Perché sotto l’immagine, la realtà è fatta di carne viva. I volti nascono dal segno e sono inizialmente soltanto “segno” su quelle campiture celesti o rosa. Poi una parte di quel volto si fa carne, prende le tonalità di un incarnato alla Lucien Freud. E all’improvviso … scompaginante arriva il grido, mediante il gesto pittorico. Immediato come una pugnalata. È lo strappo. È l’urlo straziante che stordisce il silenzio. È come se il soggetto stesso deflagrasse, si rompesse – o interrompesse. È come se il soggetto scoppiasse. È il gesto pittorico, ricercato, meditato, studiato, ma dal risultato efficacemente istintivo, che rende improvvisamente truce la realtà!

Come non avvertire l’eco delle combustioni di Burri, e delle deformazioni anatomiche di Bacon?

G.:  Descrivimi la Donna che sei:

J.:    Dr. Jessi e Mrs. Hide.

 

G.:  Cos’è una Donna secondo te?

J.:    Nel mio immaginifico la donna è un ramo che germoglia.

 

G.:  Come vedi collocata la donna nella società contemporanea?

J.:   Come un essere molto dotato ed intelligente. Ma trovo che per quanto riguarda i diritti ci sia ancora molta  discrepanza tra il mondo “occidentalizzato” e tutto il resto.

Jessica Rimondi

G.:  Come definiresti il ruolo dell’Artista-Donna nel corso della storia dell’arte e nel contemporaneo?

J.:   E’ piuttosto recente lo studio delle personalità artistiche del passato, quello dell’Artista non era sicuramente un ruolo per donne, nonostante ci siano state delle grandi personalità tra cui Camille Claudel, Artemisia Gentileschi, Seraphine de Senlis di cui mi ha colpito la storia. L’arte contemporanea conta diverse donne. Si può essere una donna artista, anche se spesso la mia sensazione è che siamo sottoposte ad un giudizio più severo. Facendo riferimento ad una tematica esplicitamente  “sessuale”, se immaginiamo un uomo dipingere una marea di vagine ed una donna dipingere una marea di peni, cosa sembrerebbe più sfacciato e provocatorio?

 

G.:  Beh, a mio avviso se una donna dipingesse una marea di peni non verrebbe giudicata più provocatoria, ma forse sarebbero altri gli aggettivi o i pensieri pregiudiziali che ne scaturirebbero, anche se trovo che dagli anni Sessanta ad oggi le donne in arte, soprattutto femministe, siano andate ben oltre! Ma torniamo a te, Jessica. Qual è il dovere di un’artista-donna nella società contemporanea?

J.:   Il dovere di sentirsi libera nell’arte.

 

G.:  Appunto!  E più in generale, come vedi collocata l’arte nella società contemporanea?

J.:   Trovo che la società odierna non ne aiuti lo sviluppo. Troppi artisti, poca qualità, non si usa più investire su un artista in cui si crede davvero, non c’è più valore in questo. Penso ci siano troppi falsi concetti e nessun valore reale, vero e forse, questa situazione non è che lo specchio della società contemporanea. C’è un ribaltamento dei ruoli, un focus estremo sulle vendite, purtroppo io non sono interessata a questo. Gli artisti dovrebbero pensare a produrre ARTE e dovrebbero essere sostenuti in questo.

 

G.:  Quando, come e per quale ragione una donna come te diventa un’Artista?

J.:   Io non sono un’Artista, se osserviamo questa parola dal punto di vista professionale.
Ho subito il fascino dell’arte e me ne sono innamorata sin da bambina, mi sono lasciata sedurre ed ammaliare dalle sue diverse forme, fino a farla diventare, per me, uno stato vitale. Certo, non tutti si aspettano che una bambina voglia fare nel suo futuro “l’artista”, ma sono sempre stata molto combattiva per le mie scelte di vita.


G.:  La tua formazione?

J.:   Bene, questo è il mio punto dolente e non vorrei diventare troppo polemica. Dopo il liceo artistico ho intrapreso diverse strade: ho studiato vocalità all’istituto M.O.D.A.I di fisiologia applicata alla prestazione artistica (che ho abbandonato una volta partita per Berlino), e pittura all’Accademia Albertina di Belle arti di Torino. E forse relativamente agli studi accademici avevo sviluppato aspettative troppo alte. Ho passato due anni infernali, privi di stimolo creativo, penso di aver dipinto al massimo tre quadri; la mia frustrazione è arrivata all’apice durante il corso di arte contemporanea: la bibliografia comprendeva “I monologhi della vagina” e vedere la mostra di Gilbert and George era diventato caso di scandalo! Non lo condividevo! Dunque ho sentito che avevo due soluzioni: una era quella di prendere un titolo di studi, l’altra di mettermi a dipingere e fare davvero ricerca, studiare, andare in profondità. Beh, ho capito che se avessi davvero voluto diventare una vera artista avrei dovuto lavorar sodo, dipingere giorno e notte, studiare di più l’arte nelle sue forme, e abbandonare l’accademia. Ahimè sono una persona piuttosto radicale, infatti qualche tempo dopo ho addirittura deciso di abbandonare l’Italia per perseguire il mio scopo. Ecco perché sono a Berlino! Attualmente non mi dispiacerebbe riprendere gli studi all’estero.

 

G.:  Cosa osservi del mondo, e cosa di ciò che osservi diventa materiale da plasmare con la tua creatività?

J.:   Ognuno di noi è in grado di osservare piccoli frammenti del mondo. Io provo a captare il più possibile dall’esterno e tutto ciò che mi incuriosisce diventa materiale di riflessione e/o materiale creativo, dalla natura all’oggettistica. La mia curiosità si sofferma moltissimo sugli individui e sulle percezioni sensoriali.

G.:  Quali sono le tematiche della tua ricerca artistica?

J.:   Mi interessa la realtà, anche quella più cruda e l’individuo in quanto essere che la abita; mi interessa la percezione che gli esseri umani hanno delle cose che li circondano, degli altri individui. Mi interessa più di tutto la questione della comunicazione…essa si viene a creare tra il soggetto dell’opera e me, ma anche tra il fruitore ed il soggetto. È una questione cruciale e credo rappresenti la tematica nodale del mio lavoro. Forse da quando mi sono trasferita a Berlino ho compreso l’importanza e la  grandezza della comunicazione non verbale: unisce gli uomini di qualsiasi luogo del mondo. Ecco: ricerco una pittura che vibri, reale da un punto di vista percettivo, sensoriale ed evocativo.

Jessica Rimondi in studio

 

G.:  Quale tecnica adoperi? Quale supporto?

J.:   Tecnica mista su legno

 

G.: Quale reazione desideri abbia il fruitore del tuo lavoro?

J.:   Desidero che l’osservatore dei miei quadri non solo veda delle figure, ma possa percepirne il respiro, lo sguardo, il pensiero. Vorrei che la mia pittura vibrasse di vita vera e fosse così percepita dallo spettatore. Più precisamente vorrei fosse invaso dalla sensazione che l’opera emana e diventasse per questo parte integrante di essa.

 

G.:  Come nasce un tuo lavoro, step by step ?

J.:   Seguo un procedimento di questo tipo: Cerco di ricreare l’immagine che ho nella mente attraverso la fotografia. Preparo la tavola con quattro strati di colla avanti e retro. Costruisco il telaio/struttura sul retro della tavola. Passo diversi strati di fondo chiaro. Faccio un abbozzo del disegno. Passo moltissime mani di secondo fondo acrilico più scuro intorno al disegno e alle parti che voglio lasciare chiare. Quindi, inizio a lavorare seriamente! Parto spesso da un particolare che so già come risolvere, può essere una parte di stampa o una parte di disegno, poi mi lascio trascinare all’interno dell’opera. Non racconto la genesi del mio lavoro  nell’ordine esatto in cui avviene, poiché da questo momento in poi la regola che vige è l’istinto (so cosa voglio fare, ma non so come posso arrivare a realizzarlo).  Realizzo moltissime stampe monotipo su carta, che creo partendo da una matrice plastica, lavorando con macchie di colore e reazioni tra solventi e sostanze a base d’acqua. Immergo la carta in una sostanza collosa e la applico su legno. Spesso creo molti strati che successivamente rimuovo in parte e/o rielaboro. Tra uno strato e l’altro,  mi dedico alle parti dipinte più classicamente ad olio. E’ una tecnica lunghissima, più che altro per i tempi di asciugatura della carta su legno e dell’olio su carta.


G.: Grazie Jessica, per questa descrizione dettagliata. Ma quali sono i tuoi riferimenti storici? Quali artisti o correnti hanno in qualche modo contaminato e influenzato il tuo lavoro?

J.:   Gli artisti che mi stanno particolarmente a cuore sono:  Cy Towmbly, Arnulf Rainer, Robert Ryman, Jenny Saville, Anselm Kiefer, Nicola Samorì,  Antoni Tapies, Hans Hartung, fino a  Francis Bacon, Lucien Freud, Janni Kounellis, Alberto Burri, Yue Minjun, Olafur Eliasson e tanti altri…


G.: Ad ispirarti ci sono anche letture particolari? Autori, poeti, filosofi, musicisti… che riescono a suggerirti qualcosa per il tuo lavoro?

J.:   La musica ha sempre avuto la stessa importanza  della pittura per me (spero di riuscire un giorno a riprendere!). Tra i musicisti che amo: Telonius Monk, Óskar Guðjónsson, Christian Wallumrød, Joy Division, Jeff Buckley, Hanne Hukkelberg, Radiohead, Talking Heads, Beck, Pink Floyd, Bjork, Nirvana, Patti Smith, Depeche Mode, Joanna Newsom, Portishead  …e molti altri.
Il Regista numero uno: Michel Gondry. E  a seguire Terry Gilliam
Le letture rivelatrici di questo anno: “L’artista e la sua realtà” di Mark Rothko, “Pittura Oggi” di Tony Godfrey, “Una donna chiamata Camille Claudel” di
Anne Delbée. Come scrittore adoro particolarmente Paulo Coehlo di cui uno dei miei libri preferiti di sempre “Veronica decide di morire”.

 

G.: Oh, conosco col cuore quella meravigliosa biografia di Camille romanzata da Anne Delbée, e amo molto anch’io quel libro di Coelho! Ora scegli 3 delle tue opere per presentarmi il tuo lavoro:

J.:   Inserirò le tre opere che sento più vicine e che rappresentano la chiave di volta del mio percorso fino ad ora. Poiché lavoro molto sul titolo, generalmente il significato di ognuna di esse è racchiuso all’interno di questo. Spesso utilizzo la forma riflessiva proprio per andare a sottolineare quel rapporto ambivalente di cui ho parlato precedentemente .

1- Respirandomiti, 150 x 150 cm, 2012: Vicendevolmente ci si respira, si comunica. Il soggetto ed il suo fruitore, l’osservatore e l’osservato. Respirandomiti vuole cogliere questa sfumatura della comunicazione non verbale, invisibile, in cui nello “stare”, attraverso lo spazio che intercorre fra due individui, si possono cogliere molte informazioni di colui che viene indagato e che, a sua volta, scruta.

Jessica Rimondi – Respirandomiti, tecnica mista su legno, 2012

 


2 -Erro Ergo Sum, 95 x 130 cm, 2012: A quest’opera sono particolarmente affezionata, rappresenta per me una piccola metafora della vita. Ci ho lavorato moltissimo proprio perché volevo toccare diversi punti, volevo rendere queste donne vive. Il titolo dice davvero tutto in questo caso.“Erro” da “Errare”, ha diversi significati:  sbagliare, vagare  Erro quindi sono: L’uomo è soggetto al divenire e diviene grazie alle sue scelte, alle strade che decide di intraprendere nel susseguirsi di eventi che vanno a formare la sua esistenza. Il tempo scorre, ne deriva  una decadenza del fisico e della carne, ma non della mente. Queste donne sono salde, poiché hanno già errato a lungo e quindi compreso molte cose. Camminano da sole, ma si accompagnano.

Jessica Rimondi – Erro Ergo Sum, tecnica mista su legno, 2012.

 


3 – Cercandomiti, 75 x 105 cm, 2012: Accarezzavo questo volto, ho tolto la mia mano e in assenza di essa il volto era ancora lì a desiderarla, la mia mano sperimentava lo stesso stato di assenza. Osservando il quadro le mie mani cercano quel volto per accarezzarlo e viceversa.

Jessica Rimondi, Cercandomiti, tecnica mista su legno, 2012.

 

G.: L’opera d’arte più “femminile” della storia dell’arte :

J.:   Man Ray, Le violon d’Ingres, 1924

 

G.: L’opera d’arte che ti fa dire : “questa avrei davvero voluto realizzarla io!”

J.:   Non riesco a trovare una risposta a questa domanda. Ho subito pensato a qualcosa di Bacon, Freud, Van Gogh, CY Twombly, Kapoor, poi mi sono venute in mente altre opere, ma non avrei voluto realizzarne una più di un’altra. L’arte ha troppa bellezza, forse vorrei avere un quarto del genio degli artisti sopra citati e la metà del loro talento.

 

G.: Work in progress e progetti per il futuro:

J.:   Attendo una proposta per una personale in qualche magnifico edificio dismesso, ma poiché non mi è ancora soggiunta continuo a lavorare. Sto facendo delle prove per riprendere a lavorare su carta.

 

G.: Il tuo motto in una citazione che ti sta a cuore:

J.:   “I want the painting to be flesh (Voglio che la pittura sia carne)” –  Lucien Freud

 

Per approfondire:

http://jessicarimondi.wix.com/paintings

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