WOMAN's JOURNAL

GLI UOMINI E LE DONNE SONO UGUALI. CAPITOLO CINQUE / BLOG MIPIACE

5.

Ore 6,45

Titititi… titititi…

Gl

La sveglia. Come tutte le mattine. Lei la preferiva analogica, di quelle tonde con il gallo sul quadrante dell’orologio. Le ricordava un tempo in cui tutto era magico: poche responsabilità, preoccupazioni spicciole, grandi sogni, desideri realizzabili con un sorriso ben dosato e una buona azione. L’infanzia, un tempo vissuto senza consapevolezza, di cui ora restava l’odore dei biscotti appena sfornati e quella sveglia con il gallo sul quadrante un po’ sbiadito dell’orologio.

Il giorno li sorprese di spalle l’uno all’altra, ma tanto vicini da toccarsi e scambiarsi il sudore notturno. Era stata una notte piovosa. Si stimavano circa 500 millimetri di pioggia caduti nel corso della notte. Ed era già mattina. Una giornata nuvolosa cercava di ferire lo sguardo di lei. 

Non c’era tempo per coccole ed effusioni, così si alzò rapidamente e si chiuse in bagno. Aveva degli intervalli di tempo prestabiliti per compiere le attività di base e diventare presentabile. Poi ci sarebbe stata quella breve corsa in treno propedeutica al risveglio cerebrale. Insomma, un nuovo giorno era cominciato.

Mentre l’acqua le bagnava sul corpo nudo, ripensava alla discussione della sera precedente. Come si chiamano le dita dei piedi? Nella sua memoria si materializzò l’immagine di una donna con un vestito gonfio dalle maniche verdi. Indossava dei guanti e, all’altezza del mignolo della mano, si scorgeva una protuberanza. E così iniziò ad elaborare storie di fantasia, di una donna che veniva bollata ingiustamente infedele per il solo fatto di non aver partorito un maschio. E suo marito, un re, l’aveva fatta decapitare. Mentre la sua mente era immersa in queste elucubrazioni, lui si affacciò alla porta del bagno.

“Ahhhh!!!” urlò lei. “Mi hai spaventata! Ma un po’ di tatto… Che diamine!”

Il primo passo falso della giornata.

“Passami l’accappatoio piuttosto.” continuò con un tono sprezzante.

Ignorando la sua presenza, uscì dal bagno e preparò il caffè.

Fu il turno di lui nella doccia.

Intanto, lei diede uno sguardo al suo telefono. L’aveva lasciato su una mensola della cucina. Quattro chiamate perse. E sempre lo stesso numero, quello che aveva già chiamato la sera prima. 

Niente, cancellò le chiamate e posò il telefono nella borsa. Poi continuò le sue attività mattutine.

Dopo poco lui riemerse dal bagno. Fecero colazione insieme. Lei gli versò il caffè, lui prese i cereali nella dispensa. Lei scaldò il latte, lo versò nelle tazze e lui le servì in tavola. Una coppia perfetta, collaborativa e affiatata!

“Allora? Come si chiamano le dita dei piedi?” chiese lei impaziente.

“Ehmm…” Lui non aveva alcuna idea al riguardo. “Alluce…” balbettò, ma fu subito interrotto da lei che, presa da un’ira funesta, abbandonò la tazza ancora piena sul tavolo e si chiuse in bagno.

Il rumore del phon lo tranquillizzò. Ma la calma durò poco. Con i capelli scompigliati e ancora umidi ritornò in cucina e lo accusò di essere poco attento alle sue esigenze, di essere distratto e scostante.

Lui non le diede corda: la ignorò continuando a sorseggiare il suo latte macchiato senza schiuma. Era l’unico modo per evitare di entrare in collisione. Il lavoro li avrebbe separati e – si sa – il tempo aggiusta tutto. Quando la sera si sarebbero ritrovati magari lei avrebbe dimenticato quella sfuriata poco costruttiva.

Ore 7,30: ultima chiamata per il passaggio mattutino.

Si avviarono in silenzio verso la tromba delle scale. Così pure in macchina: lui distratto dalla città che si risvegliava e lei zitta, con il broncio.

Salita sul treno, si sedette accanto ad una signora sulla cinquantina che faceva le parole crociate.

Dopo soli cinque minuti si ritrovò a conversare con lei.

“La ringrazio signora. Lei ha soddisfatto pienamente la mia curiosità. Da ieri sera ci stavo pensando. E anche durante la notte… Non sa quante volte mi sono svegliata con questo unico pensiero. E poi ho litigato con il mio ragazzo che mi ha insultato dicendo che queste non sono cose importanti. Ma lei mi può capire, i dubbi vanno tolti. Altrimenti la mente non è libera. La ringrazio. Ma chi se lo ricordava che oltre all’alluce c’è il trillice, il pondolo… Ah sì, il mignolo è standard. Ma sa che Anna Bolena aveva sei dita ad una mano? L’ho scoperto leggendo Focus. Ma l’annoio? Lo so, tanto dobbiamo affrontare l’ennesimo viaggio. Che poi non è così lungo. Le dirò, non mi dispiace neppure…”

Non si trattava esattamente di una conversazione.

La gentile signora del cruciverba aveva risposto alla domanda sul nome delle dita dei piedi e lei si era approfittata della sua attenzione e l’aveva incastrata in una ragnatela di parole. 

Per fortuna il telefono squillò. “Mi scusi signora…” infilò una mano in borsa e…

La gentile signora del cruciverba che aveva risolto l’enigma si alzò immediatamente e si diresse in un altro vagone.

Per rileggere la puntata precedente clicca qui.

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