WOMAN's JOURNAL

I sistemi giuridici confessionali: l’Islam

di Gaia Nina Marano

Quando parliamo di Islam siamo soliti pensare ad una religione, una cultura o ad una ideologia. Tale ricostruzione, per quanto non sbagliata, è tuttavia incompleta. L’Islam, infatti, con il suo complesso intreccio di regole spirituali e temporali, ha dato vita ad un vero e proprio ordinamento giuridico.

La Sharia, traducibile come “legge divina” o “via da seguire”, affianca, alle norme teologiche e morali, le norme giuridiche di diritto privato, le norme fiscali, penali, processuali e di diritto bellico.

Il diritto islamico, come ogni diritto confessionale, è volto al raggiungimento di finalità sacre ed ultraterreni. E’ dunque inevitabile che la “morale” si sostituisca alla “legge” e che i concetti di “peccato” e “reato” si confondano. Proprio per questo motivo, tra i reati più gravi, puniti con la flagellazione o la pena di morte, si annoverano anche la bestemmia, l’apostasia e l’adulterio.

Tanto premesso, vediamo cosa è accaduto ad una atleta proveniente dall’Arabia Saudita, durante le Olimpiadi di Londra 2012. La judoka Wojdan Shahrkhani -fortemente voluta dal comitato olimpico per i suoi noti meriti sportivi- è stata protagonista di un vero e proprio “scontro” giuridico.

La legge islamica (così come applicata dal suo Paese di origine), prevede che la donna debba indossare il velo anche durante il combattimento. Tuttavia, le regole olimpiche impongono, per una questione di sicurezza, che l’atleta gareggi a capo scoperto.

La giovane judoka, dunque, avrebbe dovuto scegliere: gareggiare, sottraendosi alla legge islamica, o essere squalificata per infrazione del regolamento olimpico.

La storia di Wojdan (che alla fine ha gareggiato, senza squalifica, indossando un particolare copricapo, ritenuto “non pericoloso”) è solo un esempio pratico di come i sistemi giuridici confessionali in generale, confondendo la totale “sottomissione a Dio” ed alla sua morale con la legge sociale ed istituzionale, possano rendere assai complicata la vita quotidiana delle persone.

In particolare, il sesso femminile è spesso vittima di gravi restrizioni, che ne hanno accentuato lo stato di sottomissione. Le donne dei paesi islamici integralisti, ad esempio, non possono guidare, non possono mantenere la famiglia con i guadagni del proprio lavoro, non possono votare, non possono girare a volto scoperto, non possono parlare in pubblico con un uomo, non possono correre etc. Tanti sarebbero gli esempi da fare e molto complesse le riflessioni al riguardo.

Tuttavia, è bene sapere che l’Islam, non essendo un sistema unico ed uniforme, adatta la sua applicazione al Paese di riferimento, alla cultura locale, al governo ed alla storia. Nel tempo, infatti, l’Islam si è modificato e tuttora, sebbene alcuni principi fondamentali rimangano comuni ed immutati, la disciplina normativa continua a variare da paese a paese, lasciando qualche speranza in più anche alle donne.

 

 

 

 

 

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Archiviato in:diritti, società,

5 Responses

  1. patrizia ha detto:

    Gli avvenimenti di questi giorni ci spingono a riflettere e discutere sull’argomento…E’ un tema delicato.Dal mio punto di vista l’assolutismo della fede islamica appare fuori dal tempo e le sue conseguenze nefaste. E’ vero che questo atteggiamento si verifica soprattutto in paesi ancora molto arretrati socialmente ma le conseguenze si diffondono al di là dei loro confini. Nonostante le condanne di questi comportamenti violenti è come se l’occidente fosse spaventato da queste reazioni fanatiche ed è difficille trovare il modo di controllarne le conseguenze.

    • gaianina ha detto:

      Molte volte sembra che i Paesi occidentali non riescano a far rispettare il semplice principio di reciprocità su cui si sono costruiti i rapporti giuridico-politici negli ultimi secoli. Siamo sempre a metà tra l'”accettare” e l'”obbligare”… E se cominciassimo a pensare anche che l’accettazione delle culture richiede una evoluzione al passo con i tempi? Siamo già avanti nel processo di integrazione, eppure non siamo riusciti a dettare delle regole ferree. Forse è conseguenza della seconda guerra mondiale o forse del nostro approccio troppo caritatevole e cristiano.

  2. stefy ha detto:

    Ho avuto modo di trascorrere molto tempo in un paese arabo e di conoscere, da expat come si usa definire gli stranieri, il rapporto osmotico che lega la vita sociale e la fede islamica.Tutto è uniformato alla regola religiosa: :costumi, economia, diritto si basano rigidamente sul rispetto dei principi dell’islam e delle sue interpretazioni. A chi vive e lavora in questi paesi non è concessa scelta ma è imposto di rispettare la sensibilità religiosa locale adeguandovi, in modo più o meno radicale, i propri costumi. Non sono concesse eccezioni. Non si discute di tolleranza. E’ legittimo chiedersi perchè il principio di reciprocità non venga applicato nei paesi arabi ma venga difeso, a mio avviso comunque giustamente , nei paesi occidentali. Credo che la nostra sia una manifestazione di civiltà risultato di un lungo e complesso percorso storico che ha conosciuto l’intolleranza religiosa violenta e persecutrice per arrivare a codannarla , creando così società aperte che rifiutano discriminazioni e tutelano le minoranze.
    E’ questo lunga evoluzione storica e culturale che ci ha reso quello che orgogliosamente siamo, sostenendo uno stato etico e laico che convive con una società che vede nelle diversità una ricchezza, in particolare coltivando e facilitando la diversità religiosa. Noi siamo il frutto di un processo evolutivo che altri devono ancora affrontare…con grandi difficoltà e tempi lunghi.
    “Rome wasn’t built in a day! “

  3. natalia ha detto:

    Durante il mio percorso di studi in legge ho affrontato la comparazione di diversi sistemi giuridici ed ho sempre pensato che si ponesse poca attenzione nei confronti del diffuso sistema islamico, sui cui fondamenti e interpretazioni si impara poco. E’ vero che è un mondo complesso e difficile da penetrare perchè dobbiamo partire da un assioma inaccettabile per la nostra cultura: l’ identità fra sistema religioso e sistema giuridico. Come viene sottolineato da Gaia, che “peccato e reato coincidono”. La soggettività dell’interpretazione morale del fatto diviene la sua misura e la legge si incarna nella visione teologica. Esistono paesi musulmani più o meno moderati nell’applicazione di questo principio ma comunque questo “è” il principio cardine su cui si fonda il sistema. In questo l’ acclamata “Primavera Araba” non pare aver contribuito ad una evoluzione anzi sembra che con la caduta di alcuni “dittatori” sia accresciuta la presa di movimenti integralisti. Quello che sta accadendo in questi giorni ne è una spaventosa testimonianza. Ma condivido chi ha scritto che c’è un lungo viaggio che si chiamo storia che non può essere accorciato…Democrazia e libertà non si possono imporre, è un paradosso solo accostare questi termini!Il viaggio sarà lungo e doloroso per chi è più debole, come certamente lo sono le donne, ma certi valori devono essere sentiti prima che conquistati. Penso che l’occidente non debba però cedere sui propri valori e , nel rispetto delle identità, porre però dei limiti sul proprio territorio. I limiti sono dati dalle nostre leggi che tutti sono tenuti a rispettare senza eccezioni di appartenenza religiosa o etnica. Questa fermezza può aiutare ad esempio le donne immigrate in occidente ad evitare costumi e pratiche a cui sono obbligate.

    • gaianina ha detto:

      Le vostre riflessioni mi aiutano a pensare… E’ vero, abbiamo fatto un percorso storico occidentale che non dobbiamo MAI dimenticare. E sono soprattutto i momenti in cui la via del reazionismo sembra più facile-sicura e veloce, che bisogna tenere duro, agrapparsi con tutta la forza possibile alla evoluzione idealogica! Mi rendo conto di quanto il sentimento della “pancia” purtroppo possa, alle volte, emergere prepotentemente nelle persone. Ma non dobbiamo lasciare che la “rabbia” prenda il sopravvento sulla ragione. Grazie a Natalia e Stefania per avermi aiutato in una riflessione più profonda del tema. Grazie davvero.

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