WOMAN's JOURNAL

Storie di croniste minacciate: intervista a Gerardo Adinolfi

Donne, ma soprattutto croniste, costrette a una vita sotto scorta e a difendersi da minacce, non per aver cambiato qualcosa, ma per averlo raccontato, messo nero su bianco, tolto dal silenzio sotto il quale spesso si tende a seppellire ciò che riguarda la criminalità organizzata. Parla di loro l’ebook di Gerardo Adinolfi La donna che morse il cane. Storie di croniste minacciate (Informant).

Giornalista professionista classe 1987, Adinolfi si occupa di informazione antimafia. In questo libro mostra di avere le idee chiare e la forza per raccontare silenzi e attese con molta umanità, offrendo un prezioso spaccato su un mondo di cui sappiamo poco, quello delle giornaliste che resistono. Lo abbiamo intervistato a proposito di quest’opera, uscita pochi giorni fa esclusivamente in formato digitale.

Gerardo Adinolfi, perché hai scelto le donne e non, più in generale, i cronisti minacciati?

Dal 1 gennaio 2010 al primo giugno 2012 sono stati 187 i cronisti minacciati, secondo i dati raccolti da Ossigeno per l’informazione, che è l’osservatorio sui giornalisti vittime di minacce diretto da Alberto Spampinato e con cui collaboro dalla Toscana. Raccontare tutte le storie sarebbe stato impossibile, non basterebbe un’enciclopedia e molte di esse potete trovarle già sul sito di Ossigeno per l’informazione. Ho cercato di trovare dei collegamenti per sviluppare un’inchiesta che avesse un tema ben definito, decidendo di dedicarmi alle storie che hanno coinvolto giornaliste donne perché questi casi sono in aumento. Nel solo periodo gennaio – maggio 2012 ci sono stati 19 casi, 2 in più che in tutto il 2011.

Perché hai scelto proprio queste donne?

Nell’ebook ho raccontato tre storie principali, quelle di Rosaria Capacchione, Marilena Casale e Marilù Mastrogiovanni, ma anche altre come Amalia De Simone, Stefania Petyx. Ho scelto le storie che mi hanno maggiormente colpito: Rosaria Capacchione forse è la più famosa giornalista anticamorra d’Italia e vive sotto scorta da anni, mentre Marilena, con cui ho avuto modo di condividere una splendida giornata tra Casal di Principe, Aversa e Casapesenna mi ha insegnato, in poche ore, cosa vuol dire amare la propria terra e cercare a tutti i costi di migliorarla. Per quanto riguarda Marilù mi ha colpito una frase del suo elenco che ha scritto sui motivi per cui resta a Casarano: “resto perché voglio vedere come va a finire”. Ed è quello che voglio fare anche io con l’Italia.

La mafia è il motivo principale che collega queste donne e altri colleghi con un filo rosso, esistono altri motivi per cui alcuni cronisti vengono minacciati?

Nell’ebook ho parlato molto delle storie di giornaliste del sud, in cui a minacciare e colpire i cronisti è soprattutto la criminalità organizzata. Ma non l’unica. Minacciare i giornalisti oggi è diventato quasi di moda. Non c’è bisogno di armi, violenza o esplosivi, spesso basta l’uso legale delle querele e delle cause di risarcimento danni. Poi ci sono casi, raccontati e raccolti da Ossigeno, di minacce che provengono da presidenti di squadre di calcio che ritirano l’accredito impedendo il diritto di cronaca, di colletti bianchi che minacciano verbalmente o fanno pressioni. Minacciare un giornalista è semplice. La parte difficile è continuare a tenere la schiena dritta quando tutti sono ricurvi su se stessi.

Il giornalismo deve riappropriarsi di un ruolo così forte, di denuncia. Come?

Innanzitutto facendo conoscere gli episodi che minano alla libertà di cronaca e di informazione. I giornalisti non devono essere lasciati soli, né dal loro editore né dai colleghi della stessa o di altre testate. Spesso la solidarietà dopo una minaccia sembra di circostanza, ma è importante che ci sia ed è importante che si traduca in fatti concreti. Il compito del giornalismo, come mi ha detto Marilù Mastrogiovanni, non è quello di cambiare le cose, ma di mostrarle così come sono informando le persone che poi, quelle cose, dovrebbero cambiarle. Ma in Italia fare inchiesta, e denuncia, sta diventando sempre più difficile. Gli esempi virtuosi ci sono, e li ho raccontati nel mio primo libro, “Dentro l’inchiesta (Edizioni della Sera)”, ma oggi si preferisce sempre più spesso la cronaca spicciola all’approfondimento.

Si parla spesso di quote rosa, di poter conciliare carriere e famiglia. Tu da queste interviste che idea ti sei fatto del ruolo della donna?

Se si parla spesso di quote rosa e di carriere e famiglia a mio avviso ancora non si è raggiunto il livello necessario affinché ci sia una perfetta parità tra uomo e donna nel campo del lavoro. Se si parla di un fenomeno è perché questo fenomeno esiste e non è stato ancora assimilato. La società fa passi avanti di giorno in giorno, ma la strada è ancora tanta da fare. Fare il giornalista e avere una famiglia è difficile per un uomo e per una donna, non vedo poi così tanta differenza. È un lavoro che se fatto bene richiede molto più tempo di quanto se ne ha a disposizione. Per questo ci vuole passione. E la passione, così come il talento, non ha sesso. Anche se vedo ancora troppe poche direttrici donne di telegiornali e giornali in giro …

Cosa ti ha colpito di queste vite, vedendole da vicino?

La loro forza di andare avanti con la stessa passione di sempre. Vivere sotto scorta come Rosaria Capacchione deve essere un’esperienza non da poco e opprimente. Così come camminare in città ed essere vista come quella “che porta i guai”. Però queste donne non hanno mai perso la forza di sorridere, e questo è la cosa più importante.

Qual è stata la difficoltà maggiore incontrata nel raccontarle?

È difficile trasmettere le emozioni delle giornaliste di cui ho parlato, così come l’emozione da me provata nello stare al loro fianco, o nel sentire la voce commossa e fiera al telefono. Ci vogliono le parole giuste per non banalizzare tutto o esaltarlo troppo, rischiando di ridicolizzarlo. Quando ho finito il capitolo su Marilena e le ho inviato la bozza, ero sinceramente preoccupato di non esser riuscito a esprimere le sensazioni che avevo provato e che mi aveva trasmesso. Lei mi ha scritto poco dopo, sorridente. Da lì non ho avuto più dubbi.

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