WOMAN's JOURNAL

Welfare aziendale: una mano tesa alle donne?

In Italia il welfare pubblico è ancora carente nel settore dei servizi alla maternità e alla famiglia, i servizi di cura pesano quasi esclusivamente sulle donne e la disoccupazione femminile è al 46% (media europea: 35,7%). Tuttavia anche qui si comincia a parlare di welfare aziendale. Vodafone, Sap, Intesa San Paolo, General Electric e Mellin sono alcune delle imprese che lo hanno già implementato.

Nelle ultime settimane il tema è stato trattato dai quotidiani e affrontato in due convegni nazionali: Company Welfare. Produttività e benessere, promosso in aprile dal Gruppo Donne Manager di Manageritalia, e Un nuovo welfare per liberare le donne, organizzato a maggio dall’associazione Pari o Dispare con Edenred. Ma in che cosa consiste il welfare aziendale? A cosa supplisce? E perché interessa in particolare le donne? Per capirlo abbiamo intervistato Paola Profeta, economista, docente all’Università Bocconi e autrice, con Alessandra Casarico, di Donne in attesa. L’Italia delle disparità di genere (Egea).

Perché si parla tanto di welfare aziendale e proprio adesso? Ci sono due elementi importanti. Da un lato l’Italia è un Paese che spende molto poco per le famiglie e per i servizi, in particolare per la prima infanzia e per gli anziani (solo l’1,36% del Pil in trasferimenti alle famiglie, contro il 3% circa della Francia). In un’economia che deve promuovere il lavoro femminile come motore di crescita economica le politiche familiari sono essenziali: numerosi studi mostrano che una loro assenza ostacola il duplice ruolo della donna come lavoratrice e madre, così come una loro presenza significativa lo agevola. Dall’altro lato la crisi economica e la crisi della finanza pubblica impediscono il ricorso a risorse pubbliche addizionali e a una riforma del welfare che aumenti i trasferimenti alle famiglie. Quindi una valida alternativa potrebbe essere il welfare aziendale, cioè coinvolgere le aziende in questo processo di cambiamento.

In che cosa consiste il welfare aziendale? Si tratta di servizi al dipendente che aiutano a conciliare lavoro e famiglia, per esempio asili nido aziendali, voucher per servizi di cura, baby sitting.

Quali sono i vantaggi per l’azienda? Ci sono vantaggi fiscali, se i servizi sono defiscalizzati, e un ritorno sulla performance se aiutano i dipendenti ad avere meno problemi di conciliazione ed essere più soddisfatti.

Possono realizzarlo anche le piccole e medie imprese? Sì, a volte basta mettersi in rete.

Esistono fattori culturali tipicamente italiani che possono ostacolare l’implementazione di misure di welfare aziendale? Certo, alcuni elementi culturali del nostro paese sono un ostacolo anzitutto per l’occupazione femminile. La divisione del lavoro all’interno della coppia è in Italia molto sbilanciata, con le donne più dedite al lavoro domestico e di cura e gli uomini impegnati sul mercato. Ovviamente questi elementi culturali e familiari innescano un circolo vizioso: le imprese si aspettano che le donne dedicheranno più tempo degli uomini all’attività di cura e al lavoro domestico e meno al lavoro sul mercato (aspettativa razionale, perché è quello che succede in Italia), quindi le pagano meno e offrono loro minori possibilità di carriera rispetto ai colleghi uomini. A questo punto nella coppia sarà la donna a dedicarsi di più alla famiglia e alla casa, visto che sul mercato ha minori opportunità del suo partner (perde meno occasioni di guadagno e carriera). Quindi le aspettative delle imprese si realizzano e si verifica un equilibrio (negativo) dal quale è difficile uscire.

Su questo tema ti possono interessare anche: Come rompo l’equazione maternità uguale carriera finita?, Giovani e laureate: penalizzate nel mercato del lavoro, Il rapporto Istat sulla conciliazione lavoro famiglia.

 

Foto: Stock.Xchng


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