WOMAN's JOURNAL

Disparità di genere: una storia antica

Tintoretto, Tarquinio e Lucrezia

La donna è soggetta all’uomo: un’idea che affonda le sue radici nell’antichità, quando ancora i termini democrazia e politica avevano un significato letterale e venivano utilizzati con parsimonia, per timore che si fraintendesse e il popolo insorgesse. La famiglia di tipo patriarcale era propria a Greci, Romani, Persiani, tutte popolazioni che, con la loro inventiva e intelligenza, hanno fatto fare un salto in avanti (più di uno in molti casi) all’umanità. Ma le donne non stettero lì con le mani in mano, con la testa china a servire e riverire i loro padri e mariti, non tutte almeno, e non sempre.

Nel 200 a.C, in risposta al divieto imposto alle donne di possedere più di mezza oncia d’oro, indossare abiti multicolore e passeggiare in carrozza, fu organizzata una manifestazione di piazza tutta al femminile. Il maschilismo dilagante e preponderante che ostacolava il popolo rosa non aiutò quella marcia, non diede le diede l’onore meritato e rimandò il riconoscimento di alcuni diritti di genere.

Le donne furono nuovamente relegate al ruolo di mogli, madri e figlie, il cui scopo doveva essere quello di curare casa e famiglia, nonché servire e riverire padri e mariti.

Eppure, sul finire dell’età repubblicana, qualcosa mutò: per cause di forza maggiore le donne dovettero sostituirsi in alcuni casi agli uomini che avevano lasciato le case per imbracciare le armi e combattere nelle guerre civili. Era uno dei primi casi di emancipazione: la mulier si trovava a capo della domus, suo era il compito di gestire schiavi, campi, conti. E dalla domus alla vita politica il passo fu breve.

La prima donna di cui si conosce una grande forza d’animo e un forte senso dell’onore è Lucrezia, moglie di Collatino, violata da un esponente della famiglia dei Tarquini (fonte: Tito Livio, Ab Urbe condita). É in seguito alla denuncia di Lucrezia dell’abuso sessuale da parte del figlio del sovrano che nacque a Roma la Repubblica: onore al merito. Ma nella sua ligia condotta è possibile notare segni di esagerazione, di esasperazione di una situazione delicata e triste: la donna, incapace di sopportare il dolore della violazione e il disonore, si suicidò e chiese esplicitamente di essere vendicata. La violenza generò altra violenza, intervallata da periodi di quiete in cui lo spettro della coercizione continuò a resistere.

Tra alti e bassi, dunque, la donna riuscì ad ottenere il riconoscimento di alcuni  diritti già in età repubblicana. Con la Lex Voconia finalmente alle donne era permesso ereditare i beni paterni. Per gli uomini era un modo per non disperdere il patrimonio.

Tuttavia, il senso di appartenenza della donna all’uomo continuava a resistere dal momento che, paradossalmente, era solo con il matrimonio che la donna poteva possedere, prendere decisioni, e, dunque,“emanciparsi”.

Le donne che sceglievano di vivere da sole e in modo licenzioso erano emarginate dalla società, ancora arroccata su posizioni conservatrici e misogine.

Inoltre, esisteva anche un cursus honorum al femminile: la virgo era posta sotto la tutela del pater familias che avrebbe selezionato per lei un possibile marito. Così da virgo diveniva sponsa, promessa sposa. Il contratto matrimoniale e la prole l’avrebbero trasformata in mater familias. Successivamente, nel caso in cui avesse ceduto alle lusinghe di un estraneo, da honesta femina quale era,  veniva bollata con l’appellativo di uxor adultera, andando a sommarsi alle altre probosae feminae, il cui massimo exemplum era la meretrix, pubblicamente denigrata, segretamente corteggiata, coerente nelle scelte. Se, invece, si fosse dimostrata fedele al marito finché morte non li avesse separati sarebbe diventata una vidua, vedova.

Dunque, con gli uomini arruolati, le donne presero il controllo della famiglia e della casa, dimostrandosi capaci di quel ruolo. Poterono sedere a tavola accanto al marito, amministrare il patrimonio eventualmente ereditato, curare affari come gestire alberghi o taverne, ricoprire incarichi di prestigio e di utilità sociale.

E torniamo ancora una volta a Lucrezia, alla sua onesta e, a tratti, cocciuta condotta.

Ardea, VI secolo a.C.

I Romani avevano deciso di conquistare la città governata dai Rutuli perché molto fiorente e ricca. L’idea originaria era quella di compiere un rapido assalto e appropriarsi del bottino. Insomma, un prendi e porta a casa. Ma non tutto andò come previsto. L’assalto non ebbe esito positivo e i Romani dovettero passare al piano B, ovvero accerchiare i nemici fino a far loro abbracciare la resa.

Quando il sole era ormai calato dietro l’orizzonte e gli eserciti rientrati nell’accampamento, alcuni uomini, tra cui soldati e comandanti, si erano riuniti nella tenda di Sesto Taquinio per banchettare e, così, attendere il giorno per riprendere le armi. Tra un bicchiere e l’altro di vino si fecero molte chiacchiere.

L’argomento che riscosse più successo fu la lode delle mogli, lasciate in patria a gestire la domus e gli affari. Ognuno tirava l’acqua al suo mulino, elogiando la propria consorte, ma colui che difese con maggior veemenza la condotta della propria mulier fu Collatino, figlio di Egerio: “Quin, si vigor iuventatae inest, conscendimus equos invisimusque praesentes nostrarum ingenia? Id cuique spectatissimum sit, quod in necopinato viri adventu occurrerit oculis”. La proposta di Collatino di sorprendere le donne mentre, sicure dell’assenza del marito, erano immerse nelle loro attività, conquistò tutti.

Giunti da Collatino, trovarono Lucrezia che, anziché banchettare con amiche e ancelle, filava la lana al lume di una lucerna. Alla vista del consorte, la donna reagì in modo benevolo, accogliendolo in casa insieme alla sua compagnia.

L’immagine di quella donna bella, onesta e pudica diventarono un’ossessione per Sesto Tarquinio che iniziò a fare pensieri peccaminosi su di lei. Qualche tempo dopo, cedendo alle sue smanie libidinose, tornò nella casa di Collatino, approfittando della sua assenza. Qui fu accolto con onori, invitato a banchettare e poi condotto nella stanza degli ospiti. Era notte ormai quando egli decise di corrompere Lucrezia per soddisfare la sua brama. Si intrufolò nella sua camera, impugnando la spada, e, stringendola in un abbraccio, le intimò di non urlare: “Tace, Lucretia. Sex. Tarquinius sum; ferrum in manu est; moriere, si emiseris vocem”. Molto più delle minacce di morte fece la paura del disonore: se non avesse ceduto, il carnefice, dopo averla uccisa, le avrebbe messo accanto il corpo di uno schiavo nudo sgozzato così da farla credere un’adultera al marito. Lucrezia, per timore del disonore post mortem, cedette pur con la pena nel cuore.

Quando fu di nuovo sola con il suo dolore, mandò immediatamente un messaggero al padre, Spurio Lucrezio, e al marito, pregandoli di giungere da lei prima possibile accompagnati da un amico fidato. Il messaggio giunse ad entrambi e, una volta riunitisi presso di lei, il racconto dell’abuso li lasciò tramortiti. Lucrezia in lacrime spiegò: “Vestigia viri alieni, Collatine, in lecto sunt tuo; ceterum corpus est tantum violatum, animus insons; mors testis erit”. Per vendicare quel gesto spregevole avrebbero dovuto punire l’adultero, mentre lei avrebbe punito se stessa per aver prestato il suo corpo alla foga della libidine di uno sconosciuto, entrato come ospite in casa sua e uscito come nemico dal talamo che non gli apparteneva.

Lucrezia si accoltellò sotto gli occhi di chi era accorso in suo aiuto, lasciando dolore e rabbia negli astanti. Dopo lo sconforto si passò alle armi: sangue su sangue e Roma fu liberata dai Tarquini: un nuovo capitolo si apriva per la società tutta, incluse le donne che, lentamente, divennero sempre più influenti, impegnate e colte.

La dimostrazione di questo tacito e progressivo accrescimento di importanza è riscontrabile nel peso che ebbero  sulle decisioni politiche dei coniugi o dei figli, tanto da diventare invise allo stesso sovrano.

Nella prossima puntata la storia di Agrippina minore uccisa dal figlio Nerone.


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