WOMAN's JOURNAL

E SE L’ARTE FOSSE DONNA? / blog woman’s art

[Marina Abramovic]

 

Più che artiste, soggetti dell’arte. Modelle in posa o muse ispiratrici.

Questo sono state le donne, nel corso della storia delle arti visive. Veneri o Madonne; ancelle o contadine. Sulla tela, non di fronte ad essa.  Dipinte, non  pittrici. Era questa la regola, era questo il buon gusto. La casa del padre, poi quella dello sposo, i bambini, e in alternativa il convento. Mai progetti più ambiziosi.

Alle donne non era concesso il diritto alla creatività.

Occuparsi di pittura, di scultura, di architettura, no… non era cosa da donne! Così come interessarsi di cultura in generale. A loro  era consentito tessere o ricamare. Al massimo, dipingere su piccole tele decorative tra le mura domestiche, per puro diletto e
senza alcuna velleità. Una donna non poteva accedere allo studio della matematica, della geometria, delle scienze; non poteva
essere avviata all’apprendistato in una bottega d’artista. E in età Medievale, attorno all’identità femminile uomini
tessevano pericolosi pregiudizi.

Le donne erano capaci di fare patti con il demonio. Se non erano mansuete madri di famiglia, e non diventavano suore,
molto probabilmente erano streghe.  E i dotti di quei tempi, disquisivano con serietà  su questo  inquietante quesito: la donna era davvero dotata di anima, come l’uomo? O ne era priva, come gli animali?

San Tommaso scrisse che la donna era soggetta all’uomo a causa della sua debolezza fisica e spirituale.

Appreso questo, non è difficile capire  per quali ragioni l’arte – così come  altre  manifestazioni dell’animo e dell’intelletto
–,  sia stata per secoli prerogativa maschile. Prerogativa maschile, certo. Ma con più di qualche eccezione.

Setacciando la storia, infatti,  non è poi così difficile imbattersi in personalità femminili dal raro coraggio e dal raro talento: donne che hanno saputo guadagnarsi, con tenacia e determinazione, il diritto di essere artiste.

Figure come Artemisia Gentileschi, Rosalba Carriera, Camille Claudel, Susanne Valadon… sembrano rifulgere in un’aura di fascinosa trasgressività. Come se avessero rotto uno schema, infranto una regola, evaso una prigione. E in un certo qual modo, è stato così.

 

I primi nomi ci arrivano dal Rinascimento. Ma si è trattato per lo più di donne che avevano alle spalle una figura maschile, solitamente un genitore che permettesse loro di inoltrarsi in quella dimensione proibita. Padri pittori, o semplicemente colti e liberali, i quali, riconoscendo il talento innato di queste figlie, accettarono di assecondarlo piuttosto che reprimerlo.

Era il Quattrocento. Alle donne era precluso l’accesso al mestiere della pittura e alla conoscenza della prospettiva come nuovo metodo scientifico di rappresentazione della realtà. Eppure qualcuno fece eccezione a questa regola: Antonia Uccello, figlia del celebre pittore Paolo Uccello, pur diventando presto una suora carmelitana,  potè ugualmente apprendere dal padre le regole della prospettiva applicate al disegno. Giorgio Vasari, nelle sue ‘Vite’ la cita, ricordandone le abilità nel disegno.

Un altro caso analogo è rintracciabile, scorrendo i decenni, nella Venezia del secondo Cinquecento. È il caso di Marietta Robusti, figlia del pittore manierista Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, la quale ebbe addirittura  il privilegio – sino a quel momento negato alle donne – di far pratica in una bottega d’artista, quella di suo padre, nella quale lavorò per ben quindici anni, dimostrando doti
pittoriche e genialità.

La prima che riuscì invece ad ottenere l’iscrizione all’Accademia del Disegno, nella Firenze del 1616, fu Artemisia Gentileschi.
Anch’essa ‘figlia d’arte’: suo padre era il pittore caravaggista Orazio Gentileschi, autore di importanti commissioni nella Roma Caput Mundi a cavallo tra Cinquecento e Seicento.

[Artemisia Gentileschi – Danae]

 

Sbocciavano nelle botteghe dei loro padri e se avevano coraggio e fortuna, riuscivano a spiccare il volo. Recarsi presso corti
straniere, però, era un’ipotesi ancor più rara.  Ma Sofonisba Anguissola, pittrice cremonese, figlia di un uomo colto e profondamente appassionato di pittura, riuscì a raggiungere anche questo traguardo. Avere una padre tanto interessato all’arte fu la sua fortuna, perché questi le permise di allontanarsi dall’Italia e diventare ritrattista ufficiale alla corte di Spagna nel 1559.

La prima a gestire una Scuola d’Arte per fanciulle intorno alla metà del Seicento, fu invece Elisabetta Sirani, precocemente uccisa da un’ulcera perforante, all’età di soli 27 anni.

Nell’Europa del Settecento fece eco il nome di un’artista veneziana, capace di conquistare subito la fama internazionale per i suoi
ritratti fortemente introspettivi, realizzati con la inusuale tecnica del pastello: era Rosalba Carriera.

Nomi femminili che hanno segnato l’arte del secondo Ottocento sono certamente quelli delle due pittrici Impressioniste: Mary Cassat e Berthe Morisot. Quest’ultima fu modella di Monet e  Renoir prima di unirsi al gruppo come pittrice, riuscendo persino ad organizzare il Salon des Femmes, la prima mostra collettiva per sole donne, realizzata nella città di Parigi.

Ed è sempre a Parigi che sul finire dell’Ottocento e agli esordi del Novecento emergono i nomi di Camille Claudel, Susanne Valadon, Sonia Delaunay, Tamara De Lempicka. La prima iniziò come allieva- modella e presto divenne amante, dello scultore August Rodin, e visse all’ombra del suo talento e della sua notorietà.

Susanne fu invece modella del pittore post-impressioonista Toulouse-Lautrec  e divenne poi madre del celebre pittore Utrillo, il fragile amico di Amedeo Modigliani. Allo stesso tempo si distinse come pittrice dalla tavolozza pre-espressionista.

Sonia invece,  fu esponente del Cubismo Orfico insieme a Robert Delaunay, suo compagno di vita.

La seducente, elegante e trasgressiva Tamara De Lempicka si distinse invece negli anni Trenta del Novecento, come esponente ufficiale dell’Art Deco’. E nel coevo Messico Rivoluzionario, accanto ad un grande pittore Muralista – Diego Rivera – figurava una straordinaria pittrice, piùvotata all’introspezione: Frida Kahlo.

 

[Frida Kahlo]

Ma  fu negli anni ’60, in seguito alla rivoluzione attuata del Movimento Femminista, che il ruolo della donna nell’arte si fece più attivo  e sferzante.

Da quel momento la donna-artista pretese  altro spazio.

Pretese l’azione. Valicò il confine delle arti maggiori: non era più la pittrice introspettiva,  elitaria o d’avanguardia. Era essa stessa
un’opera d’arte, agente e vivente. Nasceva la Body Art. Arte in cui è il corpo stesso a  farsi materia artistica. E i grandi nomi di
questa operazione sono stati quelli di Gina Pane, Orlan e a tutt’oggi  di Marina Abramovic.

Oggi, la presenza femminile nell’arte contemporanea è fortunatamente esuberante.

Le donne indagano, con grande sensibilità, il mondo. Sentono e sanno. Vivono con l’utero quello che poi sublimeranno in arte. Un’altra gestazione. Un’altra maternità.

L’arte, evidentemente, è una donna. E l’atto creativo non è che un parto.

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