WOMAN's JOURNAL

Dall’anoressia all’arte. Intervista a Giovanna Lacedra

Ha 34 anni, da 15 convive con l’anoressia e la bulimia. Ora, però, ha deciso di combatterle, ha trasformato la patologia in performance artistica, ha scelto di comunicare, di portare se stessa agli altri per smuovere le coscienze. Giovanna Lacedra, insegnante, artista e performer, mettendo in scena Io sottraggo. La triangolazione cibo-corpo-peso il 30 giugno dell’anno scorso a Milano pensava di realizzare un unico evento, con un video e un servizio fotografico a documentarlo. Invece quello era solo l’inizio di un tour che le avrebbe fatto girare l’Italia e che il 17 marzo la porterà a Cesena per il Marzo delle Donne.

Come sono entrate nella tua vita l’anoressia e la bulimia? Le mie ambizioni artistiche sono state messe a dura prova dal sintomo, che si è presentato nell’estate del 1997, e per anni ha occupato e otturato il mio tempo e il mio spazio mentale, inghiottendo le mie energie. Come se mangiare o non mangiare, abbuffarmi e digiunare, fossero le sole cose che sapessi fare. Oltre a dover essere impeccabile negli studi e nel lavoro come in ogni altra forma di “dovere”. Questo perché un disturbo del comportamento alimentare non è un disturbo dell’alimentazione ma del comportamento, e ha cause molto profonde, radicate altrove. Contamina e impietrisce qualsiasi altro ambito della vita: la creatività, la possibilità di esprimere il proprio potenziale, la capacità di ricevere e di dare, l’affettività, le relazioni. In una parola: isola.

Quando hai deciso di raccontare questi disturbi e perché? Si tratta di una decisione più volte presa e poi ritrattata, perché ci vuole un coraggio estremo a mettersi a nudo così. E soprattutto ci vuole una tenacia che non so da dove mi arrivi. Ci vuole molta forza di volontà per fronteggiare la superficialità con la quale il mio stesso lavoro si scontra. Una superficialità fondata su una serie di preconcetti sulle patologie della nutrizione. Di anoressia e di bulimia si muore, sono patologie gravi. È questo che va gridato. È la vera sofferenza che va mostrata, insistendo. Ecco qual è il senso del mio progetto.

In che cosa consiste la tua performance? Sono sola, indosso della biancheria intima, all’interno di un perimetro triangolare costruito con vasetti di yogurt vuoti e geometricamente allineati; al suo interno mi muovo come una bestia imprigionata, tra uno specchio e una bilancia. Alla performance si affianca una mostra composta dai miei diari e autoscatti.

In che modo l’arte può avere un effetto terapeutico? La mia performance è un atto di sublimazione che, detto in termini buddisti, mi sta permettendo di trasformare il veleno in medicina. Di esibizione in esibizione sento qualcosa mutare in me, di esibizione in esibizione quel perimetro triangolare si scompone un po’, diventa meno resistente ai miei urti. Ogni volta, scavalcandolo, riesco a sentirmi un po’ più libera.

Quali altri artisti, prima di te, hanno affrontato questo tema? Posso fare un esempio per tutti: Vanessa Beecroft, artista ormai nota nel panorama dell’arte contemporanea, formatasi a Milano, che oggi vive e lavora a New York. Negli anni in cui frequentava l’Accademia di Brera progettò e realizzò una performance autobiografica intitolata Libro del cibo in cui una serie di studentesse sfilava indossando abiti e biancheria intima di proprietà dell’artista stessa, al centro di quello spazio era esposto il suo diario personale. Un diario in cui, dal 1985 al 1993, erano elencati i cibi da lei ingeriti per ogni giorno della settimana. Poi ci sono libri che ho letto e amato molto, come Tutto il pane del mondo, Fame d’amore e Donne invisibili di Fabiola De Clercq, Una vita sottile di Chiara Gamberale, Sprecata di Marya Hornbacher, Briciole di Alessandra Arachi (da cui è stato tratto un film per la tv), La ragazza che non voleva crescere della ormai scomparsa Isabelle Caro, fino all’ultimo successo editoriale di Michela Marzano, Volevo essere una farfalla.

Quali altre pratiche possono servire a guarire o ad aiutare chi soffre di questi disturbi? La patologia dona l’illusoria sensazione di poter tenere insieme i cocci della propria vita. L’ossessione cibo-corpo-peso ha una funzione di controllo su impulsi, desideri e affetti. Il desiderio di non avere fame di niente, né di cibo né d’amore né di vita, è un tentativo di mettere a tacere una insaziabile brama, questa presto o tardi si scatena, ti attacca e ti divora. Si chiama bulimia. Ti disarma. Perdi qualunque capacità di autocontrollo, di ragionevolezza, di equilibrio. Ma il senso di colpa che ne consegue è devastante. Ti obbliga a espiare. E accade con il cibo come accade con l’amore. Il primo, importante passo per un percorso di guarigione è il recupero della parola. Un disturbo alimentare è prima di tutto un disturbo della relazione, una comunicazione interrotta nel passato. Bisogna rimettere le parole al posto del cibo, la voce al posto del corpo. E porre i desideri veri, quelli che ci spaventano, che non ci fanno sentire all’altezza, al posto dei numeri, del peso e delle calorie. Alla base delle patologie alimentari c’è una rabbia remota, indomabile che soltanto una profonda comprensione e il perdono possono acquietare. Ed è necessario chiedere aiuto, senza alcuna vergogna, rivolgendosi a professionisti.

Quali sono le prossime tappe della tua performance? Pensi di portarla anche all’estero? Sono già stata a Milano, Pescara e Nocciano. Ora è la volta di Cesena, dove sono stata invitata dall’associazione Atera per esibirmi il 17 marzo alla Galleria Ex Pescheria; verranno esposti anche 24 miei disegni su carta in tecnica mista, una folla di autoritratti in chiave visionaria. Il 14 aprile sarò a Napoli e poi a Roma, ma la data è ancora da decidere. All’estero non ho ancora pensato, un passo alla volta. Non voglio mai perdere di vista il mio reale obiettivo: smuovere le coscienze.

Foto: Massimo Prizzon.

Sui disturbi alimentari leggi anche “Qualsiasi cosa pur di non pensare al cibo” intervista ad Angela Ferracci e Social Network e disturbi alimentari su Woman’s Journal.

Guarda la video-intervista a Giovanna Lacedra di Silvia Camagni.

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Archiviato in:cultura & scienza, interviste, salute, , , , , , , , , , ,

One Response

  1. Francesca Pruneti ha detto:

    Complimenti !!!

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