WOMAN's JOURNAL

Giovani e laureate: penalizzate nel mercato del lavoro

Da oltre dieci anni la performance scolastica delle donne è migliore di quella degli uomini. Secondo l’informativa Istat 8 marzo: giovani donne in cifre relativa al 2009-2010, le giovani si laureano prima, in numero maggiore (115.974 contro 76.384), ottengono più borse di studio e fanno più viaggi di studio all’estero durante l’università, inoltre leggono più libri nel tempo libero, visitano più musei, mostre e monumenti e vanno a teatro più spesso.

Nonostante questo, tra loro si registrano un minore tasso di occupazione, una maggiore diffusione dei contratti a tempo determinato e del lavoro part time e un livello salariale inferiore rispetto a quelli che si riscontrano tra i coetanei maschi.

Cerchiamo di capire perché assieme ad Annalisa Murgia, ricercatrice dell’Università di Trento specializzata in sociologia del lavoro, che ha partecipato al progetto pilota finanziato dalla Commissione Europea Trapped or flexible? Risk transitions and missing policies for young high-skilled workers in Europe* (Intrappolati o flessibili? Transizioni rischiose  e politiche assenti per i giovani lavoratori altamente qualificati), i cui risultati sono stati presentati il 17 febbraio.

Dottoressa Murgia, perché le donne faticano più degli uomini a entrare nel mercato del lavoro? Le ragioni sono molteplici, ma senza dubbio il fattore culturale è determinante. Anzitutto c’è il problema che nel 1978 Laura Balbo definì doppia presenza, tuttora irrisolto: le donne desiderano avere una vita lavorativa, ma allo stesso tempo le mansioni familiari e di cura ricadono prevalentemente su di loro, e questo si verifica in una situazione di grave scarsità di servizi. È noto che nelle aziende italiane, agli occhi di chi seleziona il personale, un giovane uomo con un figlio appare affidabile, mentre una donna nelle stesse condizioni rappresenta un rischio. In un certo senso anche l’ultima riforma del lavoro, la cosiddetta Legge Biagi (2003), conferma il permanere di questi stereotipi: per quale ragione il lavoro flessibile dovrebbe avvantaggiare le donne, se la questione della conciliazione non fosse considerata di loro pertinenza? E infatti le donne fra i 30 e i 35 anni sono la categoria più rappresentata tra i lavoratori precari.

Quali sono le conseguenze della precarietà in questa fascia di età? Oggi le persone di 30-35 anni sono giovani, basti pensare che in Italia l’età media delle donne al primo figlio è di circa 32 anni. Essere precari in questa fase, in cui si cerca di transitare alla vita adulta, comporta problemi in ambiti fondamentali: l’acquisto della casa, dunque l’accesso al credito, (ma spesso anche l’affitto) e il progetto procreativo (leggi l’articolo su Woman’s Journal). Secondo una ricerca dell’Ires del 2010, tra le donne fra i 30 e i 39 anni il 65,2% di quelle che svolgono un lavoro in somministrazione e il 60% delle collaboratrici non hanno figli.

Perché le donne, anche se in possesso di un titolo di studio elevato, hanno retribuzioni più basse degli uomini? Molto dipende dalla contrattazione. In teoria, vista la loro performance formativa, dovrebbero guadagnare più degli uomini, ma nel nostro paese, e in generale nelle culture mediterranee, i datori di lavoro danno molto peso al cosiddetto tempo di facciata, vale a dire la disponibilità a essere presenti molte ore sul posto di lavoro, anche fuori dall’orario d’ufficio, in modo da dimostrare dedizione incondizionata.

Esiste anche un fattore “psicologico” per cui le donne sono più propense degli uomini ad accettare lavori precari e mal pagati? Per i giovani high skilled esiste quella che chiamo trappola della passione, un meccanismo perverso per cui un’attività appassionante e densa di significato implica sofferenza, fatica, rinuncia ai diritti. Evidenze empiriche ci dicono che mentre per i giovani uomini il livello di reddito e il prestigio sono tra le prime motivazioni al lavoro, per le donne lo è il senso di quello che andranno a fare. Per le giovani, quindi, è più facile cadere nella trappola della passione. Va aggiunto che solitamente le donne sono restie a negoziare il proprio livello salariale, mentre i maschi non si fanno problemi a chiedere aumenti.

Il sotto-inquadramento della forza lavoro, soprattutto femminile, è in continuo aumento. Di che fenomeno si tratta e perché c’è questa differenza di genere? Il fenomeno consiste nel ricoprire un ruolo che richiede formazione e competenze inferiori a quelle acquisite, il che di solito implica anche un contratto a termine o di lavoro parasubordinato e part time. Il sotto-inquadramento interessa soprattutto i giovani e le donne: solo l’8% dei cinquantacinquenni, infatti, è sotto-inquadrato, mentre lo è il 31% della popolazione tra i 25 e i 34 anni (nel 2004 era il 24%). E poiché nei lavori part time la segregazione di genere è fortissima, è chiaro che le donne sono più colpite degli uomini, fanno eccezione solo quelle che hanno scelto un percorso di studi scientifici.

Quali sono le conseguenze di queste disparità di genere? Le conseguenze non si limitano all’ambito lavorativo, ma investono l’intera sfera esistenziale della persona. Avere un salario inferiore significa avere una minore possibilità di indipendenza, doversi appoggiare al compagno o alla famiglia di origine, non a caso in Italia il reddito delle donne è ancora considerato “complementare”. Non va sottovalutato, inoltre, il problema dei redditi da pensione futuri, che si possono prevedere bassi in presenza di contratti a termine, part time e retribuzioni modeste. In questo senso si sta tornando a parlare di rischio povertà.

Perché al Sud questi problemi sono più accentuati? I fattori sono numerosi e complessi. Sintetizzando possiamo ricordare che in generale nell’Italia meridionale la domanda è più bassa, quindi il tasso di disoccupazione è più alto per entrambi i generi, il livello di istruzione è mediamente inferiore e persiste il modello culturale del male breadwinner.

Che tipo di provvedimenti potrebbe contribuire a dare migliori prospettive alle giovani donne italiane? Bisognerebbe seguire due linee guida. La prima è non considerare la popolazione giovanile neutra rispetto al genere, ma nemmeno all’etnia, alla classe sociale e al titolo di studio. Senza politiche mirate si rischia di perpetuare status quo e stereotipi. Per quanto riguarda le giovani, per esempio, incentivarle a seguire percorsi scientifici potrebbe aiutare. In secondo luogo, è necessario garantire il rispetto dei diritti. Si pensi, per esempio, a eventi che possono causare l’assenza giustificata dal posto di lavoro, come la malattia e soprattutto la maternità: è vero che i contratti a progetto garantiscono 5 mesi di congedo parentale alle donne, ma questo è un diritto che non può essere realmente esercitato, perché il timore di vedersi negare un successivo contratto è talmente elevato da determinare spesso la rinuncia a un figlio.

I DATI:

Leggendo l’informativa* citata, scopriamo che nella fascia di popolazione compresa tra i 18 e i 29 anni:

– il tasso di occupazione femminile è pari al 35,4%, contro il 48,6% di quello maschile (13 punti in meno);

– il 34,8% delle ragazze ha un lavoro a tempo determinato, contro il 27,4% dei ragazzi, e la percentuale cresce con il titolo di studio (28,8% con un titolo di studio basso, 35% con il diploma, 40,6% con la laurea);

– il 31,2% delle ragazze (24,1% delle laureate) ha un lavoro part time, contro il 10,4% dei coetanei maschi, e per il 64% di loro si tratta di una scelta forzata.

Dal XIII Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati di Alma Laurea, inoltre, emerge che a cinque anni dal conseguimento del titolo universitario gli uomini guadagnano più delle loro colleghe: 1.519 euro contro 1.167, con un differenziale del 30%.

Foto: Stock.XCHNG.

 

Annunci

Archiviato in:economia, interviste, stereotipi, , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

RSS Unifem news

  • Si è verificato un errore; probabilmente il feed non è attivo. Riprovare più tardi.

RSS Women watch delle Nazioni Unite

  • UN gender equality news feed ottobre 13, 2011
    The Womenwatch RSS feed has moved to UN gender equality news feed. Please update your news reader and bookmarks.

tweets

Scrivici

Segnalaci la tua lettura preferita a tema donne, relazioni e genere redazionewj@gmail.com

Visite

  • 30,166 volte

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per ricevere le notifiche dei nuovi articoli

Segui assieme ad altri 14 follower

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: