WOMAN's JOURNAL

Fragile, maneggiare con cura. L’uso del maschile e del femminile nella lingua italiana.

Partiamo da una regola generale della grammatica italiana:

i nomi che terminano in -o sono solitamente maschili, quelli la cui desinenza è -a sono per lo più di genere femminile.

Naturalmente esistono delle eccezioni, basti pensare al nome PAPA. Nella cultura occidentale e cattolica non si è mai visto un Papa donna, ma, al di là di questo, il nome, pur terminando per -a, è di genere maschile e richiederà, dunque, l’articolo maschile; inoltre, dovrà concordare necessariamente con aggettivi declinati al maschile.

Stesso discorso per il nome MONARCA: maschile, niente da aggiungere.

Nel caso delle vocali accentate -ò e -à situate in ultima posizione nella parola vale la stessa regola generale delle vocali atone. Esistono anche in questo caso eccezioni che – come in genere si dice – confermano la regola. Per esempio PODESTA’, sempre maschio e maschile, o VUCUMPRA’ o, ancora, PAPA’.

E i nomi che terminano in -u e -ù? A seconda dei casi saranno maschili e femminili. GRU per esempio è sempre femminile, mentre RAGU’ è maschile.

Ci sono nomi che al maschile terminano in -e e al femminile… pure, mentre esistono nomi che volti al femminile utilizzano una desinenza differente. E’ il caso di PROFESSORE, il cui equivalente femminile è PROFESSORESSA, oppure SALVATORE, che diventa SALVATRICE.

La lingua italiana è davvero molto variegata e spesso ci fa cadere in errore per questioni di  concordanze.

Un esempio en passant:

In treno, due passeggeri si scambiano un’informazione.

Passeggero 1: “Il controllore è passato da questo vagone cinque minuti fa. Veramente una bella donna. Gentile, sorridente… Ce ne fossero come lei!”

Passeggero 2: “Ah sì? E’ una donna? E perché dice controllore?”

Passeggero 1: “E come vuole che dica? Non esiste un’altra parola. (tra sé e sé) Certa gente… invece di ringraziare…”

Non esiste un’altra parola: il termine controllore,infatti, non varia dal maschile al femminile. Non c’è un errore nella frase del primo passeggero. Egli ha preferito utilizzare un accordo di tipo grammaticale con il participio passato di genere maschile:

IL CONTROLLORE E’ PASSATO (accordo grammaticale) DA QUESTO VAGONE CINQUE MINUTI FA.

Dal momento che il termine controllore si riferisce ad una donna, l’accordo referenziale prevede che il verbo, nei casi in cui fosse necessario, deve concordare con il genere biologico della persona a cui si riferisce, ovvero il referente. Pertanto, la forma corretta, seguendo questa regola, è:

IL CONTROLLORE E’ PASSATA (accordo referenziale) DA QUESTO VAGONE CINQUE MINUTI FA.

Piccole annotazioni utili nella vita quotidiana perché nessuno faccia mai delle precisazioni superflue (e, aggiungerei, non motivate).

La lingua che parla, la lingua che parlo.

La nuova app per la lingua italiana

La lingua italiana, pur nella sua varietà e complessità, a volte si dimostra non adeguata relativamente all’espressione di genere. Questa convinzione è stata evidenziata negli anni ’70.

C’è, infatti, nel nostro linguaggio un’abitudine ad utilizzare il maschile. E le stesse donne si rivolgono a se stesse al maschile. Per abitudine, per necessità…

Tanti piccoli accorgimenti quotidiani potrebbero rendere la nostra lingua meno sessista.

Innanzitutto, prendendo nuovamente in esame la situazione del treno (vedi sopra), si potrebbe ricorrere più spesso all’accordo referenziale, alternandolo con quello grammaticale, soprattutto nelle espressioni orali.

Poi c’è la questione (molto diffusa al Nord della penisola) dell’associazione dell’articolo ai cognomi di donne. Sbagliato! Perché per gli uomini non accade lo stesso?

Nell’ambito scolastico la disparità si fa più evidente: perché un’insegnante è sempre LA+cognome? Gli insegnanti maschi sono solitamente indicati con il solo cognome o con l’aggiunta del nome comune PROFESSORE preceduto dall’articolo e seguito dal cognome.

Iniziamo a ripulire la lingua e già qualcosa potrebbe cambiare. In meglio.

 

 

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