WOMAN's JOURNAL

“Qualsiasi cosa pur di non pensare al cibo” intervista ad Angela Ferracci

Angela Ferracci è presidente del Cido, il comitato italiano per i diritti delle persone affette da obesità e altri disturbi alimentari. Si batte affinché l’obesità sia riconosciuta come malattia, al pari di anoressia o bulimia. Oggi non è così, l’obesità è considerata un fattore di rischio, una pre-patologia, per il Servizio sanitario nazionale ma non una malattia di per sé. Gli obesi hanno così minori diritti sanitari. Per loro, a volte mancano le macchine per fare gli esami diagnostici, com’è capitato ad Angela.

Qui pubblichiamo un’intervista apparsa sulla rivista del master di giornalismo di Torino e che racconta la sua storia personale, la pratica agonistica interrotta, i chili che diventano sempre di più, l’incontro con medici poco comprensivi e la discriminazione. Perché è questo che Angela e quelli come lei devono subire: continue discriminazioni, sul lavoro, negli sport, nelle relazioni.

Angela è tra le nuove collaboratrici di Woman’s Journal, insieme a Giovanna Lacedra, che conoscerete presto. Anche Giovanni  ha molto da dire sul problema peso e del rapporto con il cibo. Guarda le foto di Angela

«Sono stata ricoverata d’urgenza per un’emorragia celebrale e non avevano una macchina per la risonanza magnetica sufficientemente grande. Ho pensato, “se sopravvivo, faccio un casino!”». Aveva già fondato il comitato Cido per la protezione dei diritti degli obesi e, grazie alla conoscenza delle strutture ospedaliere, dopo 18 giorni la macchina per la risonanza si trova e Angela si salva.

«L’obesità è una malattia cronica, dura da accettare. La gente pensa che sei un debole, che non ti sai controllare ma non è così, ci sono delle implicazioni psicologiche.
Nel 1998 – quando aveva 30 anni e pesava 160 chili – mi sono rivolta al centro di disturbi alimentari di neuropsichiatria alla Sapienza, dove studiavo legge, per capire il perché della mia malattia. Loro mi hanno prescritto di andare da uno psichiatra. Quando sono andata dal mio medico di base per farmi prescrivere la visita, mi ha preso in giro, dicendomi: «Ma perché, tu devi solo dimagrire, cosa sono queste scuse?».

«Non ti assumono da nessuna parte – continua Angela –  Anche per fare l’archivista, non andavo bene. La mia professionalità non veniva riconosciuta a causa del mio aspetto fi sico. E poi
ti considerano debole, è una forma di razzismo unire a caratteristiche morfologiche caratteri morali ».

E poi c’è l’amore, o la sua mancanza: «Dopo che ho perso i primi 20 chili ho seguito il consiglio di chi mi diceva di fare io il primo passo. Non puoi immaginare….I più delicati, ti dicevano di voler rimanere solo amici, i meno delicati, che l’armadio ce l’avevano a casa e non se lo portavano appresso».

Adesso, però, c’è la vita normale, accanto a un ragazzo, di trent’anni, pachistano, da un anno in Italia: «Quello che  “mi rode” è che sono io che, ancora una volta, non vado bene. Lui, è pakistano, musulmano, ma tutto ciò passa in secondo piano,
il problema sono io che sono obesa. Mi sento dire che non è possibile che un bel ragazzo scelga di stare con me, che vuole solo che lo sposi per poter restare in Italia. Sono le stesse persone che, falsamente, mi rincuoravano “con un bel viso come il tuo…”».

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