WOMAN's JOURNAL

Come rompo l’equazione maternità uguale carriera finita?

Il lavoro è la preoccupazione per il Paese e in particolare per le donne. Con un tasso di occupazione del 46% (ma che è la media di una percentuale oltre il 65% nelle regioni del nord e vicina al 30% in quelle del sud) non c’è da stare tranquille. Se il ministro del Lavoro, o meglio la ministra non fosse appunto una donna, Elsa Fornero, probabilmente il tema lo sentiremmo meno spesso declinato al femminile sui giornali nazionali, e invece, fortunatamente per tutte noi, si parla di disoccupazione femminile.

Non che sia, migliore o peggiore, di quella maschile ma è diversa perché comprende una condizione che è prerogativa solo delle donne, ovvero la gravidanza. Ed è su questo che la partita si gioca. Per le giovani, che si ritrovano a 30 a non avere ancora una carriera ben solida e a desiderare un figlio (che inevitabilmente manderebbe all’aria i piani di carriera fin lì sognati e stentatamente costruiti) e per le donne che i figli ce li hanno già e che devono sobbarcarsi i costi della “conciliazione” (brutta parola che significa: se il bambino sta male ci pensa lei, se è da andare a prendere a scuola ci pensa lei… e al lavoro di lei chi ci pensa?).

Per queste e altre ragioni, le aziende vivono la maternità principalmente come un costo: “Oddio se mi rimane incinta come faccio, la devo sostituire?”, “È vero, la maternità la anticipa l’Inps ma a me il problema rimane”, “È brava ma se poi mi sta troppo a casa e dà il cattivo esempi a tutti i suoi colleghi?”, “Devo poter contare su di lei, sul fatto che non mi abbandoni quando ne ho bisogno”. Questi sono pensieri che frullano nella testa dei direttori del personale quando si trovano a dover assumere/confermare/promuovere una lavoratrice. Il mondo è imperfetto e l’Italia del 2012 è drammaticamente imperfetta. Sono ancora molto pochi gli asili pubblici (circa il 30%, media nazionale, che comprende regioni dove un posto al nido – pubblico o privato – lo si trova sempre e paesini che non sanno nemmeno cosa sia un asilo), il lavoro non è flessibile (telelavoro? non so cosa sia…), ed è solo precario e la cultura scarica sulle donne un concetto di cura e di maternità totalitario (se fai crescere i tuoi figli con la babysitter sei una cattiva madre).

Donne, ragazze, è chiaro che avere tutto è molto, molto complicato: una carriera, un marito, dei figli. Almeno per come è strutturato il mondo del lavoro italiano al momento, bisogna faticare e troppo. Non per questo non si può però sperare di migliorare l’esistente. Attente però alle ricette: indietro non si può tornare, si può pensare solo di guardare avanti. Ci vuole tanta forza e coraggio, non ci scoraggiamo.

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