WOMAN's JOURNAL

Slutwalk, la marcia inarrestabile. Intervista con la fondatrice

“La maggior parte delle persone lo stupro lo immaginano così: una ragazza vestita provocatoriamente che esce ubriaca da un bar e viene aggredita da uno sconosciuto. È un mito, è una falsa rappresentazione. La maggior parte della violenza sessuale avviene in famiglia o è un amico”. A parlare è Heather Jarvis (nella foto di N. Maxwell Lander), una delle fondatrici della Slutwalk, la marcia delle “puttane” che si è svolta la prima volta a Toronto, in Canada, il 3 aprile dell’anno scorso e, ad oggi ha avuto decine di repliche in tutto il mondo, l’ultima, a Singapore, a dicembre quando 600 persone hanno sfilato per la città con cartelli al motto “We had enough”, “ne abbiamo abbastanza” di una sbagliata rappresentazione dello stupro.

La marcia ha avuto una rappresentazione mediatica folkloristica. Spesso a scendere in strada sono ragazze seminude o vestite in modo provocatorio per rendere chiaro il messaggio che l’aggressione sessuale non è mai responsabilità della vittima. Heather, 27 anni, studentessa di sviluppo internazionale e genere continua: “Non vogliamo che la polizia, le istituzioni, o i media rappresentino lo stupro in questo modo irreale. Vogliamo che si parli della stragrande maggioranza delle donne, anche molto coperte, che vengono comunque aggredite. Diciamo che non indossare una gonna corta o un top non ti proteggerà dallo stupro, tu, donna non sei il problema e non devi essere vittimizzata“.

E sulla rappresentazione del movimento: “non abbiamo mai incitato a scendere in piazza in modo succinto, ognuno indossa ciò che la fa sentire più a proprio agio. ”

Per “vittimizzazione” si intende addossare alla vittima la responsabilità della violenza. Un atteggiamento che si riflette nella frase “te lo sei andata a cercare”. Per Heather, è un modo per umiliare e controllare la sessualità femminile. Quando quelle parole sono usate dalle forze di polizia, che consigliano di “non vestirsi come puttane se non si vuole essere violentate”, com’è accaduto a Toronto, è tempo di scendere in piazza: “Abbiamo chiesto delle scuse pubbliche, e fatto tre richieste specifiche: miglior formazione, attenzione all’esigenza delle comunità locali e valutazione delle attività di formazione della forze dell’ordine da un organo esterno. Ma non ci hanno veramente ascoltati, la risposta è stata elusiva”.

Alcuni risultati, però le canadesi, li hanno raggiunti. Una campagna contro la violenza del commissariato di Vancouver per la prima volta si rivolge ai giovani maschi. Si chiama “Non essere quel ragazzo” (Don’t be that guy) (nella foto a lato) e il messaggio è molto chiaro: “Solo perché non dice di no, non vuol dire che sta dicendo di sì”, riferito a una situazione comune, in cui si beve troppo e le difese si abbassano. Secondo dati della stessa polizia la campagna è stata un successo ed è riuscita ad abbassare del 10% le violenze sessuali.

“Pensiamo che il merito di questo nuovo approccio, rivolto agli uomini aggressori, e non alle vittime sia nostro. Siamo riusciti ad aprire un dibattito su cosa significhi essere chiamate “sgualdrina”. In rete, c’è un video di una tredicenne che lo spiega molto bene (vedi sotto). Abbiamo detto fin dall’inizio che la violenza non riguarda solo le donne, anche molti uomini la subiscono, che vengono abusati, la nostra lotta riguarda anche loro”.

In Italia, la marcia ancora non c’è stata, mentre in molti Paesi europei, compresi Turchia e Spagna sì. Heather se lo spiega così: “Abbiamo ricevuto molte mail dall’Italia che ci spiegano che la cultura è molto machista e che organizzarne una sarà difficile, temono le molte critiche che riceverebbero e di mettersi in pericolo. A volte, dove la situazione è più difficile è anche più duro scendere in piazza a farsi sentire”.  Per la primavera sono previste marce soprattutto in Sudamerica e negli Stati Uniti e ad aprile la replica a Toronto.

Campagna per gli uomini violenti: The white ribbon campaign

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