WOMAN's JOURNAL

Una corsia preferenziale per i reati di genere, perché no?

Leggo la notizia di una casalinga trovata morta in un centro commerciale del nord Italia e per il cui decesso è stato sentito il marito. Non c’è ancora nessun indagato ma colpisce leggere dell’ennesima morte di una donna e per cui non c’è una ragione apparente. È una tragedia che si consuma nel nostro Paese un giorno sì e uno no: sono quelle uccise dai propri compagni e mariti, fidanzati ed ex. Quelle donne troppo deboli per difendersi e che hanno scelto il proprio aguzzino. Si amavano, si scrive sempre, prima della “follia omicida”, prima del “delitto passionale”. Che passione o amore è quello che porta alla morte? Forse dovremmo riscrivere la definizione di amore se troppo spesso a quel sentimento è associata la sofferenza e infine, la morte.

Ha fatto molto scalpore in rete, sui giornali, tra le femministe, la decisione della Corte di cassazione di annullare la custodia cautelare in carcere per gli indagati di strupro di gruppo ma, come spiega bene l’avvocato e femminista Barbara Spinelli, sul suo blog la Cassazione non poteva fare altrimenti.

Con legge n. 94/2009 l’allora Ministero delle Pari Opportunità Carfagna modificava l’art. 275 co.3 c.p.p., introducendo l’obbligatorietà della custodia cautelare in carcere per chi fosse indagato, tra gli altri, anche per il reato di violenza sessuale.

Si trattò della classica modifica legislativa raccogli-consensi: come già commentato qui, era infatti solo un “palliativo” capace di “sedare l’opinione pubblica” a fronte dell’incapacità da parte delle Istituzioni di garantire adeguata protezione alle vittime donne e minori che scelgono di denunciare situazioni di violenza sessuale, atti sessuali con minorenne e prostituzione minorile.
Ma ai giuristi era evidente da subito che quella disposizione era macroscopicamente incostituzionale.
Perché?
Perché –come già commentato qui nel lontano 2010- nel nostro ordinamento, l’applicazione delle misure cautelari è subordinata a specifiche condizioni di applicabilità (273 c.p.p.: gravi indizi di colpevolezza) ed a esigenze cautelari (274 c.p.p.: o esigenze probatorie o pericolo di fuga o pericolosità sociale). La custodia cautelare (cioè il carcere obbligatorio) può essere disposta solo come extrema ratio, quando ogni altra misura cautelare risulti inadeguata (275 co.3 c.p.p.).
Il carcere, senza l’accertamento di una responsabilità e fuori dai casi che prevede la legge, non può essere applicato, diversamente da quanto provava a fare la legge 94/2009. C’è un’eccezione che vale solo per i reati di mafia. Per i mafiosi o preseunti tali, il carcere è sempre una possibilità perché si ritiene che sia sempre probabile l’inquinamento delle prove e il pericolo di fuga.
Difficile, quindi, come spiega bene Spinelli (e la nostra giurista Gaia Marano qui) che la Corte si pronunciasse diversamente. La legge va rispettata alla lettera, qualsiasi deroga apre spazi troppo larghi d’interpretazione dove è forte il rischio che il diritto alle libertà personali venga ucciso. E se muoiono le libertà personali, muore la democrazia.

Ma è anche arrivato il tempo di un cambio di passo. Sempre più spesso si sente pronunciare parole come “questa situazione non è più tollerabile”, “la violenza di genere è un’ emergenza sociale”. Una morta ammazzata ogni due giorni, per mano del proprio “amore” risveglia la coscienza civile, anche se non ancora quella di politici e  amministratori. Si dovrebbe gridare un grande “BASTA!” e invece non si sente nulla.

Ieri, durante una conferenza stampa alla Casa internazionale delle donne di Roma (nella foto), i legali e le associazioni che seguono il caso di Danilo Speranza, il “guru di San Lorenzo” accusato di aver violentato due minorenni di 10 e 12 anni, hanno denunciato la lentezza della giustizia. A tre anni, dalla denuncia delle bambine, Danilo Speranza è libero in attesa di giudizio. Il processo, che si svolge a Tivoli, è ancora alle battute iniziali. La prossima udienza è fissata per li 15 febbraio e nel frattempo Danilo Speranza, dopo un periodo in carcere, è libero con obbligo di firma (quindi non si può allontanare da Roma) per scadenza dei termini di custodia cautelare. Sarà la giustizia a decidere se Speranza è colpevole o innocente ma quale giustizia?

Maria Grazia Passuello, presidente di Solidea, istituzione della Provincia di Roma a favore delle donne, lancia un appello al ministro della Giustizia Paola Severino:

“questo caso è tristemente emblematico di come ci si possa spiegare il terribile dato secondo cui oltre il 90% delle donne che subisce violenza non denuncia. Se oggi, dopo oltre due anni, un uomo accusato di aver stuprato due bambine, può girare libero con il solo obbligo di firma e può confidare in continui rinvii addirittura per ambire alla prescrizione, evidentemente qualcosa proprio non va.”
A nome di Solidea, Istituzione di Genere della Provincia di Roma, chiediamo alla Ministra Severino che si faccia carico di questo caso, perché non solo altamente simbolico e perché coinvolge la vita e il diritto alla giustizia di due innocenti, ma perché è giunto il momento di riconoscere ai reati di violenza sulle donne una corsia preferenziale dal punto di vista giuridico e maggiore severità nelle pene. ”

È necessario riabilitare le vittime di violenza, e non ci può essere riabilitazione senza giustizia. Fare in modo che chi tocca una donna finisca in carcere, che la violenza di genere venga condannata, non solo a parole ma con i fatti.

 

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