WOMAN's JOURNAL

Come partorire in sicurezza in Italia: le strutture e i consigli per difendersi

Dopo l’ultimo, drammatico, fatto di cronaca, dove una ragazza diciannovenne di Crotone, Jessica Rita Spina è muorta in seguito a un parto cesareo cerchiamo di capire qual è il grado di sicurezza dei parti in Italia. I dati che abbiamo a disposizione sono tanti e aggiornati. La “Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori in campo sanitario e le cause dei disavanzi sanitari regionali” ha stilato un rapporto (scarica la sintesi), pubblicato lo scorso dicembre, in cui analizza la condizione dei “punti nascita” italiani, raccogliendo i dati inviati da 344 strutture ospedaliere, su 570 totali.

Sono la maggioranza, non la totalità e in particolare, salta all’occhio l’assenza della Calabria, tra le zone analizzate, proprio la regione in cui è morta Jessica Spina. Nel rapporto si legge: “Non sono pervenuti i questionari delle regioni Umbria, Calabria e Sardegna. I punti nascita valutabili sono in numero di 344 (75% del totale dei questionari ricevuti), distribuiti su 16 regioni (nessuno dei punti nascita della Liguria è valutabile)”. Abbiamo chiesto alla Commissione di chiarire quale sia stata la procedura di raccolta dati, perché è chiaro che è necessario avere una visione d’insieme della situazione Italia, nessuna regione esclusa. Appena ci sapranno dire qualcosa vi aggiorneremo.

Il rapporto sui punti nascita

Dal rapporto, emergono numeri poco rassicuranti per le donne italiane: i punti nascita che effettuano almeno 1000 parti l’anno (il numero raccomandato affinché sia la madre, che il bambino, siano in condizioni di sicurezza), e che hanno personale sanitario e numero di letti adeguati, sono solo 92 su 344 ospedali presi in considerazione, il 26,7%. Mentre il restante 73% sono strutture “fragili”. In questo gruppo (che nel rapporto  sono sotto il nome di cluster A, gruppo A) è caratterizzato da “difformità di assistenza molto importanti” dove “coesistono unità con pochi parti/anno e altri punti nascita con un numero di nati/anno maggiore ma sottodimensionati per dotazioni di organici”.

Le regioni dove nascere è più rischioso sono (tra le 16 prese in considerazione) Campania (dove gli ospedali nel gruppo A sono il 43,8%), Sicilia (46,8%) e Trentino Alto Adige (53,8%). Nei 252 ospedali che rientrano nel gruppo A, si contano 86 presidi nei quali si compiono mediamente non più di 500 parti all’anno, 122 presidi nei quali il numero di parti è tra i 501 e 1000 e 41 punti nascita con più di 1000 parti. In questi ospedali si registra un terzo delle nascite totali ed è sempre qui che si annota il numero maggiore di tagli cesarei, un intervento chirurgico a tutti gli effetti, che ha rischi mediamente maggiori per madre e bambino di una nascita tradizionale (2,84 volte è maggiore il rischio di morte per la partoriente). Come anche il caso di Jessica Spina dimostra, anche se c’è un’inchiesta in corso e le cause della morte sono da accertare, il cesareo è più rischioso. Il caso di Jessica è solo l’ultimo di una serie che comprende altri due recenti morti, quelle avvenute a Messina,  a ottobre e novembre scorsi di due bambini nati da poco, il primo con cesareo e l’altro per crisi respiratorie, deceduto nel trasporto da un ospedale non attrezzato per la terapia intensiva, all’altro.

Il numero abnorme di cesarei


Il Ministero della salute, in linea con le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, stabilisce una quota raccomandabile di 20% di cesarei sul totale dei parti. Negli ospedali più piccoli i cesarei possono raggiungere e sorpassare il 40% delle nascita. La media nelle strutture private, poi arriva al 50,5%. Ma a far impensierire (o almeno dovrebbe farlo) le future mamme è anche il numero di ginecologi e ostetriche in organico. Si legge nel rapporto: “E’ ritenuta indispensabile per garantire la sicurezza assistenziale la doppia guardia di medici e ostetriche h24: permette, tra l’altro, di effettuare un taglio cesareo in tempi rapidi, di gestire le situazioni complesse, di assistere parti che avvengono contemporaneamente”. Scopriamo che questa c’è solo nel 40% dei punti nascita italiani, e ancora meno, solo nel 23,3%, negli ospedali più piccoli, mentre nelle strutture d'”eccellenza” c’è nella quasi totalità, nel 94,4% dei casi. Le strutture di eccellenza risultano tre: il S.Anna di Torino, il Fatebenefratelli di Milano e Spedali civili di Brescia.

Con questi dati in mano, ci rivolgiamo all’associazione, Osservatorio Onda sulla salute della donna per capire quali siano i rischi rappresentati da questa situazione e come proteggersi. L’anno scorso l’Osservatorio ha promosso una campagna sui media nazionali (vedi video sopra) per incentivare tra le donne il parto naturale e ha realizzato un sondaggio, insieme alla rivista Io donna, per capire se sono le future mamme a scegliere il cesareo (per esempio per paura del dolore) e con quali motivazioni. Su 1000 persone interpellate, solo il 20% si è espresso a favore del parto chirurgico mentre l’80% si è detto favorevole al parto vaginale ma il 38,5% delle donne con figli intervistate aveva partorito con un cesario e solo nel 13% dei casi era stata una loro richiesta.

Come difendersi?

“In generale la situazione è preoccupante – commenta Walter Ricciardi, direttore dell’istituto d’igiene dell’Università Cattolica di Roma e componente del comitato scientifico di Onda –  anche se eterogenea, espressione di un Paese che in alcune aree vive una situazione drammatica per numeri di cesarei e qualità dei punti nascita, in altre positiva. In alcune strutture si raggiunge il target fissato dal ministero, del 20% di parti chirurgici, in altre zone, invece, il cesareo è una certezza. C’è una corrispondenza tra regioni che hanno difficoltà finanziarie, che sono in piano di rietro, e problemi nell’ erogazione dei servizi, come Lazio, Campania, Calabria, Sicilia, Puglia e Sardegna”.

Ma come ci si può difendere da questa situazione? “Le donne non possono fare molto, perché quando il ginecologo vuole fare il cesareo la partoriente non insiste. Quello che possono fare è cercare di partorire in strutture grandi, dove avvengono molti parti. E poi, dovrebbero appoggiare la chiusura dei punti nascita piccoli e invece, spesso si fanno strumentalizzare dalle amministrazioni locali, perché vogliono che i figli nascano sotto casa ma dove si fanno 100 parti l’anno è molto difficile che non ci siano problemi”. Ma anche laddove la situazione sembra disperata, si può sperare nel cambiamento: “C’è bisogno di lavoro di squadra, delle regioni con il Ministero e professionalità e molto coraggio da parte dei medici perché in caso di problemi possono essere accusati di essere stati imprudenti. Un esempio positivo è l’ospedale di Castellammare di Stabia che si trova in una regione difficile, la Campania, ma che registra il 15% dei cesarei, in linea con le raccomandazioni dell’Oms”. E per orientarsi nella scelta dell’ ospedale giusto si può controllare sul sito bollinirosa.it, un’iniziativa dell’associazione Onda che dà i punti alle strutture più attente alla salute della donna, e monitora anche i percorsi nascita, valutando la qualità dei servizi offerti.

Per approfondire:

Quali i rischi del cesario, per madre e bambino? Intervista a un ginecologo e a una pediatra

Articolo di Ingenere

http://www.safetyandlife.org/

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