WOMAN's JOURNAL

Il Brunch – Rassegna stampa

Una donna boss di Cosa Nostra (Avvenire, 30 novembre 2011) – Gestiva un bar nella capitale, ma in realtà secondo gli inquirenti sarebbe stata al centro della cosca di Brancaccio. Nunzia Graviano, sorella dei più noti boss Filippo e Giuseppe è stata arrestata nella notte di martedì a Roma, dove gestisce un bar nel quartiere africano. Secondo gli investigatori a distanza di anni dall’arresto dei fratelli la donna avrebbe avuto un ruolo fondamentale nella gestione del mandamento di Brancaccio. Simbolo del suo potere, come hanno raccontato gli investigatori in conferenza stampa, è la partenza in fretta e furia il giorno della vigilia di Natale dell’anno scorso per Roma di uno degli arrestati di martedì notte, Giuseppe Arduino. Dalle intercettazioni emerge come l’uomo debba consegnare “almeno 10 mila euro” nella Capitale. Arduino parte in auto, si ferma sotto casa di Nunzia Graviano, le consegna generi alimentari e secondo la Procura anche del denaro e dopo 15 minuti si rimette in auto e rientra Palermo.

Rosa che si ribellò all’onore (l’Unità, 28 novembre 2011) – “Volevano farmi uccidere da mio fratello perché, pensavano, siccome siamo riusciti a farlo dichiarare disabile, poi non verrà condannato… Lo decise mio padre ad una riunione insieme con altri parenti”. Non è un romanzo dark, è pura realtà. E’ la dichiarazione della pentita Rosa Ferraro, al processo “all Inside” contro i mammasantissima rosarnesi, la cosca Pesce.

E anche la ‘ndrangheta conta sulle mogli (Avvenire, 30 novembre 2011) – Anelli fondamentali e complici consapevoli: l’immagine delle donne di ‘ndrangheta che hanno gli italiani è quella di persone fredde, tutte d’un pezzo,  indurite dalla violenza con cui convivono e della quale diventano testimoni attive. Insomma, vere e proprie parti integranti del mondo criminale delle cosche. A rivelarlo sono i dati presentati martedì mattina a Reggio Calabria nel corso del convegno “L’altra metà della ‘ndrangheta: le donne, le cosche, il potere” promosso dalla Fondazione Marisa Bellisario. Tra le attività che secondo il campione vedono le donne come assolute protagoniste, l’83% degli intervistati ha indicato quelle collegate alla gestione e all’amministrazione del denaro. “Non si può generalizzare il pensiero degli italiani sulla ‘ndrangheta e sul ruolo delle donne, l’altra metà del cielo della ‘ndrangheta. – ha commentato Alessandra Ghisleri, amministratore delegato di Euromedia Research, durante la presentazione dei dati raccolti – Si può dire però che al Nord e al Centro pensano che le donne possano scegliere, credono in una condizione libera della donna che può essere artefice del proprio destino. Al Sud invece gli uomini vedono le donne relegate in un ruolo marginale, pur conoscendo e prendendo coscienza dell’importanza che loro stesse tessono nell’organizzazione ‘ndranghetista”.

Donne in pensione a 65 anni (Il Sole 24 Ore, 1 dicembre 2011) – L’aumento a 65 anni dell’età per il pensionamento di vecchiaia delle lavoratrici del settore privato è destinato ad essere nuovamente accelerato. Mancherebbe solo la scelta del governo sulle opzioni possibili che, secondo le ultime indiscrezioni sarebbe tra una scalettatura di cinque o nove anni, partendo dal 2012. Nel primo caso il requisito potrebbe arrivare a regime nel 2016, nel secondo caso nel 2020, sei anni prima di quanto previsto dalla legislazione vigente.

Donne in piazza anche senza Berlusconi (Il Fatto, 30 novembre 2011) – “Il 13 febbraio hanno riaffermato la dignità delle donne, calpestata dal sessismo berlusconista. L’11 dicembre si proporranno come forza politica, per guidare questo Paese fuori dall’agonia. Insieme agli uomini, certo. Ma questo vuol dire: 50% noi e 50% loro. Altro che quote rosa! Il grido era: “Se non ora quando?”. Oggi è: “Se non le donne chi?”. Erano un comitato spontaneo, eterogeneo, intergenerazionale e libero da appartenenze escludenti o servitù politiche. Dieci mesi dopo sono molte di più. Il 13 febbraio hanno mobilitato un milione di donne in tutta Italia. E a Roma, a Piazza del Popolo, è stata una festa da tutto esaurito. Sul palco c’erano monache e prostitute, poete e femministe, ragazze e donne e nonne. Storie politiche diverse e storie mai state politiche. Tante voci, lo stesso timbro. Una novità che ha segnato positivamente un anno fra i più terribili della storia pur travagliata di questo Paese. Va tutto male, ci dicevamo nei sottovoce della vita quotidiana, ma almeno sono tornate le donne”. L’articolo di Lidia Ravera.

Arabia Saudita, fine dei Giochi proibiti (La Stampa, 30 novembre 2011) – Otto atleti e una bandiera, l’ultima sfilata olimpica dell’Arabia Saudita è andata così. Solo uomini, ovviamente e di certo avrebbero preferito mantenere il circolo esclusivo anche il prossimo luglio, a Londra. Invece ci sarà una novità, una ragazza. Il nome non è ancora certo, il sesso sì perché la delegazione ormai è numerosa e il Cio ha chiarito che “le discriminazioni non sono ammesse”. Un lavoro lungo, non uno scontro: la strategia morbida era l’unica possibile visto che le donne da quelle parti non sono neppure ammesse all’ora di educazione fisica, non possono guidare quindi era improponibile che fosse lo sport a chiedere la rivoluzione. Hanno chiesto un cambio, un nome, un esempio, quel genere di passo che i Giochi possono amplificare al punto da renderlo irreversibile, decisivo.

Egitto: la femminista e la reporter molestate (Corriere della Sera, 28 novembre 2011) – “È da quando ero bambina sotto re Faruq che lotto per i diritti delle donne e della società che sono inscindibili. Sono stata emarginata, incarcerata, denunciata come apostata, esiliata, combattuta anche da Suzanne Mubarak che ha sciolto ogni associazione di donne che non fosse sua, s’è presa il merito delle vittorie di noi egiziane. E ora questa rivoluzione mi dà forza per andare avanti, sento il suo profumo e rinasco, quando posso vado a Tahrir dove tutti mi conoscono e aiutano. Perfino i giovani Fratelli musulmani mi hanno soccorso durante le cariche a cavallo dei pro-Mubarak. Da una vita aspettavo questo momento”. L’appartamento nel casermone nel quartiere popolare di Shubra dove Nawal Al Saadawi vive sola (“Ho divorziato tre volte per essere libera”), 80 anni appena compiuti e trecce bianche, un mito vivente per il femminismo arabo e non solo, sembra un altro pianeta rispetto alla piazza al centro della protesta e di mille polemiche. Compresa quella, quasi ignorata in Egitto alle prese con ben altri problemi, delle molestie sessuali denunciate da tre giornaliste straniere.

Afghanistan, le donne salvate dai lettori de l’Unità (l’Unità, 27 novembre 2011) – “Davvero non se lo sarebbero mai aspettato: sapere improvvisamente di non essere sole. Qualcuno, dall’altra parte del mondo, in un paese che non sanno nemmeno esattamente dove sia, si fa carico dei loro problemi e le accoglie nella propria vita. Allora qualcosa, davvero, può cambiare. Incredule e felici, nonostante i loro guai. Così, ci hanno detto, hanno reagito le donne di cui abbiamo scritto le storie, alla notizia del sostegno dei lettori de l’Unità che continuano ad aiutare 14 donne afghane nel loro cammino verso una vita di dignità”.

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