WOMAN's JOURNAL

Guerra in pediatria alle prese con mamme sole e preoccupate

 

Pausa pranzo nel bar sotto l’ufficio. Le colleghe con alcune loro amiche. Ci si presenta, ci si informa, tra una chiacchiera e l’altra, e si scopre che una di queste amiche è pediatra e, come quasi tutte noi, ha seguito un master in comunicazione farmaceutica (o della scienza).

Un anno sabbatico dice, quasi sospirando, come se quel master fosse stato una specie di rifugio psicologico. E lo sfogo non tarda ad arrivare, dapprima debole e in sordina, quasi una sorta di luogo comune: “la cosa peggiore sono le mamme dei miei pazienti”, oppure “nessuno insegna ai medici a comunicare, non esiste nemmeno un corso all’università”.

Poi il racconto prende corpo lentamente, e diventa una storia fatta di mille episodi quotidiani, snervanti, curiosi.

Dietro il viso magro, minimale, dal taglio di capelli corto che incornicia due occhi stanchi, V. traccia un quadro della sua situazione – emblematica, ma non certo la sola – tra le corsie e le stanze di un pronto soccorso di provincia.

Un giorno – ci racconta – arriva una madre agitata dicendole che da tre settimane la figlia ha un rigonfiamento dietro l’orecchio. Il suo atteggiamento è quasi aggressivo soprattutto dopo che lei le dice che si tratta di una risposta fisiologica a una banale infiammazione dell’orecchio o delle prime vie aeree, che con ogni probabilità passerà da sola. La madre  si calma un attimo, ma solo dopo aver ottenuto degli esami del sangue e l’impegnativa per eseguire un’eventuale ecografia, da effettuare in regime non urgente, solo nel caso in cui non passi. Ma appena capisce che ci vorranno mesi per prenotare questo esame, ritorna ancora più infuriata di prima, chiedendo addirittura il ricovero.

“Prima di tutto perché intasare un pronto soccorso per problemi medici non urgenti? – si chiede infastidita V. –  “Se la sintomatologia dura da tre settimane, perché non consultare il proprio medico curante? Nonostante le mie rassicurazioni sulla non urgenza e la benignità della sintomatologia, la madre non si fida, le prescrivo degli esami per farla stare più tranquilla, ma ovviamente ci vorrà del tempo, le liste d’attesa spesso sono lunghe. Vorrebbe un ricovero immediato e minaccia di denunciami se alla figlia non dovesse passare. Chiede il mio nome, se lo segna per la denuncia futura. Come posso lavorare così? Alla fine devo cedere alle minacce, magari prescrivendo degli esami inutili …”

“Per non parlare di chi vorrebbe una diagnosi dopo 10 secondi di visita – continua V. – “arriva un bambino con la febbre alta, ma senza altri sintomi che possano farmi capire di cosa si tratti e la sua localizzazione.” Per questo, dopo aver effettuato i primi esami urgenti in pronto soccorso, V. propone ai genitori un ricovero, per poter approfondire le cause e il luogo dell’infezione.”

No. Ora, subito, volevano dopo mezzora diagnosi, terapia e magari anche lo sfebbramento del bambino. “Come se io avessi un laboratorio analisi nel tatto e una radiografia negli occhi, come se, un medico, per essere considerato bravo dovesse capire tutto subito, non ci è più premesso di indagare, vagliare, fare ipotesi, studiare il caso; il medico é un lavoratore a cottimo, che fa 12-18 ore in pronto soccorso e deve dare sempre risposte sicure e immediate, perché la regola numero uno é sedare l’ansia continua dei genitori, anche per problemi che con la pediatria non c’entrano nulla, come quelli educativi.”

E si capisce dal suo tono di voce che potrebbe raccontarne altri di casi, tra mamme apprensive, spaventate, ma soprattutto impreparate all’idea che il figlio, appena nato, possa semplicemente piangere come è normale che sia.

“Il problema, dice V., é che le mamme si sentono sole (spesso lo sono),  non sono supportate dalla sanità territoriale, mancano figure come ostretiche e puericultrici  che siano presenti anche oltre l’evento del parto, come avviene in altri paesi come in Olanda. Qui queste figure sanitarie insegnano alle famiglie cose naturali come attaccare un neonato al seno, pulirgli il naso quando ha il raffreddore, fargli il bagno e sapere come comportarsi in caso di febbre da poche ore … In Italia invece ci si reca al pronto soccorso sia per patologie banali sia per non-patologie.”

E poi le urgenze – continua a raccontare V. – arrivano comunque e non guardano in faccia nessuno, nemmeno il medico impegnato tutto il giorno a ricevere codici bianchi.

Poi accade che l’accumularsi di queste situazioni provochi uno scarso controllo sulla propria capacità di risposta: è a quel punto che salta la comunicazione serena alla base del rapporto medico-paziente. Non si sa più come parlare senza discutere, come intendersi, come infondere fiducia e ricevere rispetto e si è costretti a chiamare un collega, un infermiere o addirittura i carabinieri per ripristinare l’ordine …

Ma è possibile lavorare così?

 

 

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