WOMAN's JOURNAL

Si può tassare la prostituzione?

di Gaia Marano

La prostituzione è il mestiere “più antico del mondo” , si usa dire, ed oggi anche un tema molto dibattuto. In realtà la questione più complessa di quello che potrebbe sembrare, perché il fenomeno prostituzione interessa la comunità a più livelli: etico-morale, sanitario e, inevitabilmente, legislativo, con una evidente interferenza nel campo dei diritti umani ed internazionali.

Una questione molto curiosa, e che negli ultimi anni sta prepotentemente emergendo all’attenzione come nuova “soluzione alla crisi economica nazionale”, è se i proventi derivanti da meretricio possono essere tassati.

Per prima cosa, un po’ di chiarezza su alcuni punti:

– In Italia, prostituirsi ed andare a prostitute è LEGALE.

La Legge Merlin n.75/1958 –promossa dalla senatrice socialista Lina Merlin e ricordata come il provvedimento che determinò l’abolizione delle cosiddette “case chiuse”-, non proibisce né l’una né l’altra cosa.

Lo spirito della Legge Merlin era, mediante l’addio alle case chiuse, quello di lottare contro lo sfruttamento della prostituzione altrui e di riaffermare con forza il valore degli artt. 3che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge-, 32 col quale si annovera la salute tra i diritti fondamentali dell’individuo– e 41 che stabilisce come una attività economica non possa essere svolta in modo da arrecare danno alla dignità umana– della Costituzione italiana.

Tale obbiettivo veniva conseguito mediante l’introduzione di una serie di reati, cui ancora oggi facciamo riferimento: favoreggiamento della prostituzione; sfruttamento della prostituzione; reati di riduzione in schiavitù/tratta di esseri umani; induzione alla prostituzione; reato di adescamento; atti osceni in luogo pubblico.

La questione della tassazione dei proventi derivanti da attività illecite è un argomento da tempo noto nel nostro Ordinamento giuridico, anche perché il fisco ha sempre guardato con molto interesse a tali fonti di reddito.

La motivazione risiede sicuramente nell’art. 53 della nostra Carta Costituzionale, nell’affermare che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.

I Giudici di legittimità, infatti, decidendo in merito ad una vicenda risalente all’epoca di tangentopoli, hanno stabilito che “la provenienza illecita del patrimonio non ne vanifica il valore economico” ed hanno quindi qualificato le tangenti come redditi diversi, derivanti dall’assunzione d’obblighi di fare, non fare o promettere.

Oggi però, la prostituzione è attività lecita, e i proventi economici derivanti da tale professione (sempre che si tratti di scelta autodeterminata e non imposta e/o indotta) rimarrebbero in una zona grigia non tassabile.

Certo è che questo mestiere, questione morale a parte, produce molto denaro, è giusto quindi che queste accompagnatrici, escort che dir si voglia, non concorrano alla spesa pubblica in ragione della loro capacità contributiva?

Un risalente intervento della Suprema Corte di Cassazione, sentenza n. 4927 del 1 agosto 1986 , aveva enucleato il principio di diritto secondo cui, in nessun caso il guadagno conseguito dalla prostituta a seguito della sua attività può considerarsi reddito di lavoro autonomo, escludendone, pertanto, la tassabilità.

Già però l’Unione Europea vedeva le cose in modo differente.

In particolare, la Corte di Giustizia delle Comunità europee -nella causa C-268/99, pronuncia del 20 novembre 2001-, inquadrava la prostituzione come un’attività caratterizzata dalla natura economica e dal suo svolgimento in forma di lavoro autonomo, non sussistendo alcun vincolo di subordinazione in capo a chi la esercita (quando, ovviamente, il frutto di una libera scelta e non una imposizione o induzione!).

La soluzione data dalla Corte di Giustizia al problema in discussione è sostanzialmente nel senso di riconoscere alla prostituzione le caratteristiche dell’attività economica svolta in maniera autonoma, visto che non è vietata in nessun sistema legislativo dei Paesi aderenti all’Unione europea, con la sola eccezione dell’ordinamento svedese, dove, peraltro, ad essere puniti sono i soli clienti, mentre nulla è previsto a carico delle prostitute.

Nel 2009, anche la Commissione tributaria regionale di Reggio Emilia, con la sent.n. 131 ha affermato che: “Per la frequenza e le modalità del rapporto sentimentale, i beni donati nell’ambito di una relazione clandestina possono denotare lo svolgimento per professione abituale (anche non continuativa) dell’attività di meretricio, da qualificare come attività di lavoro autonomo.”

Nel processo tributario sopra citato, la ricorrente si era difesa sostenendo che le proprie entrate finanziarie trovavano causa nelle numerose relazioni sentimentali intrattenute con vari uomini, alcuni coniugati, dai quali avrebbe ottenuto, “animo donandi” regali e denaro.

Tuttavia, secondo i giudici emiliani, dalle modalità e dalla frequenza dei suddetti rapporti, appariva difficile credere che i partner della ricorrente fossero motivati nei loro doni da un puro e semplice “spirito di liberalità” . Sembra invece più logico ritenere che questi fossero mossi dalla convinzione di dover riconoscere alla ricorrente un corrispettivo per le sue prestazioni sessuali.

Da ciò deriva che i rapporti tra la ricorrente e gli uomini con cui manteneva le relazioni, erano regolati da un preciso accordo commerciale, esplicito o implicito, tra loro. Un sinallagma di tipo “do ut facias”, per cui le parti , nel corso dei loro rapporti , erano perfettamente consapevoli di dover rispettare un obbligo contrattuale: la ricorrente si impegnava a prestare servigi di natura sessuale e, in cambio, il partner pagava il prezzo pattuito.

Questo ragionamento ha portato la Commissione tributaria regionale –in conformità alle conclusioni già raggiunte a livello europeo-, a riconoscere che lo svolgimento, per professione abituale, ancorché non esclusiva, dell’attività di meretricio, in nulla si differenzia da qualsiasi altro lavoro autonomo. Entrambe le attività si caratterizzano, infatti, per

– la prevalenza del lavoro personale del prestatore d’opera;

l’assenza del vincolo della subordinazione;

– la libera pattuizione del compenso;

– l’assunzione a carico del lavoratore degli oneri relativi all’esecuzione della prestazione e del rischio inerente all’esecuzione medesima.

Quindi, se la prostituzione è l’attività, svolta in maniera autonoma, per effetto della quale una persona si impegna personalmente a procurare il soddisfacimento di un altrui bisogno di carattere sessuale, dietro il corrispettivo di denaro o di un’altra utilità economicamente valutabile, essa è legittimamente tassabile, come qualunque altro reddito derivante da attività lavorativa autonoma.

Tale orientamento è stato poi seguito anche da altre pronunce, tra cui la recente sent.n. 10578, 2 marzo – 13 maggio 2011, Corte di Cassazione, Sez. Trib., con la quale viene espressamente affermata la assoggettabilità ad IVA dell’attività di prostituzione, purché essa sia svolta autonomamente dal prestatore con carattere di continuatività.

In conclusione, l’attività di meretricio non costituisce reato ed è inquadrabile come “prestazione di servizi retribuita”, una vera e propria attività economica e, pertanto, legittimamente tassabile!

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Archiviato in:Politica,

6 Responses

  1. michela ha detto:

    una domanda …. il reati di ADDESCAMENTO e quello DI INDUZIONE ,,, dove iniziano e dove finiscono? quando è libera attività e quando divenda addescamento? Come puo’ regolarmente avvenire la proposta o l’accetazione del servizio prestato?

    Trovo giusto e intelligente che il reddito derivante da prestazioni sessuali venga tassato ….
    per quanto io penso che a livello morale ogni uno fa quello che crede opportuno, ci sono per esempio molti altri lavori che moralmente per esempio io non approvo ma che sono utili e comunque sono “lavori” e cioe’ prestazioni di servizio che ad un altro trova utile e per il quale ritiene per ottenerlo di erogare un corrispettivo … (prestito di denaro… cons finanziarie … recitazione in film pornografici … ecc ecc) trovo corretto pagare le tasse ed avere anche la giusta copertura previdenziale … diventeremmo forse piu’ civili.

    • gaianina ha detto:

      Cara Michela, partendo dal presupposto che l’argomento è tutt’altro che di semplice comprensione, alla tua domanda mi sento di rispondere così:
      In Italia, come già abbiamo detto, la problematica “prostituzione” è tutt’ora disciplinata da una Legge del 1958, elaborata dopo quasi dieci anni di discussioni sul tema. Ad oggi dunque, tranne correttivi di estremo rilievo, inerenti alla prostituzione minorile, alla pedofilia e all’adescamento di minori, sulla fragilità strutturale della Legge Merlin, purtroppo, non si discute più (non volendo considerare tentativi legislativi molto frettolosi, altrettanto frettolosamente accantonati dallo stesso Governo – ad esempio “Misure contro la prostituzione”, a firma del Ministro Mara Carfagna).
      Fatta questa doverosa premessa, è altrettanto importante dire che la difficoltà che incontri nell’interpretare i limiti tra induzione ed adescamento, sono più che naturali e legati ad un problema di redazione legislativa. Le disposizioni penali della Legge Merlin appaiono sotto l’aspetto tecnico, oggi più che mai, infelicemente espresse tanto che alcuni manuali parlano di “vero e proprio smarrimento dell’interprete”.
      Generalmente, si insegna che le norme devono essere chiare, concise, formulate in modo sufficientemente generico, evitando la c.d. “casisitica” (ad es. gli elenchi esemplificativi) che inevitabilmente porta a lacune e difficoltà interpretative. La legge Merlin invece, adotta in pieno il metodo casistico, in particolare all’art. 3, col quale vengono delineate le singole figure criminose.
      Si pensi alla difficoltà di interpretare la differenza tra agevolazione e favoreggiamento. Qui parte della giurisprudenza e della dottrina, rinvengono la diversità nel fatto che si può “agevolare” chi ancora non è dedito all’attività di prostituzione, mentre il “favoreggiamento” è rivolto a chi già esercita l’attività di meretricio e viene, di conseguenza, solo assistito/agevolato nel suo svolgimento. Differenza assai sottile da individuare!
      Ora, arriviamo all’art. 3, n.5 L.75/58 – induzione alla prostituzione. L’induzione alla prostituzione presuppone un’opera di convincimento (senza l’uso di violenza – minaccia – inganno) volta a far sorgere nella donna (circoscrivendo la Legge Merlin ingiustificatamente l’ipotesi di reato alla sola prostituzione femminile!) l’idea di prostituirsi o anche solo a rafforzare in modo determinante un’idea già insorta. L’opera di convincimento deve essere tale da far ritenere che senza di questa la donna non si sarebbe prostituita! La più rigorosa giurisprudenza ritiene configurabile il delitto di induzione anche quando l’attività di persuasione determina la donna a prostituirsi anche con una sola ed unica persona.
      L’adescamento, invece, è previsto all’art. 5 della L.75/58. Oggi il reato è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da € 15,50 a € 93,00, mentre prima del 1999, alla sanzione pecuniaria si poteva cumulare anche l’arresto!
      Due sono le ipotesi previste e punite dall’art. 5: “l’invito al libertinaggio eseguito in modo scandaloso e molesto” e “l’adescamento attuato seguendo le persone per una pubblica via ed invitandole al libertinaggio con atti e parole”.
      Ma che cos’è l’invito al libertinaggio o adescamento, richiamato dal testo legislativo? Questo si sostanzia nell’esplicita offerta di prestazioni sessuali dietro corrispettivo, offerta che dovrà essere indirizzata unicamente ed inequivocabilmente ad una persona determinata (secondo la interpretazione dei manuali).
      Ora, tralasciando le difficoltà interpretative che possono arrecare alcuni termini, quanto mai generici e la cui portata interpretativa può variare a seconda dell’epoca di riferimento (è indubbio che ciò che poteva risultare pubblicamente scandaloso o molesto nel 1958 è assai diverso rispetto a ciò che può verificarsi nel 2011!), per dare un senso alla domanda di Michela bisogna soffermarsi su un unico concetto, chiave a mio parere: nell’ipotesi di ADESCAMENTO, il soggetto attivo è proprio chi si prostituisce! Nell’ipotisi di INDUZIONE, soggetto attivo è chi determina la donna a prostituirsi! Il soggetto attivo che commette il reato, dunque, rappresenta il limite tra adescamento e induzione.
      Ciò però non permette di superare le altre difficoltà interpretative relative alla legge purtroppo.
      Spero di essere stata chiara. Gaia.

  2. patrizia ha detto:

    Anche questa volta l’argomento trattato è originale. In questo caso è originale il modo con cui Gaia considera questo problema, antico quanto il mondo. Lasciamo da parte valutazioni morali e consideriamo solo l’aspetto “civilista” della questione. Sono d’accordo con quanto scrive Michela, sono molti i lavori che possono essere giudicati “moralmente” discutibili ma per i quali risulta più logico pensare all’esercizio di un’attività tassabile. Fa una certa impressione invece pensare alle prestazioni sessuali come qualcosa che può essere tassato…forse perchè lo associamo all’immagine di quelle ragazze che tristemente si espongono lungo le strade. Ma sappiamo bene che ci sono forme di prostituzione molto meno “scomode” e remunerative! Allora è giusto che lavori sfiancanti e non certo gratificanti siano tassati e non si osi pensare di tassare i redditi accumulati da “escort” di lusso?
    Non scandalizza che dichiarino di praticare la loro ambigua attività, sono protagoniste delle cronache, sono alla luce del sole…allora perchè non chiedere conto dei loro movimenti economici ed esigere che cessi questa tacita e colossale evasione? Certo non salveremo l’economia italiana ma daremmo un chiaro segnale, che ognuno è responsabile delle proprie azioni.

  3. elena ha detto:

    La legge tenta di inquadrare un fenomeno difficilmente delimitabile e la soluzione pilatesca è quella di lasciare da parte l’aspetto morale e sociale considerando quello economico. D’altra parte dobbiamo arrenderci all’idea che i comportamenti sessuali sono un magma non arginabile e quando qualcuno cerca di farlo è ancora peggio. L’importante è la libera scelta perseguendo chi induce e sfrutta. Forse la legalizzazione e l’inquadramento di questa attività è un modo concreto e non ipocrita di controllarlo.

    • gaianina ha detto:

      Sono stata di recente in viaggio ad Amsterdam. Ho fatto il classico tour per il quartiere a luci rosse con delle amiche. Ridevamo e passeggiavamo alla vista delle vetrine illuminate, dei maschi ubriachi che bussano alle porte, dei negozi che vendono gadgets improbabili.
      Poi però, raggiunto l’albergo, ho avuto di che pensare. Proprio io che sono frutto di questa moderna società in cui una coscia di fuori non scandalizza ma è normalità, io che sono contenta di vivere nel 2011 e critico chi dice una volta era diverso, una volta era meglio..
      Proprio io mi sono ritrovata improvvisamente a provare disgusto per chi come me stava camminando per la stessa vietta sporca e puzzolente e, passando davanti alle vetrine illuminate con le ragazza sedute che aspettano il loro cliente, ridono e mangiano patatine fritte. E’ questo quello a cui porterebbe una così fredda legalizzazione? Si può considerare modernità quella che contempla famiglie in gita che sghignazzano alla battuta un po’ volga rotta del figlio maggiore davanti ad una delle prostitute chiuse dietro ai vetri del quartiere a luci rosse? E’ questo quello che apprezziamo di questa società?
      Alcuni mi hanno risposto, “meglio cinici che ipocriti…”, forse questo è vero, ma non posso dire di disprezzare a pieno quel sentimento del tutto nostrano per cui “andare a prostitute” non è una cosa di cui andare fieri.
      Bisognerebbe forse avere il coraggio di dire che ci sono cose lecite e cose non lecite, disprezzabili e non. Forse bisognerebbe essere in grado di insegnare al proprio figlio che è schifoso e ripugnante barattare del sesso per denaro, perché l’amore non si compra. E so che suona molto naive, ma sono fiera della fragilità che mi ci fa ancora credere.
      Gaia.

  4. stefania ha detto:

    Ho più di cinquant’anni e la mia età implica un percorso personale e ideologico comune a molte signore mie coetanee. La nostra generazione ha discusso molto di libertà, autodeterminazione, parità e certamente riconosco nella nostra società tante conquiste che hanno emancipato la condizione di noi donne, ma osservo anche il pericolo di una subdola e pericolosa regressione. La divulgazione dell’immagine della donna come oggetto di piacere, trofeo da esibire, ancora un corpo alieno da un’anima e un cervello. Sono molti anni che questa subdola regressione si espande, come un virus che lentamente infetta la società e impregna gli strati sociali più esposti e deboli. Sono giovani che non hanno riferimenti ideologici sicuri, educati ad un consumismo vuoto e sfrenato per cui le responsabilità sono tante e condivise. Questa telogia del “tutto, presto e facile” porta a scelte umilianti per chi le accetta e chi le induce. Vendersi è uno dei mezzi per arrivare. Ci si prostituisce in tanti modi, diretti ed indiretti, donne e uomini. Ma qui parliamo di sesso venduto in forma organizzata e continuata, ossia un’attività d’impresa. Allora anch’io penso che una tale attività meriti l’interesse dell’Agenzia delle entrate…scontrino, ricevuta o fattura?

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