WOMAN's JOURNAL

Uno sguardo sull’India: donne con il saree

Sono andata in India in cerca di un cambiamento, in una scuola del Tamil Nadu costruita grazie all’aiuto di un italiano – Rolando Lodola – e portata avanti da persone semplici, povere in alcuni casi, ma con il viso disteso e sereno, che non si dimentica. Elisabetta Vitale School si trova a Devarkulam, un piccolo villaggio immerso nel niente. Un niente di colori caldi e vento secco ingrado di muovere una distesa di pale eoliche, dando energia e corrente elettrica al Paese. Un niente che occupa tutta la gamma di marroni, ocra, seppia, terra bruciata con qualche verde qua e là – ma solo accennato – per mancanza di pioggia.

E in questo niente ecco una piccola parte di ciò che ho trovato.

India, tra le strade semi buie di Sankarankoil dopo il tramonto, Vignesh – uno degli insegnanti della scuola in cui alloggio – e io camminavamo rapidamente per raggiungere la fermata dell’autobus.

Cercavo di parlare con lui il più possibile, incuriosita dopo aver ascoltato alcune spiegazioni sulla sua religione.

Nel tempio mi ha mostrato una polvere rossastra, in grado di guarire ferite sulla pelle, ho battuto le mani con lui per risvegliare un dio, ho ricevuto la benedizione dell’elefante che mi ha toccato la testa con la sua proboscide e alla fine, stremata da un’atmosfera surreale fatta di odore di urina e profumi di fiori e incenso, esco con tante perplessità. L’amore e i matrimoni hanno preso una parte del discorso.

Questo è il tempio in cui tutti gli induisti della zona si sposano. Poi mi racconta di sua madre, che vive sola: sua sorella è sposata e suo padre con il vizio dell’alcool se n’è andato tempo fa. Allora chiedo con rispetto, per paura di affrontare un tasto dolente, come funziona, come ci si sceglie.

Vignesh conferma l’aspettativa peggiore: “sarà mia madre a scegliere chi dovrò sposare e così è per tutti. Sono i genitori a sapere chi è la persona giusta.” Ci si sposa a volte molto giovani, a 18, 20 anni se si è donne, e si diventa casalinghe. Se è lui a trovare una ragazza, deve chiedere il permesso a sua madre, la deve approvare.

“Ma le donne studiano, vero?” chiedo, ricordando di aver visto tante ragazze in uniforme scolastica.

Dalle sue parole sembra quasi che sia una specie di hobby, possono studiare, ma è una cosa in più, che la maggior parte di volte non usano, perché nei villaggi piccoli si diventa casalinghe o si lavora nei campi (e spesso dopo il primo ciclo possono uscire di casa pochissimo e per cose necessarie come la scuola).

Le insegnanti a scuola sono soprattutto donne, quindi cerco di incalzarlo, di capire, ma non è facile, sono sfumature che si confondono nelle nostre pronunce diverse di un inglese quotidiano e in una prospettiva maschile.

Aspetto un attimo e poi, dopo qualche sua parola, mi esce spontaneo: “siete felici?” Il suo sorriso è imbarazzato, quasi un ghigno di stupore: “è la nostra cultura”.

La scena cambia, il protagonista ora è Savithiri. Una donna massiccia ed energica di 38 anni, analfabeta.

Parla solo tamil, con qualche parola in inglese e italiano. Questo non le impedisce di essere il punto di riferimento della scuola, una sorta di direttrice tuttofare: coordina la cucina, segue i bambini nei gesti quotidiani come mangiare e lavarsi, aiuta chi ha bisogno di cose pratiche. La sua vita mondana la vede partecipe a cerimonie di ogni tipo ed è conosciuta nei villaggi vicini. Sono suoi i terreni sui quali la scuola è stata costruita così che future donne e uomini possano trovare una loro libertà oltre a insegnamenti semplici ma fondamentali.

Riusciamo a capirci senza troppi problemi, ci complimentiamo a vicenda per il look o per un poori (tipico pane indiano) venuto bene e colgo la sua attenzione nel voler capire ogni cosa. Mi ha prestato un saree bordeaux con inserti d’oro e fiori colorati, che poi ho indossato con l’aiuto di un’insegnante e lei stessa ha provato ad andare al mare in t-shirt e pantaloncini, vestiti che guardava spesso con ammirazione: più per il senso di libertà che per la loro bellezza.

Oltre a questo Savithiri è per me anche la miglior ribelle indiana che io conosca.

Ha vissuto a Devarkulam con la sua famiglia, per tutta la sua giovinezza, fino a quando non ha deciso di andarsene e di seguire il parroco del paese per accogliere i bambini diversamente abili. Dopo essere rimasta incinta di Aldrin, ha deciso di sposarsi a 30 anni, già vecchia per l’India, con un uomo più giovane di lei di ben 8 anni e con un rito cattolico. Suo marito guida l’ape car (il taxi indiano) anche se con poca costanza: beve, smette, ricomincia a bere. Savithiri deve accudirlo come fosse un bambino, ma dice di esserne innamorata come il primo giorno, cosa strana in un paese di matrimoni combinati.

Alla fine dei suoi racconti ascoltati da altri e vissuti attraverso il suo album di matrimonio posso dire che Savithiri ha dimostrato, con le sue scelte, che è possibile ribaltare la condizione femminile, anche in India.

Articoli suggeriti:

Centro per gli studi della donna in India:

L’India delle donne (raccolta di news su diversi temi, tra cui le donne): http://www.indiatogether.org/women/

 

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One Response

  1. Alessio Cimarelli ha detto:

    Caspita, un mondo parallelo, evocato magicamente da colori e odori. Oggi una cultura come quella indiana (ma chissà quante contraddizioni ci saranno in quel paese immenso sulla via per il secondo posto come potenza mondiale) ci lascia perplessi, ma in fondo è passato un battito di ciglia dalla fase rurale della nostra società… in cui tutto ciò era normale. Un’esperienza comunque formidabile, brava Ele!

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