WOMAN's JOURNAL

WJ Blog/Un piacevole simposio

Inauguriamo un nuovo blog, questa volta letterario. Ecco il primo racconto di Gerardina  Coscia

“È stato un piacere.” Dissi mentre mi accingevo ad aprire l’uscio di casa.

Lui reggeva in una mano il suo giubbotto medio peso, io mi stringevo dentro una camicia troppo corta e aderente. (Eppure quando l’acquistai non era così mignon!) Sorrideva e mi scrutava con gli occhi arrossati e assonnati dietro gli occhiali dalla montatura in metallo sottile.

Sul pianerottolo regnava un silenzio innaturale. Ed erano le 11 del mattino. Solo la luce artificiale delle lampadine a risparmio energetico illuminava l’ambiente. Ma fuori il sole doveva essere abbagliante. In primavera anche in città come Milano, con il cielo mai completamente terso e costantemente offuscate da un velo di smog, possono godere di attimi soleggiati.

O magari mi sbagliavo e fuori c’erano solo nuvole, nuvole a perdita d’occhio… Insomma, lui stava andando via. E quel distacco, seppure non doloroso, non mi piaceva. In fondo non avevo impegni per tutta la giornata. Solo riposo all’orizzonte. Ma lui aveva già spalancato la porta dell’ascensore, non era il caso di insistere perché restasse ancora un po’.

“Allora ci sentiamo.” Tagliai corto.

“D’accordo.” annuì con poca convinzione.

“Ciao.” E mi diede un bacio sulla guancia, lasciando per un attimo che l’ascensore si richiudesse. Poi si voltò e svanì, ingoiato dal parallelepipedo che sale&scende.

Me ne ritornai a letto. Posizione dell’uomo vitruviano (o del 4 di bastoni?). Via quella camicia inutile, via i pensieri. La domenica è il giorno del riposo. Eppure non riuscivo a sgomberare del tutto la mente… Tanto per cominciare… quelle due piazze mi sembravano d’improvviso enormi, piacevoli certo ma più interessanti se condivise con… Lui… una persona interessante, un precario. Come me. Amico di un’amica. Single probabilmente. (Avevamo parlato poco delle nostre condizioni sentimentali. L’argomento principe era stato il lavoro. Quello incerto, parzialmente soddisfacente con la scadenza indicata in alto come sul brick del latte.) Parole, azioni…

 

Mani mani mani… bocche.

Via gli indumenti, ma non completamente. O, almeno, non velocemente.

(La scoperta graduale del diverso-da-me.)

Nelle narici il suo odore. Gli occhi osservano i suoi colori. I suoni si fanno sempre più rarefatti.

Ci siamo solo io e lui. (Tutto il resto è noia.)

Mani. (Presa decisa. Lui sa.) Di nuovo, ma breve.

Bocca. (Pensieri d’immagini reali.) Con convinzione. Ad occhi chiusi.

Piccola pausa.

Dentro. Ritmo.

(I dettagli si fanno sfocati.)

Di più, di più.

(“Perdo i sensi lentamente come tra le braccia di un amante… splendido splendente!”)

Il battito cardiaco accelera. Il mio… il suo…

Di più, di più.

… Stop!

 

Contratti a tempo, ed è già un bene se tutto risulta regolare e c’è il pagamento dei contributi. Nessuna pianificazione ferie, nessuna prospettiva futura. Tutto si svolge nel presente. Tre, sei o nove mesi al massimo si è scritturati nell’albo degli occupati e poi d’improvviso l’idillio finisce e si ricomincia la ricerca. Di nuovo. Con la stessa voracità, con lo stesso desiderio, ma con meno entusiasmo. E allora si prende quello che di buono le condizioni sociali e le convergenze astrali mettono a disposizione. Su un post-it alla parete è indicato il giorno ultimo per mettersi di nuovo alla ricerca e smanettare con il computer per creare un nuovo profilo, per aggiornare il curriculum e ritornare in modo maniacale a sfogliare gli annunci in rete. E per gli spiriti forti… i lavori non sono mai singoli. C’è quello settimanale con le sue 40 ore più qualche straordinario ignorato da chicchesia e quello del weekend, c’è quello da casa (o da remoto?) pagato a cottimo e quello che prevede salti mortali per raggiungere località improbabili e per coprire turni particolari.

E in quelle sere in cui il vento oltrepassa le persiane e regala un momento di fresca quiete (dopo la tempesta diurna s’intende) ci sono le quattro pareti e una connessione altalenante. Se non si ha voglia di tuffarsi in un gomitolo di strade, se si preferisce l’intimità della propria casa ecco che la solitudine abbruttisce tutto. Perché non è ricercata, ma imposta da uno stile di vita che si è attaccato addosso senza essere scelto.

Non c’è spazio per la creazione di relazioni in agenda. L’ansia costante di doversi reinventare continuamente e la mancanza di certezze riguardo al futuro non dispongono certo l’anima per la costruzione di un rapporto. Le complicazioni sono già tante, meglio non impelagarsi in strani legami amorosi che poi, vuoi per l’incuria del tempo vuoi per la scarsa manutenzione, sono soggetti alla morte. Meglio evitare ferite, lacerazioni e lacrime. Non è contemplata la sofferenza d’amore per il precario, sarebbe uno spreco di energie da dirottare verso altre attività magari più produttive e retribuite.

Così quando due solitudini precarie si incontrano è facile che trovino un punto d’accordo. Alcuni interessi in comune, la scarsa fiducia nel domani, il desiderio di ovviare alla routine, nel pieno rispetto di tutto quello che sta intorno e soprattutto della vita quotidiana, creano la scintilla. No, non si tratta d’amore, anche se lo si fa allo stesso modo. Perché non è un colpo di fulmine o un’esagerata attrazione che crea le condizioni, ma una semplice risata di quelle che rilassano e allontanano, seppur per un solo momento, i pensieri neri (nella rosa sono comprese anche tutte le tonalità del grigio). L’amplesso nasce spontaneo. E se il giorno dopo il lavoro sembra meno noioso e la speranza del cambiamento in positivo si affaccia nuovamente sulla scena c’è sicuramente spazio per un altro incontro. Nasce così il trombamico (un “movimento mistico e sensuale”), figura di tutto rispetto con cui aprirsi parzialmente e da tenere nascosto al mondo. Eh già, quella è la privacy. Una solitudine di tanto in tanto si somma ad un’altra per rafforzare il concetto e non certo per spazzarlo via. Il piacere effimero di un corpo sconosciuto che dorme nell’altra parte di letto e che vive la stessa condizione precaria. Un corpo che è stato un mezzo per assaggiare di nuovo l’amore, anche se amore non è. Nessuna palpitazione, niente farfalle allo stomaco, niente sogni ad occhi aperti. Solo sesso. Protetto naturalmente. E ci si sente liberi di dire, di fare, di prendere perché non si hanno aspettative.

L’obiezione è che anche così si viene a creare un legame. Vero! Ma senza vincoli. La relazione si nutre solo di piccole soddisfazioni fisiche (e mentali), di un paio di birre e di mistero. Il mistero della precarietà probabilmente, quel non-so-che che aleggia nell’aria mentre tutto intorno e silenzio e solo i respiri affannosi creano l’atmosfera.

Nessuna definizione linguistica, niente parole: incapace di dire, mi nutro del ricordo di quella sensazione. Ma neanche il ricordo è sufficiente. Vago… E non mi sono mai piaciute le approssimazioni.

(Le membra si rilassano inevitabilmente. “Torre di controllo stiamo perdendo vigore.”: è il segnale che i muscoli inviano al cervello.)

Appagamento fisico, soddisfazione cerebrale.

Domani è un altro giorno.

 

 

 

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