WOMAN's JOURNAL

Un’italiana a Londra, dove la proverbiale “British politeness” non è più d’ufficio

 di Giovanna Boglietti

Il profilo di un cammello, nero, al tramonto. Un vecchio mahatma, le palpebre socchiuse, che riposa lungo una delle vie di New Delhi. Gli occhi curiosi di due bambini che si stringono di fronte alla macchina fotografica, in un villaggio del Kenya.

Ilaria è ognuno di loro, perché loro fanno parte di lei. Di quel suo essere frastagliata, scomposta in tanti pezzettini che, una volta riuniti, ridisegnano una sfera, il mondo. “Una ventiseienne senza-radici”, come lei orgogliosamente ama definirsi, non si ferma troppo a lungo, non vuole fare presa nel terreno. Un mese qui, altri otto là: il ricordo è fissato in immagini, attaccate alla parete con clip a forma di stella, su un telo azzurro (in foto).

Ma cosa c’è oltre quel telo, dall’altra parte della parete? C’è King’s Cross Station, la stazione ferroviaria e metropolitana di Londra, vicina al centralissimo distretto di Camden. Quella che fu colpita dai sanguinosi attentati del 2005; quella il cui simbolo è una grande “x”, la croce di Sant’Andrea; “quella che il maghetto Harry Potter, nella letteratura contemporanea, usa come passaggio verso un mondo fantastico, al binario 9 e ¾”.

 Ilaria racconta a Woman’s Journal quella che è diventata la scelta di molti ragazzi. Perché Londra?

“Mi mancava”, sorride. “Fin da piccola ho vissuto muovendomi da un posto all’altro, soprattutto tra l’Italia e New York, dove vive parte della mia famiglia. Mi sono laureata in Lingue proprio pensando di lavorare all’estero. Quando sono finalmente riuscita a trovare un’occupazione in sintonia con il mio bisogno di viaggiare, l’assistente di volo, interessi ben più grandi – quelli della compagnia aerea – si sono imposti sui neoassunti. Tra una chiamata per un nuovo volo e l’altra passava troppo tempo, non potevo continuare così, a singhiozzo, e con una compagnia concorrente le cose non sarebbero cambiate. Allora sono rimasta in Italia, servivo in un pub; poi, mi hanno assunta a tempo determinato in una azienda con sede ad Atlanta, negli Stati Uniti. Terminata l’esperienza, di nuovo in Italia, mi hanno presa in una pizzeria”.

Lo spirito della viaggiatrice, allora, si è fatto sentire:

 “Ho spedito una serie di curricula vitae a Londra. Mi ha risposto un ristorante e non appena ho avuto conferma di un colloquio, ho preso documenti e stipato in valigia il minimo indispensabile: nel giro di 48 ore, sono arrivata a Londra. Era l’inizio di gennaio. Come mi sono sistemata? Da ospite di Tugba, una ragazza turca trapiantata in città con il sogno di fare l’attrice, che avevo conosciuto l’anno prima per caso in aeroporto, perché il suo volo era stato cancellato. Nel giro di due settimane però avrei dovuto andarmene, così è iniziata l’avventurosa ricerca di una sistemazione”.

Con intraprendenza e “molto facilità, perché a Londra tutto funziona, tutto è fast”, in sei giorni Ilaria ha trovato casa (“Basta il sito specializzato di Gumtree”), aperto un conto in banca, alla Barclays, e il cosiddetto National Insurance Number, “che equivale a grandi linee alla nostra Inps. Attivarlo permette allo straniero di avere in consegna una lista di numeri utili con il
numero degli uffici governativi che gestiscono offerte di lavoro, alloggio, tasse. Qualcosa di sconosciuto da noi”.

“Il ristorante si trovava nel quartiere di Soho, mentre io vivevo a Seven Sisters, in house-sharing con due ragazze (una polacca e una inglese e due ragazzi inglesi), con una stanzetta tutta mia in una tipica casa in stile tra il Vittoriano e un Harry Potter dei giorni nostri! Nel frattempo arrotondavo con lezioni di italiano e traduzioni, come free-lance.

Dopo sole due settimane di lavoro, ho inviato un altro curriculum per un posto in un ufficio a Camden Town, dove sono tuttora, poi mi sono trasferita vicino a King’s Cross. Questa mobilità è facilitata dal fatto che le paghe sono settimanali, quindi si dispone dei soldi necessari in breve tempo.

Oggi lavoro per una rivista e mi occupo della gestione degli spazi pubblicitari, da trattare con le aziende italiane. Pensate alla tempistica: il curriculum è arrivato un lunedì sera, mi hanno chiamata il mercoledì alle 12 fissandomi un colloquio per il giorno stesso, e alle 14.30 avevo già il posto. Il paragone con l’Italia non esiste proprio da questo punto di vista. Vero è che qui la concorrenza, quanto a offerta, è molto ampia, ma tutto funziona, eccome!”.

Quanto al costo della vita?

“Londra è molto cara, si sa. Affittare una camera significa spendere 550 sterline al mese. Quanto al cibo non spendo molto. Il mio abbonamento della metro per la zona 1 e 2 di Londra mensilmente costa 127 sterline. Il mio stipendio, però, non sarebbe contemplato in Italia: 1.500 sterline più il 17 per cento di commissioni sulle vendite”.

Ma è stato tutto così facile? Nessuna paura? Nessuna difficoltà?

“Certo che sì! L’assistente di volo viaggia e vive in modo organizzato. Per la prima volta mi sono sentita nella mie mani, una emigrante di inizio Novecento, con una valigia di cartone in mano. Sapevo che me la sarei cavata; al massimo, avrei preso il primo volo e in due ore sarei rientrata in Italia.

Non ho mai avuto paura. Incroci a volte per strada qualcuno che ti fa una battuta, ma niente di più. Sono molto severi, la polizia si trova dappertutto. A volte l’incoscienza non porta a farmi troppi scrupoli, ma mi sento sicura. In particolare, King’s Cross station è una zona tranquilla. Il vicinato è multi-etnico e molto riservato: a parte qualche timido saluto reciproco, non c’è mai stato un vero dialogo. Un punto debole delle grandi città”.

Non mi sono sentita discriminata come donna, ma come italiana, anche se in tono canzonatorio e ironico. Il riferimento era al nostro Presidente del Consiglio e alla situazione politica interna giudicata “deplorevole”. Era meglio quando eravate spaghetti e mandolino: la battuta classica rivolta agli italiani è questa oramai”.

E sul posto di lavoro, nella redazione pubblicitaria? Il solito copione, a volte anche oltre la Manica.

Ho conosciuto molte persone interessanti, pur avendo delle giornate davvero fitte. Eccezion fatta per il capo, che è solito corteggiare tutte. O meglio, importunare tutte. In più di un’occasione, mi ha urlato contro di fronte a tutti colleghi, dicendo che sarei dovuta andare a cena con lui da Nobu, un famoso e costosissimo ristorante giapponese a Londra. A volte mi chiedeva di staccargli l’etichetta di una giacca nuova, per mostrarmi la griffe. Tutti metodi pacchiani per ribadire che lui si è fatto i soldi. Ho persino mentito, sostenendo di essere vegetariana per scamparla!

Il peggio è venuto quando, una mattina, ha pensato bene di palparmi il sedere. Allora gli ho intimato di smetterla. I miei colleghi volevano che lo denunciassi, mi assicuravano che ci avrei ricavato un sacco di soldi. Ma non l’ho fatto. Che dire? Tutto il contrario della British politeness tanto decantata”.

E dire che a certi stereotipi ero già abituata. Venivo da un mestiere che, anni fa, era il simbolo del desiderio. L’assistente di volo era infatti un lavoro gettonato. Oggi resta la prassi di scegliere ragazze molto belle fisicamente: al primo incontro sembrava di essere a Miss Italia, tutte in fila in passerella. Poi ho superato la parte ostica, cioè la preparazione delle selezionate, che consiste in prove di nuoto e salvamento, test in lingua inglese e psico-attitudinali. Ricordo ancora la sensazione che ho provato quando ho portato i miei esami clinici, chiusi in una valigetta 24 ore nera da film, nella sede aereonautica dell’aereoporto di Linate. Ma per i clienti del bar ero “la hostess!”: mi sono sentita una figura professionale, di quelle desiderate, non una persona”.

Dopo cinque mesi a Londra, cosa c’è nel futuro di Ilaria?

“Rientrerò in Italia, e credo che ci resterò per un po’, sicura di rientrare a Londra al più tardi per l’anno prossimo. Mi sento a casa qui, mancanza degli affetti a parte. Una famiglia? Sicuramente, se succederà, opto di gran lunga per Londra, un caleidoscopio di sfaccettature diverse: dalle molteplici possibilità lavorative al fatto di poter crescere i figli bilingue a tutti gli effetti. Il marito però italiano, moglie e buoi dei paesi tuoi!”.

Sarà, questa, la prima immagine di una serie ben diversa da appendere al telo azzurro, tra i tanti pezzetti del mondo che Ilaria ha fatto suoi.

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