WOMAN's JOURNAL

Schröder e il Golia della disparità nelle aziende tedesche

Pubblichiamo la traduzione in italiano dell’articolo di Catherine Kemp, giornalista inglese residente a Berlino

Quando era una studentessa, il ministro della Famiglia della Germania, Kristine Schröder (nella foto) scrisse che non sarebbe mai diventata una femminista. Non condivideva l’affermazione di Simone de Beauvoir: “Donna non si nasce, lo si diventa” e causò polemiche quando fu nominata responsabile delle questioni femminili quando affermò che le donne devono semplicemente diventare più decise per poter superare le differenze salariali.

È quindi interessante che Kristina Schröder, ministro della Famiglia, degli Anziani, delle Donne e dei Giovani dal novembre 2009 e membro del partito cristiano democratico della cancelliera Angela Merkel, sia una delle pedine fondamentali nella difesa degli interessi femminili nel dibattito odierno in Germania sulla possibilità di introdurre delle quote dedicate ai due generi.
Uno studio pubblicato di recente dall’Istituto tedesco di ricerca economica ha rivelato che la Germania è molto indietro in Europa per quanto riguarda l’uguaglianza di genere nei consigli di amministrazione. Solo il 2,2% dei membri dei Cda delle 100 aziende più grandi quotate in borsa (indice Dax 100) sono donne e in nessuna di queste vi è un “amministratrice” delegata. Lo studio ha scatenato un grosso dibattito politico e spinto il governo a incontrare le aziende del Dax30 per cercare una soluzione al problema.
Le due figure politiche di riferimento nel dibattito sono Schröder, 33 anni che a lungo ha sostenuto che l’introduzione di quote di genere corrisponderebbe ad ammettere il fallimento dell’azione politica e la sua collega che l’ha preceduta al ministero, Ursula von der Leyen, 52 anni, dall’inizio del 2011 a favore dell’introduzione delle quote di genere.

Von der Leyen, che è stata ministro della Famiglia dal 2005 al 2009 e dal 2009 è a capo del ministero del Lavoro e degli Affari sociali, prende a modello la Francia. Ha presentato una proposta che prevede un 30% per legge di rappresentanza di donne o uomini nei consigli di amministrazione e consulenza per le maggiori aziende quotate.

Se la quota non sarà rispettata sarà applicata una sanzione, che consisterà nell’invalidare il consiglio, e quindi nel non pagare i consiglieri, rispettandone però le decisioni. In questo modo, non ci sarà alcun danno per le società ma solo per i consiglieri reticenti a nominare componenti di sesso femminile.

Schroder, invece, ha adottato un approccio più soft, e sostenuto che le quote possono essere solo un aiuto anche se a volte necessario. Ha una posizione moderata sostenendo l’introduzione da parte delle società di una quota percentuale volontaria e flessibile di rappresentanza femminile. Durante incontri con il Governo, le società del Dax30 hanno comunicato l’impegno a pubblicare il numero di donne presenti nei diversi livelli gerarchici, incluso il management esecutivo, entro la fine dell’anno. Schröder ha poi dichiarato che se le aziende non triplicheranno il numero di donne al top dei board esecutivi entro il 2013, sarà l’esecutivo a definire simili obiettivi. La ministra ritiene che i target pubblicati sottoporranno le aziende alla pressione dell’opinione pubblica, e la sua politica è sostenuta da Angela Merkel.  Resta da vedere cosa ciò significherà nella pratica.

Nel 2001 era stato già sottoscritto un accordo volontario tra il settore industriale e il governo federale, dopo il fallimento di una legge sulle pari opportunità nel settore privato causato dalla resistenza delle associazioni dei datori di lavoro. La sua applicazione, tuttavia, è stata lenta e poco soddisfacente. L’accordo volontario è generalmente considerato un disastro e Von der Leyen, benchè sostenitrice dell’intesa durante il suo mandato da ministro della Famiglia, ora considera quell’iniziativa un totale fallimento, il cui risultato non ha fatto altro che peggiorare la situazione. Molte donne manager e imprenditrici, concordano con lei, benché prima fossero scettiche rispetto alle quote di genere, riconoscono che non c’è altra scelta. Sembra comunque che, per almeno i prossimi due anni, le quote volontarie rimarranno l’opzione preferita dal Governo.

Considerato che le quote volontarie sono risultate inefficaci in passato, è difficile credere che funzioneranno ora, sebbene la minaccia dell’intervento del Governo nel prossimo futuro potrebbe agire come catalizzatore.  Le quote di genere sono controverse e sollevano molte questioni sul ruolo che il Governo dovrebbe avere nell’economia privata. Tuttavia si tratta di un dibattito in corso in tutta Europa. Una bozza di risoluzione approvata dal Comitato per i diritti delle donne del Parlamento Europeo, pubblicato a maggio, afferma che la legislazione europea è indispensabile per portare il numero delle donne in posizioni decisionali al 30% nel 2015 e al 40% nel 2020. Le società tedesche potrebbero quindi venire forzate ad agire dalla normativa europea, o dalla minaccia del governo federale, abbastanza persuasiva da convincerle a cambiare le loro politiche. In ogni caso, c’è da credere che le cose inizieranno a cambiare: Schröder potrebbe aver trovato il modo per dare scacco matto a Golia.

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One Response

  1. […] da tempo un dibattito sull’introduzione delle quote rosa nei consigli di amministrazione (leggi Schröder e il Golia della disparità nelle aziende tedesche su Woman’s Journal). Pur in questo contesto, la distanza tarda a colmarsi e la mentalità a […]

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