WOMAN's JOURNAL

Un’italiana a Shanghai, dove le donne non hanno paura

di Giovanna Boglietti

Ogni mattina, dalla finestra del salotto al 31esimo piano di un palazzo nel cuore di Shanghai (nella foto la veduta dal balcone), i suoi occhi corrono lungo i contorni dei grattacieli e delle casupole che spuntano, timide, ai loro piedi. Si infilano curiosi nelle arterie a tre corsie per senso di marcia, che tagliano la città per una superficie di oltre 6mila chilometri quadrati, e poi dentro il nugolo di vicoli che si attorcigliano tutt’intorno, tra le case popolari, spoglie e diroccate.

Da due anni, quella finestra riflette lo stesso paesaggio, ma ogni volta Shanghai le si presenta in veste nuova, spesso incomprensibile, talvolta eccitante, per sua natura curiosa. Allegra è la protagonista di questa avventura quotidiana, che racconta a Woman’s Journal appena rientrata in Italia, per una breve vacanza. Piemontese, 27 anni, un diploma linguistico alle spalle: dal 2009 si è trasferita nella città più popolosa della Cina, per aprire con il suo compagno alcuni eleganti locali nel centro di Shanghai.

I primi tempi sono stati per lei un periodo di assestamento: «Per una ragazza di provincia, l’impatto con una metropoli da oltre 20 milioni di abitanti non può che essere forte » spiega «Anche se la città in sé è “facile”: il trasporto pubblico funziona bene, i negozi sono aperti ventiquattr’ore su ventiquattro. Il problema è stato rapportarsi a livello sociale (ben pochi parlano inglese, io ho studiato subito cinese) e con una cultura completamente diversa dalla nostra».

Shanghai si divide tra tradizione e modernità, in una dicotomia quasi malata. Valgano le piccole cose. Da una parte i supermercati internazionali, dove si trova qualunque cosa, compresi i prodotti di note marche; dietro l’angolo, le botteghe cinesi, dove tutto è servito alla buona, dalla carne al cibo secco, appeso al soffitto. Lì, tra quei quartieri popolari, a pochi passi dallo sfavillio delle vetrine di Gucci (la griffe più amata), Prada e Luis Vuitton, le persone mangiano per strada e per strada si lavano, tirano con la bici carretti colmi di bottiglie e cartoni (“Come nei film”), per strada fanno affari.

«Di curiosità ne ho viste tante» racconta Allegra «Per scendere a comprare del latte, non serve vestirsi: tanti escono in pigiama. Usanza vuole che dalle sei di sera, gli anziani si ritrovino in piazza a ballare una sorta di cha-cha-cha: uno spettacolo davvero divertente. E poi, c’è la singolare moda del cane colorato: un’orecchia fucsia, le zampette gialle; e delle scarpe e dei vestitini su misura. La razza preferita è quella del barboncino; ma la legge, che già limita le nascite a un figlio per coppia, impone anche un solo cane a famiglia».

Per spostarsi da un capo all’altro di Shanghai, scopriamo che i taxi sono convenienti: una ventina di chilometri equivale a 5 euro. Niente navigatore, ancora: «I tassisti conoscono tutte le strade a memoria, pazzesco! A volte si addormentano ai semafori, basta svegliarli e ripartono».

Allegra sorride: il fascino di Shanghai, la Shanghai vissuta da abitante e non da turista, sta anche qui. Soprattutto, in questo colorato e assordante caos, le donne si sentono sicure: «Un giorno, girovagando alla ricerca di un negozio di antiquariato, mi sono imbattuta in un omino che, in cinese, mi ha proposto di seguirlo a casa sua, per vedere quadri dell’epoca Ming (Veri?
Chissà!). Più che di una casa, si trattava di uno spazio minuscolo con un letto, un lavandino e un fornello. Ma non ho avuto paura. L’ordine imposto dal governo si fa sentire. Vige ancora la pena di morte, un monito molto sentito; quindi, tutto è controllato. Posso uscire alle tre di notte e fare una passeggiata in tutta tranquillità. Posso tenere la porta dell’appartamento aperta, non ci sono ladri. Di violenze sessuali non ho mai sentito parlare. Certo, la libertà di stampa resta limitata a favore del governo, ma percepisco che la città è davvero una delle più sicure al mondo».

E quanto ad integrazione? «Non ho subito discriminazioni, rispetto al mio compagno. Anzi, la famiglia cinese è matriarcale: la donna tiene i conti e gli uomini cucinano e tengono i bambini. Da questo punto di vista, le donne sono molto attaccate agli affari e all’apparenza. La frustrazione dei meno abbienti nasce dall’industria della moda. Sono bombardati dai cartelloni pubblicitari che inneggiano al lusso e aspirano esclusivamente a quello. Ecco il fiorire del mercato del tarocco, nascosto dietro a cancelli e porticine ma più che accessibile. Ho letto su un giornale che Pechino sta pensando di levare le pubblicità, nel timore di rivolte.

In generale, le ragazze che hanno studiato possono aspirare ai vertici delle aziende senza problemi. I manager che ho conosciuto venivano dalla classe popolare, si sono fatti da sé. Tutto sta nella loro mentalità: molte ragazze, come dicevo, desiderano la bella vita e si vogliono sistemare. I loro migliori partiti sono i ricchi e gli stranieri. L’Occidente infatti ha ancora molto fascino: basta pensare che ragazzi e ragazze ricorrono alla chirurgia plastica per togliersi dal viso i tratti asiatici. Ma sua una cosa le femmine sono scrupolose: la pelle resta bianca, come simbolo di nobiltà, e va coperta con l’ombrellino o gli abiti lunghi. Da tradizione».

Dalle donne manager alle accompagnatrici. Anche in questo caso Shanghai viaggia sul filo della promiscuità: «Non ho sentito di case del piacere. Ci sono ragazze che fanno compagnia a uomini facoltosi, scelte come oggetti a seconda della bellezza, in discoteca o nei karaoke (veri locali-culto).
Ho visto selezionarle, posizionate una di fianco all’altra poi vicino ai clienti, a bere con loro. Li intrattengono semplicemente, non sono prostitute. Almeno non dentro il locale, fuori chi può dirlo?».

I figli di Allegra potrebbero nascere a Shanghai. Quale futuro avranno? «Un buon futuro comunque, almeno dai presupposti. Cresceranno nella città del futuro, parlando la lingua del futuro, il cinese, e l’inglese. Potranno frequentare scuole di prestigio, quelle internazionali hanno una rigida impronta “british”; e poi coltivare l’italiano nella scuola dove io stessa ho lavorato. Vi si insegna il sabato mattina, per dare ai figli degli italiani una preparazione aggiuntiva sulla loro cultura d’origine.

Certo, mancherebbe il sostegno delle nostre famiglie, ma a Shanghai si trovano delle governanti dette ayi. Ayi significa affettuosamente “zia”, quindi il legame con i bambini è forte. Tutti a Shanghai si possono permettere una ayi, perché costa solo 2 euro all’ora. E poi ci sono asili, c’è anche un istituto che segue il metodo Montessori».

A ben guardare, da quella finestra al 31esimo piano di un palazzo del centro, questa Shanghai, della quale abbiamo scoperto qualcosa in più – se non altro di vissuto – , sembra davvero pronta a farsi scoprire e poi, di colpo, illeggibile. L’abbiamo percorsa con gli occhi di Allegra, ma ammirata e confusa con i nostri, ancora digiuni.

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