WOMAN's JOURNAL

Quote rosa nei Cda, le ragioni del no

di Leopoldo Papi

Una delle principali argomentazioni a favore delle quote rosa nei CDA nelle società private fa appello a risultati di ricerche empiriche. Le donne, si dice, portano nelle aziende prospettive diverse e innovative nell’affrontare i problemi rispetto agli uomini, e da ciò ne consueguirebbero benefici in termini di redditività del soggetto economico. Imporre per legge una quota femminile nei consigli di amministrazione, dunque, portebbe vantaggi concreti, oltre a porre fine a una discriminazione culturale evidente, vista la presenza minoritaria, quando non l’assenza, di persone di sesso femminile negli organi di gestione.

In un contesto di economia privata, tuttavia, simili considerazioni risultano poco convincenti, come evidenzia Serena Sileoni, avvocato e ricercatrice in  diritto pubblico comparato alla facoltà di Economia dell’università di Siena , in questo articolo sul blog dell’Istituto Bruno Leoni. L’utilizzo della ‘prova scientifica’ a sostegno di un’intervento legislativo di questo tipo, spiega la giurista, non è condivisibile per vari aspetti. Primo: la ricerca scientifica, sia naturale che sociale, è per sua natura fallibile. E’ un’impresa che opera per tentativi ed errori affinando di volta in volta metodologie e tecniche di analisi, le cui predizioni vengono poi ‘testate’ in verifiche sperimentali. Si dovrebbe dunque evitare, rileva Sileoni, di elevare studi intrinsecamente rivedibili, per quanto utili a capire e affrontare i problemi, a ‘dogmi di fede’ a sostegno di provvedimenti giuridici.

Il secondo punto messo in luce nell’articolo potrebbe essere riassunto nell’espressione: ‘liberi di andare all’inferno’. Che è un po’ il fondamento di una società fondata sulla libera iniziativa, privata e autonoma, degli individui e degli operatori economici, nel perseguire i loro interessi, assumendosi la responsabilità di eventuali errori. Se sbaglio, sono affari miei, e il legislatore non dovrebbe preoccuparsi di ‘salvarmi l’anima’ con interventi coattivi, per quanto fondati su dati scientifici, né tantomeno quella delle società che, avendo poche donne nei loro organi decisionali, si privano di utili risorse produttive. Scrive Sileoni:

via Chicago-Blog

Come detto sopra, i consigli di amministrazione sono soggetti privati, che non rappresentano altro se non l’interesse egoistico della società all’accumulazione del capitale, che non debbono portare al loro interno gli interessi di categorie esterne e debbono pensare solo a compiere le scelte più efficienti e remunerative per la società. Per questo motivo, coloro che vi siedono vengono scelti (o almeno così dovrebbe essere) dai soci non perché rappresentanti di qualcosa o qualcuno, ma perché bravi, competenti, preparati. Da questo punto di vista, la scelta tra uomo o donna è pari a quella tra biondo o moro. Nella gestione di una società, non c’è un interesse generale delle donne da bilanciare con quello degli uomini (ammesso che altrove vi sia). C’è soltanto l’interesse esclusivo della società ad essere guidata da mani esperte. Questo vuol dire che bene faranno i soci a eleggere consigliere preparate, male faranno a eleggere consiglieri impreparati. Se dovessero agire male, non ci sarà alcuna lesione di un interesse generale della comunità, ma il pregiudizio dell’interesse esclusivo della società a massimizzare i profitti. I soci potranno scegliere male la composizione dei loro CDA, ma le conseguenze negative ricadranno esclusivamente su di loro. Non vi è interesse generale di cui il legislatore debba farsi carico a che i soci eleggano donne piuttosto che uomini. Rischiano il loro capitale, e quindi tanto peggio per loro se non sapranno scegliere persone valide, donne o uomini che siano. Ecco perché la presenza femminile può essere opportuna, ma non deve essere obbligatoria. Che diventi tale è, a nostro avviso, una violazione di un altro diritto costituzionale, quello alla libera iniziativa economica privata.

In una prospettiva di libertà economica, non c’è alcun bisogno di istituire quote protette per le donne ai vertici. Se le aziende non capiscono l’utilità di assegnare alle donne incarichi direzionali il mercato gliene farà scontare le conseguenze (ammesso che ci siano), così come avviene per qualsiasi altra decisione sbagliata, (per prevenire le quali nessuno si sogna di attuare interventi legislativi).

Rimane l’idea dell’utilità delle quote come intervento positivo per porre fine alle ‘discriminazioni’, cioè alla scarsa presenza di donne ai vertici aziendali.  Su questo punto occorre forse ricordare la proposta di legge presentata lo scorso ottobre da Lella Golfo (Pdl) e Alessia Mosca (Pd) stabilisce la temporaneità delle quote a 3 mandati (9 anni). In quest’arco di tempo, si sostiene, le quote sortirebbero l’effetto di ‘sovvertire’ la cultura aziendale maschilista, introducendo quantomeno l’abitudine alla presenza femminile. Anche qui, sarebbero molte le obiezioni da fare. La prima è che questa ‘teoria culturale’ non è affatto dimostrata. E’ possibile che una qualche forma di ‘maschilismo inconscio’ agisca, allo stato attuale, sulle menti dei soci delle aziende nella selezione dei consiglieri. Più probabile tuttavia, è che i soci, che si suppone eleggano i consiglieri in base alle loro compentenze professionali (c’è chi dice per cooptazione, ma in quel caso le quote serivirebbero forse solo a estenderla alle donne), se non altro perché gli è utile, si trovino a scegliere tra repertori di persone in cui il sesso maschile è prevalente. E non tanto per una questione culturale, ma perché alle donne, in Italia, la possibilità di fare carriera è preclusa dall’assenza di norme e strutture (per la conciliazione lavoro-famiglia, per i congedi parentali anche maschili, o per rendere accessibili a tutti gli asili nido e strutture scolastiche integrative) che permettano loro di dedicarsi alle attività professionali. O almeno, come scrive Sileoni, di scegliere che tipo di vita fare. Senza queste strutture, è presumibile che anche dopo 9 anni di quote, ci si ritroverebbe al punto di partenza, perché le società si troverebbero a ‘pescare’ i consiglieri in un mondo professionale prevalentemente maschile. I Piuttosto che per consentire alle donne di avere  il posto assicurato nei CDA, gli interventi dei governi e delle istituzioni, afferma la giurista, dovrebbero agire “per consentire alle donne di poter scegliere di guadagnarsi quel posto”.

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