WOMAN's JOURNAL

Svezia femminista e Italia conservatrice: due alternative a confronto

di Giovanna Boglietti

Prima modello, poi zimbello. Nel caso Wikileaks, oltre a Julian Assange, c’è un altro imputato: la Svezia. Da esempio di emancipazione a covo di femministe rabbiose, l’intero Paese e il suo sistema giudiziario sono stati criticati e derisi.

Assange e il sex by surprise. Tutto comincia da questa formula, che rimanda a un reato inesistente nel resto del mondo. È il “sesso di sorpresa”, che in Svezia vale l’accusa di aver avuto un rapporto consenziente senza preservativo (o di non averlo sostituito, se bucato) contro la richiesta della partner.

Sorpresa davvero: il reato spicca nella normativa sullo “stupro semplice” e viene punito con una sanzione pari a 715 dollari. Va detto che il carcere è previsto solo in caso di violenza sessuale, molestie e coercizione: si va da un minimo di due a un massimo di dieci anni di reclusione. Tre livelli per una differenza sostanziale, che esprime la severità delle leggi svedesi in materia di violenza sulle donne.

Già in passato la Svezia aveva stupito, varando una legge sulla prostituzione mai sperimentata prima. “Semplice stravaganza nordica”, si diceva: chi viene punito penalmente non è la lucciola, ma il cliente. Spiega Gunilla Ekberg, l’avvocato che ha lavorato al provvedimento: «La prostituzione è una forma di violenza dell’uomo verso la donna. Le lucciole sono vittime di abusi dalla tenera età». A distanza di dieci anni, in Svezia questa legge gode del consenso del 75 per cento delle popolazione.

Lo Swedish Institute di Stoccolma riporta che le prostitute si sono ridotte a un migliaio, contro le 3mila del 2000, e la prostituzione in strada è quasi scomparsa. I clienti finora denunciati sono 18mila, i condannati 900. La pena è di sei mesi di carcere o più spesso una multa pari a 50 giorni di stipendio. E poi c’è la vergogna: i clienti sono tenuti a deporre durante i processi contro gli sfruttatori, mostrandosi parte integrante di una rete criminale. Il modello sta interessando anche l’estrosa Olanda e la Danimarca, il “bordello del Baltico”.

La protesta per i salari

Proprio Copenaghen è il rifugio degli svedesi insoddisfatti. In Svezia insomma si rischia di discriminare gli uomini, che sempre più spesso si rivolgono ai centri di ascolto femminili. Denunciano    l’eliminazione degli orinatoi sospesi nei bagni universitari (l’uomo in piedi si impone su chi fa pipì da seduti), l’idea di dare ai neonati nomi né maschili né femminili ma neutri (per entrambi i sessi), così come tariffe diverse a seconda dei sessi. Le femministe svedesi hanno bruciato 100mila corone a luglio per protestare contro la disparità di salario tra uomini e donne, quando gli stipendi di queste ultime arrivano all’80 per cento di quelli dei colleghi maschi.

È pur vero che molte proposte sessiste, come la “tassa sul pene” da applicare agli uomini sin dalla nascita, sono state bocciate. Feministiskt Initiativ, il partito femminista svedese guidato da Gudrun Schyman (nella foto in alto), nel 2006 non è riuscito a entrare al Riksdag, il Parlamento dove siedono donne per metà. FI ha perso l’ala moderata e, pur in alleanza con i socialisti, tre seggi alle elezioni 2010.

Tra gli obiettivi da raggiungere al Riksdag per Gunilla Upmark, capo della Commissione lavoro del Riksdag, c’è lo zero per cento di violenza sulle donne. La Svezia esporta una politica rosa: a Roma è nato così il comitato di monitoraggio Pari o Dispare, appoggiato da Emma Bonino, e dal 2011 le donne della “Rivoluzione gentile” chiederanno parità di seggi in Parlamento, e non solo. L’Italia combatte i numeri: 14 milioni le donne che hanno subito nella vita violenze fisiche o psicologiche, 7 milioni le vittime di stupri e abusi (dati Istat). Lo dimostra il decreto del 2009, con cui sono state inasprite le pene dei reati di stupro e stalking: ergastolo per gli stupratori omicidi e carcerazione dai sei mesi ai quattro anni per i molesti. Diversamente dalla Svezia, sia la pratica in luogo pubblico che la richiesta di sesso a pagamento risultano reati. Solo sulla strada lavorano 70mila prostitute.

A presidio del territorio sono state autorizzare ronde di ex agenti disarmati e la sezione speciale anti-stalking dei Carabinieri. Organismi specializzati simili, in Svezia, operano dagli anni Ottanta, epoca in cui sono sorte a Gotëborg le prime case di accoglienza per donne. Questi centri sono utili anche in Italia ma molti stanno chiudendo, “strangolati dai tagli della finanziaria” denuncia l’associazione D.i.Re (Donne in rete).

I dubbi sono sui limiti alle intercettazioni, che legherebbero il solo strumento di controllo sugli stalker, il telefono. Ci sono poi leggi mai applicate: nonostante l’apertura del numero di soccorso nazionale 1522, nel 2009 l’Italia è stata sanzionata dall’Unione europea per non aver rispettato l’imposizione del numero comunitario di intervento 112. Stessa condotta per un fondo da destinare alle vittime di violenze sessuali. Il resto, insegna la Svezia, è costume.

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One Response

  1. Mary ha detto:

    Non condivido quelle uscite sulla tassa del pene e gli orinatoi ma vorrei tanto vivere in Svezia anche solo per le protezioni che hanno le donne che subiscono violenze. Essere una donna che ha subito violenza in Italia significa incontrare morte certa.

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