WOMAN's JOURNAL

Sinai: nel deserto è violenza sulle profughe

di Giovanna Boglietti

Il deserto del Sinai, sulle carte, è un lembo di terra sabbiosa che si protende nel Mar Rosso tra il golfo di Suez e il golfo di Aqaba. Casa di beduini, strada sofferta verso la Terra promessa. Oggi più di ieri, per i migranti resta il temibile scenario di violenze e abusi sulle donne. 

Profughi e profughe in fuga, etiopi ed eritrei soprattutto, continuano a lasciare sulla sabbia del Sinai la vita e l’onore. Gli ultimi, a dicembre appena, erano un’ottantina. Si dirigevano dall’Egitto verso Israele, ma sono caduti prigionieri dei predoni, come prezioso oggetto di riscatto: 8mila euro il costo della loro liberazione, imposto alla comunità internazionale. 

E ancora questo mese, il bollettino dei sequestrati uccisi sale. Alcuni sono vittime della polizia egiziana che, come denunciano diverse organizzazioni non governative presenti sul posto, non esita a fare fuoco contro i trafficanti, nonostante la presenza degli ostaggi.

La tensione attorno al Sinai cresce. Lo conferma don Mosé Zerai, sacerdote eritreo che da oltre un mese sta sostenendo la causa di centinaia di connazionali sequestrati in Egitto. Secondo don Zerai, le bande di trafficanti che comprano e vendono esseri umani sarebbero  una ventina e intorno ad esse è fiorito un business dell’orrore molto florido, che va dalla riduzione in stato di schiavitù di donne e bambini al mercato della prostituzione fino al traffico di organi.

Don Zerai da pochi giorni ha dato il via a una Petizione per la liberazione dei prigionieri nel Sinai, presente anche su Facebook.

Bastonate e torture all’ordine del giorno. Mani e piedi legati con catene. Scosse elettriche ed espianto dei reni per quelli che non possono pagare il passaggio. Chi non muore, è costretto a sopravvivere in condizione estreme. L’esca è la promessa di un ingresso in Israele senza difficoltà, dapprima al prezzo di 3mila dollari e di recente intorno ai 9.800 dollari. Ma una volta arrivati nel deserto del Sinai, si apre il periodo di prigionia in container, zone recintate o gallerie sotterranee.

Tra i prigionieri, ci sono ovviamente delle madri e delle figlie. Per loro l’agonia è duplice. Le più “fortunate” riescono ad essere visitate dai medici della Open Clinic di Tel Aviv-Jaffa, gestita dall’organizzazione israeliana Physicians for Human Rights.

In particolare, su un totale di 165 interruzioni volontarie di gravidanza seguite dalla clinica tra gennaio e novembre 2010, si stima che la metà siano state richieste da donne stuprate nel Sinai. Nello stesso periodo, 1.303 donne sono state sottoposte a trattamenti ginecologici, la maggior parte dei quali necessari a causa delle violenze subite durante il lungo viaggio attraverso il deserto africano.

Le difficoltà affrontate nel Sinai hanno anche provocato un aumento del numero di pazienti assistiti presso i servizi riabilitativi della Open Clinic. Gli ultimi dati si riferiscono ai primi 11 mesi del 2010: 367 persone sono state sottoposte a trattamento ortopedico e 225 a fisioterapia.

I vivi, nel corso degli ultimi anni, sono stati rimpatriati a centinaia dall’Egitto verso i loro paesi d’origine. Di questi, molti sono stati uccisi al loro arrivo, altri sono stati imprigionati o sottoposti alla coscrizione militare.

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One Response

  1. L. ha detto:

    e col caos che c’è ora in quel paese,penso che queste persone (se così si possono definire) faranno affari ancora più sostanziosi

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