WOMAN's JOURNAL

Francia: amore dietro le sbarre

di Giovanna Boglietti

Bella e dannata, come tante eroine di film e romanzi celebri. Ma la realtà è ben diversa: la bella e dannata sta chiusa in carcere e il suo innamorato non è nemmeno l’addetto alla sorveglianza, ma il direttore. Accade in Francia, nel penitenziario femminile di Versailles. Ai suoi colleghi che gli hanno imposto il divieto assoluto di avvicinarsi al carcere, Florent Goncalves (nella foto), ormai ex responsabile, ha dichiarato di aver trasgredito la legge solo per amore.

Secondo un’indagine interna, dal dicembre del 2009 fino all’ottobre del 2010, il direttore avrebbe avuto una relazione con Emma Arbabzadeh, 21 anni. Non solo: in cambio di favori sessuali, avrebbe donato alla ragazza somme di denaro, ricariche telefoniche e altri oggetti interdetti ai detenuti. La tresca è stata scoperta dagli ispettori che hanno visitato il penitenziario a novembre. Lei, la femme fatale,  non ha eluso la sorveglianza delle altre detenute, invidiose dei trattamenti di favore. Loro hanno raccontato degli strani regali fatti dal direttore e subito è scattata l’indagine.

Sorpresa. Emma non solo aveva sedotto Goncalves, ma da tempo offriva favori sessuali anche a un secondino trentaseienne, sempre in cambio di doni e privilegi. Il direttore ha dovuto confessare, ma sembra averla perdonata. Le Parisien riporta che una fonte interna al carcere avrebbe spiegato che l’uomo ancora spera che la ragazza ottenga la libertà condizionata, visto che ha già scontato metà della sua pena, “per poter iniziare una nuova vita insieme”.

Fin qui, lo scandalo in Francia avrebbe potuto restare contenuto. L’aggravante al caso viene però dall’identità della detenuta seduttrice. Il nome della Arbabzadeh è legato infatti a uno dei casi di antisemitismo che più hanno scioccato il Paese. Vale a dire, il caso di Ilan Halimi: nel gennaio 2006 proprio Emma (all’epoca minorenne) era stata l’esca per catturare Ilan, un giovane ebreo sequestrato e torturato dalla gang razzista della banlieue parigina alla quale apparteneva la ragazza. Il ventitreenne, agonizzante, era stato poi ritrovato giorni dopo vicino alla stazione di Sainte-Genevieve-des-bois, nell’Essone, per poi morire durante il trasporto in ospedale.

Il sito francese 8clos ha ricostruito le fasi del processo e l’identità dei componenti della gang: 17 uomini e 10 donne. Emma era la donna del capo. Solo? Madre iraniana infermiera, rifugiata politica e padre deceduto, una sorella handicappata a seguito dei maltrattamenti paterni. Emma nel 2001 viene violentata da tre ragazzi. Nel 2006, entra nel negozio di telefonia dove lavora Halimi, lo conquista, gli lascia il numero di telefono e fa da esca per il loro incontro.

Lorsque la juge d’instruction lui demande: « Avez-vous conscience que c’est vous et bien vous seule qui avez choisi la victime? » Elle répond: « Oui » La jeune fille, qui dément avoir été l’ex-petite amie de Y. Fofana (comme il l’affirme), nie avoir touché de l’argent (malgré la promesse de 3000 a 5000 euros) pour avoir participé à la séquestration d’Ilan Halimi. En revanche, elle a bénéficié d’une nuit d’hôtel 3 étoiles (106 euros), payée par Fofana en remerciement, pour elle et son ami, le soir de l’enlèvement.

Ilan Halimi nel 2006 aveva 24 anni

Il resto è lasciato alla follia della gang. Emma non tocca il riscatto: le basta una vacanza pagata. In prigione tenta più volte il suicidio: ci ha scontato 5 anni, metà della pena. Perché partecipare a un linciaggio? Emma e gli altri sono neri musulmani, la loro è stata vendetta verso un ebreo giovane e ricco.

La storia di Halimi è diventata un libro. Lo ha scritto Adrien Barrot, filosofo all’Università di Parigi, che nel titolo ricorda Primo Levi, Se questo è un ebreo:

Si fatica oggi a capire la crescita enorme dell’antisemitismo in Francia dopo l’11 settembre. Io stesso sono di sinistra e per molto tempo faticavo a realizzare questo antisemitismo nuovo che si nutre della cultura antirazzista. Non possiamo criticare gli immigrati musulmani, così finiamo per accusare di razzismo gli stessi ebrei. Dicono che c’è antisemitismo, ma che la colpa è soltanto del sionismo. Lo sentiamo ripetere ogni giorno.

E poi c’è il libro della madre di Ilan, Ruth Halimi, che ha raccontato le torture subite dal figlio durante la prigionia 24 giorni: La verità sulla morte di Ilan Halimi. Lei, Ruth Halimi, che in aula dal 2006 al 2009 non ha smesso di guardare in faccia gli assassini del figlio; anche lei, avrà saputo delle nuove conquiste di Emma.

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2 Responses

  1. L. ha detto:

    con enorme rispetto…ma sta ragazza si è bruciata la vita in tutto e per tutto!bel curriculum,complimenti!

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