WOMAN's JOURNAL

Campionesse, ma non professioniste. L’Idv chiede una legge quadro sullo sport

Fare sport in Italia non significa lavorare. Eppure, per molti è un’attività a tempo pieno, con regole severe di allenamento, di orari da rispettare, di dieta. Si comincia da giovani e spesso si rinuncia agli studi o ad altre formazioni professionali, col rischio poi, superata l’età dell’agonismo, di essere esclusi dalla società. Non significa lavorare perchè la normativa vigente sul avoro esclude quasi tutte le attività sportive (tranne sei: calcio, basket, ciclismo su strada, motociclismo, boxe e golf) dal professionismo. Per le donne, questo vale per tutte le discipline.

A sollevare il problema ci ha pensato l’Italia dei valori, che col sostegno del Pd avvia in questi giorni un tour del Paese (la prima tappa sarà a Bergamo il 17 dicembre) per promuovere una nuova cultura dello sport e per sollecitare una legge quadro. L’obiettivo è dotare di risorse certe il settore, coinvolgere le scuole, avviare trasparenza nella gestione dei soldi pubblici per gli impianti sportivi. Soprattutto mettere fine alla ”vergognosa discriminazione” subita dalle professioniste rispetto ai colleghi uomini.

“La categoria femminile viene esclusa dal professionismo – spiega Luisa Rizzitelli, responsabile per lo sport dell’Idv – non perchè gli enti sportivi ce l’abbiano con le donne, ma perché le federazioni stesse non ritengono vi siano le condizioni economiche per includerle“. Secondo la norma sul professionismo sportivo (legge 91 del 1981), continua Rizzitelli, “sono le federazioni che indicano a quali categorie  assegnare lo status professionistico. Rientrare nel professionismo comporta spese notevoli per i datori di lavoro, e la paura è che siano troppo gravose per discipline considerate secondarie come il ciclismo o il golf femminile”. In parole povere, assumere un’atleta con un vero e proprio contratto costerebbe molto alle società in termini di contributi e altre spese, e si ritiene che sarebbe poco conveniente per attività dove le donne sono poco seguite, e per le quali è più difficile ottenere sponsor e altre fonti di introito.

Fatto sta che le atlete “false dilettanti”, così come gli sportivi maschi che praticano discipline diverse da quelle previste per il professionismo, vivono e lavorano prive di inquadramento contrattuale e previdenziale, assicurazione, tfr e di ogni forma di tutela. Per la peculiarità delle loro attività, che non possono essere considerate lavoro autonomo, ma nemmeno rientrano nella tipica fattispecie del subordinato, dice ancora Rizzitelli, “occorre creare un terzo genere di professionista, che si collochi a metà tra il dilettante e il professionista, con regolamentazioni specifiche”. In questo modo, sostiene la responsabile dell’Idv, si potrebbero contrastare possibili situazioni vessatorie, “come la clausola anti-maternità che ho visto più volte in strutture private“.

Al di là delle considerazioni specifiche, per la Rizzitelli una riforma dello sport non è solo importante per le donne, ma una questione di civiltà. Da affrontare attraverso informazione, istruzione, e risorse: “è necessario che una voce della spesa pubblica venga destinata stabilmente allo sport”. (le.p.)

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