WOMAN's JOURNAL

Cda al femminile, intervista a Lella Golfo

di Laura Preite

“Da qualche parte bisogna partire, con questa legge le quote si applicheranno non solo alle società quotate ma anche a quelle partecipate dall’amministrazione pubblica. Si tratta di una fetta importantissima del nostro sistema economico, questo sarebbe un risultato epocale“. Così risponde l’onorevole Lella Golfo (nella foto), sul perché la proposta di legge sulle quote rosa nei board riguardi solo alcune società, quelle quotate in borsa o partecipate. La Golfo è cofirmataria della proposta,  insieme alla parlamentare del Pd Alessia Mosca. È, inoltre, fondatrice e presidente della Fondazione Marisa Bellisario, che promuove la parità di genere e le professionalità delle donne.

Come è nato il provvedimento di una percentuale fissa, del 30% di donne nei board?

È inutile nascondersi dietro un dito. Anche le esperienze internazionali ed europee di successo, dimostrano che senza strumenti legislativi non si va da nessuna parte. In Norvegia dal 2004 la legge impone alle aziende pubbliche e private il 40% di donne nei board, con il risultato di una rappresentanza femminile che è arrivata alla quota per noi impensabile del 42%. In Italia, invece, nelle quaranta società del Ftse-Mib di Piazza Affari,  le maggiori società italiane ed estere, su 850 tra consiglieri di amministrazione, di gestione, di sorveglianza, sindaci e direttori generali siedono appena 36 donne, il 6,8%. La percentuale cresce di poco se si considera il totale delle 274 società quotate. Le donne sono il 7,6% dei componenti degli organi sociali, 332 su 4.014. Sono numeri avvilenti, che mi convincono sempre più che senza strumenti normativi, senza regole, senza imposizioni, il cambiamento sarà troppo lento e il prezzo da pagare per donne e uomini sarà alto.

Non c’è il rischio che finiti i 9 anni la situazione torni quella di prima?

La mia proposta iniziale non prevedeva la temporaneità, ma per evitare i rischi di incostituzionalità si è dovuto rinunciare a qualche cosa. Ciò non toglie che la norma continua a prevedere la decadenza dei CdA che non rispetteranno la quota del 30%, dunque a prevedere un ragionevole livello di durezza. Anche se temporanee, sono certa che le quote imprimeranno una tale scossa al sistema da cui non si potrà tornare indietro.

C’è solidarietà con gli uomini su questi temi e se no perché?

Fare generalizzazioni è sempre sciocco. Certo, gli uomini in genere sono contrari a tutte le norme che introducono la parità di genere perché ledono le loro rendite di posizione. Ma sulla strada ho incontrato anche colleghi illuminati, uomini intelligenti e di buon senso convinti come me che si tratti di una battaglia non per le donne ma per il bene del Paese. Penso al ministro Alfano, o a Fabrizio Cicchitto, il capogruppo Pdl tra i primi firmatari della mia proposta. Certo, non posso nascondere che in questi mesi ho dovuto fare un lungo e faticoso lavoro per spiegare a tanti il merito di questa legge e per abbattere i luoghi comuni sulle quote di genere. Sono certa che se passerà questo provvedimento si innescherà un circolo virtuoso e anche altre aziende seguiranno l’esempio. È oramai indubbio che per affrontare la crescente competizione, uno dei metodi vincenti sia il bilinguismo ai vertici, ovvero la contaminazione tra leadership maschile e femminile. Le nostre aziende dovranno adeguarsi a modelli di business  dove le donne sono l’altra metà dei board.

E se cade il Governo?

Si dovrà iniziare tutto da capo.

La proposta di legge

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